Relazioni del Sarpi con nobili veneziani. L'amicizia
fra Marco Trevisan e Nicolò Barbarigo
La necessità del publico servizio l'aveva indotto
nella conoscenza de' principali del publico governo, de' quali chi volesse
commemorare con gl'onori debiti alle loro eroiche virtú, converrebbe qui
intesser un volume d'encomii. Basti dire ch'appresso tutti i grandi della
republica era in quel maggior concetto che possa persona privata acquistarsi.
Anzi, nissuno l'acquistarà mai sino che non produrrà Dio e la natura un altro
maestro Paolo, il qual anco in questa sorte di prudenza, che chiameremo di conversare,
aveva non solo arrivato a quel grado eccellente che gl'intendenti hanno
osservato solo in Socrate, ma anco trapassato; che conversando et ammettendo
alla sua conversazione di tutte le sorti di persone e professioni, e di tutte
l'età, di tutti s'acquistava l'amore, e non avevano altro che dire, che della
sua gran modestia, umiltà, et affabilità. Di tutti pareva maestro, e nella
varietà dell'opinioni, tanti si credevano il padre della loro, come tanti e
diversi tra loro credettero aver l'intenzioni di Socrate. E benché già vecchio,
con l'istessa ilarità che conversava coi piú provetti senatori, cosí
s'accomodava a quei giovanetti della nobiltà primaria, che consacrano l'ingegno
e se stessi alla virtú et alla patria coll'onore, che chiameremo il tirocinio
di Stato nella republica, che sono detti savii d'ordini. A questi era archivio,
libraria, istoria, Tacito, Polibio, Senofonte, Tucidide, e chi no?
Lo raccorderanno sempre con ammirazione quei elevati
soggetti, Pietro Contarini, Leonardo Giustiniano, Giacomo Marcello, Giorgio
Contarini, Andrea Capello, Marin Zane, il fiore della nobiltà, dell'ingenuità e
speranza della patria, questo ingegno sublime Giacomo Moresini (oh! che troppo
acerba morte ha rubbato questo, mentre scrivo, gran delizie agl'amici, grand'essempio
a' coetanei, gran patrone a' servitori, gran speranza alla patria) e tanti
altri. Ho lasciato in ultimo tra questi il signor Marco Trivisano, perché non
si può passar cosí in una parola.
Prese questo signore intrinsichezza col padre, quando fu
creato savio degl'Ordini, come d'ordinario facevano gl'altri. Ma la strinse di
maniera, dopo che, rinunciato assolutamente l'attender agl'onori, si diede alla
filosofia morale et ad ogni sorte d'erudizione che possa render miglior un
uomo, ch'era come cotidiana, et il padre ne riceveva tal gusto che, non ostante
le sue occupazioni, aveva dato l'ordine che, sempre che venisse, fosse
introdotto, il che non si faceva di nissun altro. E questo perché la
conversazione era passata in grado d'amicizia, con piena libertà di dirgli:
«Andatevene, signore, ch'io sono occupato». Godeva il padre sopra modo, tra
l'altre parti ingenue e rare qualità e virtú, della veracità di quel signore, e
diceva liberamente: «Lodato Iddio, che ho pur trovato uno che mi parla non in maschera».
E veramente gli diceva il signor Marco svelatamente tutte le cose di Venezia,
le condizioni delle persone, gl'interessi, la portata, in che isquisitamente è
informato, ma candidamente i difetti che scopriva nell'istesso padre. «Vi
chiamano ‑ diceva ‑ gl'altri patrone de' vostri affetti et io vi
veggo quant'altro con gl'affetti, ma diversi. Questo vostro perpetuo stare in
quella secreta, a volgere libri non leggibili ad altri, il risserrarvi nella
vostra cella senza uscirne mai, il non rallentar mai a leggere e scrivere,
padre, è un'intemperanza, come già il mio giuoco et amori, ma diversa, perché
l'opinione all'una dà i cattivi, all'altra nomi d'onore». Passava a dirgli
ch'in ciò gli pareva vederlo piú nel grado dell'ostinazione ch'altrimente, volendo
nell'età cadente non rallentare, ma intendere le fatiche ch'in anni più
vigorosi a pena sosteneva. Gli diceva anco, ridendo: «Questa è, perdonatemi,
una sorte d'ambizione che vi domina», e mille altre erudite galanterie.
