Virtú del Sarpi
Egl'è pur vero che l'aggionger di scienza è
accrescimento di fatica e di dolore; perché il povero padre dalla fama del suo
sapere, della desterità del suo ingegno, della carità di giovar a tutti, d'una
bontà di natura per far bene, era divenuto non solo servo del publico, ma de'
particolari, non solo di questa città, ma di tutto lo Stato et anco
degl'esteri, ch'in tutte le cause difficili veniva ricercato il suo parere, et
in tutte pareva la sentenza dell'oracolo divino, e con stupor del mondo, che le
sue risposte, per sproviste che si fossero, erano tanto saggie ne' piú ardui
quesiti, che col longo meditarvi non avrebbono potuto amigliorarsi, o nella
brevità, o nel parlar al caso, o nel toccar il fondo. E tutto quello in somma
che sortiva da quella benedetta bocca, era oro fisso, pesato con la bilancia
d'un giudizio piú che umano.
Quello che lo rendeva sopra modo ammirabile era
l'accopiamento delle virtú e con condizioni che non cosí ordinariamente
sogliono trovarsi congionte, scienza et umiltà, prudenza e mansuetudine,
ritiratezza et officiosità, seriosità e dolcezza, argutezza e non pontura,
brevità e chiarezza, soavità e sodezza. Pare vero che la scienza abbia virtú
venefica di gonfiare molti, ma questo è proprio della vana e superficiale; ma
la consommata e profonda per il contrario è la machina da distrugger ogni
superbo pensiero, et il padre particolarmente aveva fatto cosí gran studio
nella cognizione dell'umana natura che, se piacerà a Dio che si possa dar forma
alle sue note lasciate in tal argomento, resterà certo che sin al presente ancora
nissun filosofo ha tanto speculato ciò che sia l'umanità e di quanto peso. E
dico arditamente ch'in tutto il corso del tempo ancora nissuno è arrivato forse
al profondo della nichilità della natura umana (cosí mi sia lecito dire, perché
il padre cosí parlava), stimandosi un niente.
Resta impresso nell'animo di chi seco trattava la sua
umiltà che s'arrossiva come una vergine al sentirsi lodare delle sue piú
eccellenti doti. E se bene stimava molto un certo gentiluomo ancor vivente,
pieno d'erudizione filosofica e politica et in belle lettere eccellente et
eloquente dicitore, però il padre lo fuggiva quanto poteva, per questo solo
rispetto, che sempre lo salutava et intitolava «illustrissimo padre», avendo
rispetto al merito e virtú, e non all'uso. Anzi, si risolse fargli accennare da
maestro Fulgenzio questo suo affetto; ma quel signore diede la risposta: «Et a
chi si doverà quel titolo, se non si dà a quest'angelo del cielo?» E sempre che
domandava del suo stato, lo faceva con forma simile: «Che fa quell'angelo del
paradiso?» Questo era il principal frutto de' suoi studii, indrizzati non
all'ostentazione, ma alla vera sapienza, al coltivare l'anima sua, il maggior
bene di questa vita, et all'umiltà.
La prudenza suol far gl'uomini un poco rigidi e duri
nel trattare; et in vero il padre in altri tempi era stato tassato di tali
mancamenti, e lui medesimo nell'anatomia de' suoi affetti e diffetti, ove si
vede avergli notati per combattergli e vincergli, si riconosce tale, duro,
severo, inofficioso. Ma aveva cosí superati questi affetti, che la sua
affabilità e mansuetudine era cosa singolare, la modestia maravigliosa, che mai
disse ad alcuno che vedesse in errore, o mal intendesse un negozio, né una
parola che lo potesse disgustar; ma usava in confutare o in far ravvedere
termini cosí civili, che pareva ch'egli volesse rendersi all'altrui parere, ma
che l'impedisse la sua incapacità, che non gli lasciasse vedere come le ragioni
d'altri provassero e le sue fossero resolubili. E nell'officiosità, contra la
quale pareva, quando si trovò in piú bassa fortuna, manchevole, era divenuto
cosí pronto che, se non poteva fare a chi lo ricercava servizio e cortesia, se
n'attristava in modo che non poteva celar il suo dispiacere e si vedeva una
malinconia manifesta. In una cosa era stato a se stesso insuperabile,
nell'attività e risoluzione; perché come in speculativa era subito e pronto,
cosí nel consultar l'operare pareva grandemente irresoluto. Volgeva, rivolgeva,
mai pareva pienamente sodisfatto, e sempre piú cresceva in questa fluttuazione.