La prima volta ch'ebbero insieme discorso, il padre
(ch'al suo solito con pochi detti l'aveva fatto molto parlare) disse: «Ha un
gran cuore questo Trevisanetto (alludendo alla picciolezza del corpo, ch'ha
tanto ceduto alla grandezza dell'animo) et è molto abile alle gran
risoluzioni». Dopo ch'entrò nella cognizione dell'amicizia che tra lui et il
signor Barbarigo era cominciata (che cosí sarà lecito dire di cosa che con
fatali incontri ha fatto gl'incrementi da stancare tutte le penne), volse esso
ancora contribuire ad opera cosí rara. Non era dovere che fabrica cosí eccelsa
di virtú civile s'ergesse in Venezia, senza che sí grande architetto vi ponesse
mano. E sentendo raccontar al signor Marco varii accidenti che tra loro erano
passati, et un desiderio d'una totale trasmutazione e d'una transfusione, non
solo delle cose esterne, ma di se stessi, ché quel «amicorum omnia communia»,
ch'è in bocca a tutti, ma forse veramente mai pratticato in altro essempio,
certo no nel grado che dopo è successo in questi due signori, dopo aver portate
varie bellissime dottrine dell'amicizie, ordinò a maestro Fulgenzio di
tradurgli nell'italiano dalla lingua francese il saggio di Michiel di Montagna
dell'amicizia. Il che fatto, non si può dire quanto fosse grato a quei signori,
trovando ne' suoi cuori e negl'affetti non solo quelle condizioni dell'amicizia
di quel grand'uomo, con sí rari essempi poste per un'idea d'una perfetta
amicizia, ma d'averle anco di gran longa trapassate. E pure era solo a
fabricarsi quella mole, che poi nel genere di virtú civile è pervenuta ad
essere l'ottavo de' miracoli; le cui preparazioni furono infiniti non ordinarii
ufficii vicendevoli; il fondamento una fede e sicura confidenza, di tanto poter
creder all'amico, quanto a se medesimo; la construzzione una carità, che ha
fatto vedere quei eccessi nel signor Marco, di poter in un momento, non per
gradi, spogliarsi quei mali et inveterati abiti de' vizii di giuoco e di
lascivie, et altri, che l'avevano ridotto a miserabile fortuna, per non esser
dannoso alla facoltà di cui, in virtú d'amicizia, era divenuto padrone; e nel
signor Barbarigo, con moglie e prole numerosa, di poter in vita far padrone
assoluto un altro, da tutti conosciuto consumator del suo, ma del solo
Barbarigo fido e sicuro amico.
Ma non visse il padre a poter vedere di questa fabrica
il colmo impostogli dopo, colle due piramidi inscolpite dal scalpello di tutti
i giudiziosi col «Non plus ultra». Perché in sua vita vidde ben in casa del
signor Barbarigo padrone il signor Marco, e seppe il specolare di quei signori,
come avendo ne' suoi cuori ben stabilito l'«amicorum omnia communia», anco
nell'esterno si potesse in tutto e per tutto pratticare. Di che dopo la carità
(la piú grand'inventrice del mondo) gli ha soggerito il modo con procura e
testamenti, quanto sia lecito per le leggi. E sono arrivati questi signori a
tal perfezzione di carità, che 'l morire l'uno per l'altro, che è stato il
ponto riputato supremo, nella preparazione vicendevole, e non già in ombre, ma
coll'effettivo presentarsi a' pericoli, è cosí inferiore all'amor loro, che ne
parlano come di cosa leggiera e da non ne far stima et in quale non trovano
difficoltà imaginabile. Molti hanno avuto sospetta la durevolezza, et il padre
medesimo, vedendo l'ardenza del signor Marco, n'ebbe dubbio. Ma pratticato poi
il signor Barbarigo (se l'animo si debbe dire un mare, rispetto agl'affetti e
perturbazioni), un mare sempre placido et in calma, e verso l'amico senza
venti, senza flusso e riflusso, et un'eterna tranquillità, et una mente, benché
senza professione ostentiva di scienze, capace di tutte le cose, massime
spettanti all'umanità, mutò il pensiero e l'ebbe per perpetua, e disse esser la
congionzione del ferro e dell'acciaio, ch'uno presta la sodezza e l'altro
acume. Et alle cose dopo avvenute, io ancor pensando all'amicizia loro, oggidí
una delle glorie della nostra città e del nostro secolo, ho conchiuso che se
tra loro potesse nascere divisione, non potrebbe ciò avvenire da altra causa,
se non che, come si parla d'esponersi a pericolo, l'uno e l'altro vuole esser
quello e contesta che l'altro sia riservato; e ciascuno crede averne raggione,
facendogli la carità acutissimi in ispiegarle e nel confutare quelle
dell'altro. E discordarebbono del certo, se la carità medesima anco a questo
non avesse trovato riparo d'esser sempre insieme, ovunque si debba correr
rischio, perché la natura non permette che due siano un solo, se non per
concorde volontà. E sono di parere che, dopo il grado già stimato supremo, ch'è
di poner, non verbalmente, ma realmente la vita l'uno per l'altro, abbiano
arrivato a quel gran segno, al quale sino al presente è stato creduto che la
natura, né la virtú morale possi arrivare, ma sia effetto solo d'un'eccellente
carità divina, che se si trattasse ch'uno di questi dovesse esser soggetto a dannazione
et all'ira divina, nascerebbe tra loro la contenzione di riceverla in sé e di
preservarne l'amico. Nel cui eccesso non trovo essempio in tutto il corso
dell'istoria e nella redondanza delle divine grazie, tra mortali tocchi in
qualche modo di tal affetto, che di due grand'eroi et uomini divini, san Paolo
e Mosè, e nelle favole datone un certo barlume di Castor e Polluce, che non ha
però che fare col nostro essempio vivo e noto, perché non si sapeva ciò che
fosse esser beato o dannato. E se per le virtú eroiche fu trovata l'apoteosi,
che non è altro ch'estensione delle virtú et umane condizioni a perfezzione non
umana, ma chimerica et imaginaria, con molta piú sodezza per fatti veri e
reali, non lontani per tempi e luoghi, ma sotto gl'occhi nostri essistenti,
meritano questi due signori, cosí benemeriti dell'umanità per aver mostrata una
strada nuova di virtú, e fatto veder che non è patto del solo ingegno un solo
consenso in tutte le cose divine et umane, com'ha sin ora creduto il mondo, ma
un'opera reale, bene eroica et eccellente, alla quale però la benevolenza può
arrivare, non solo di esser ammirati e venerati come l'idea de' veri amici, ma
esser tenuti come numi tutelari dell'amicizie.
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