Onde vengo alle volte in parere ch'una mediocre prudenza faccia gl'uomini
attivi e resoluti, ma ch'una troppo grande, accompagnata da straordinario saper
dell'istorie et osservazione degl'essempii et eventi, gli faccia timidi e
restivi; o pure che questo sia affetto proprio et insuperabile della
vecchiezza; overo che la grandezza d'una tal anima riguardasse ormai tutte le
cose cotanto inferiori, che gli fosse una remora nell'attività. Posso ben
assicurare ch'era ridotto a cosí grand'indifferenza degl'eventi umani, quanto
possi alcuno aspirare.
Parmi necessario
defraudar il padre di quello che gli sarebbe la cima et il supremo grado delle
sue eroiche e perfettissime virtú, e mostrarebbe un cuor intrepido et una
costanza nella rettitudine; invariabile col narrar la vera cagione perché
alcuni senatori, non solo i principali, ma i primi e di case amplissime, gli
prendessero la malevolenza, che sino che hanno avuto vita, anco dopo la morte
del padre, non hanno potuto dissimulare. Per riverenza della posterità
illustrissima loro, resti questa pittura del padre veramente senza i piú fini
colori e luce, e cuoprasi con questo velo, che fra Paolo, come tale, non ebbe
mai nemici, né come servo publico e consultore di Stato incorse malevolenza
d'alcuno, se non per causa publica. Quell'uomo celebre si consolava in una sua
scrittura di conoscer d'aver contratto l'odio d'alcuni grandi e del governo, ma
tali certo che per almeno posponevano il decoro publico agl'interessi e
comodità private. Poteva piú consolarsi il padre che non promesse, né minaccie
abbiano potuto farlo declinar un ponto da quello ch'era di giustizia e di
publico servizio. E non è che non sapesse l'importanza di questo fatto e non
dicesse: «Conviene fedelmente servire», perché non fece cosa se non spettante
al suo carico e, quello che piú importa, comandato dall'eccellentissimo senato.
Ma in carico cosí universale è impossibile che qualche cosa di publico servizio
non s'attraversi agl'interessi et affetti de' privati che sono del corpo
del governo, in particolare per i beneficii ecclesiastici e cause di questo
genere, e la passione accieca. Che perciò diceva il padre avere la serenissima
republica necessità sempre d'un teologo e canonista, di che anco poco avanti il
suo fine fece una scrittura publica; ma a' suoi diceva liberamente non poter
esser abile a tal servizio se non chi ha posto sotto piede la speranza et i
timori. Le ragioni del qual detto saranno ben intese da chi s'intende di
governo e sa esser impossibile trovarsi un corpo cosí unito al publico bene
ch'in quello non vi sia chi odii e minacci e perseguiti ancora, se
apprende ch'alcuno s'opponga a' suoi dissegni di privato comodo, per
necessaria, chiara e giusta che sia l'opposizione. Il che ha piú luogo
nell'aristocrazie.
L'ardore e totale sua dedicazione, dopo Dio, al
servizio publico, s'argomenti da questo: che fu sempre risoluto che per sua
causa non nascesse controversia. Ma sotto Paolo V non vi fu occasione, poiché
pose tutto in silenzio, come si considera di sopra. Ma creatogli successore
Gregorio XV, intese il padre i raggionamenti da lui tenuti cogl'ambasciatori
veneziani mandati a complire, che mai sarebbe stata buona pace tra la republica
e la Sede apostolica sino che quella si valesse dell'opera del padre. Perilché
egli in quell'età ormai cadente fu risolutissimo, piú tosto che nascesse
disparere, non solo ritirarsi dal servizio, ma declinando l'ira del papa,
quando avesse perseverato (come si rimosse dalla sua fantasia e piú non ne parlò,
come era sua natura non insistere troppo ne' negozii, e forse in questo non era
portato da sé, ma spinto da altri; o perché si sentí far una risposta breve, ma
piú significante e risoluta che non avrebbe aspettato) di ritirarsi anco dello
Stato veneto. E perché il disporre di sé, come già solevano gl'animi grandi, né
la conscienza, né la religione lo permetteva, et il passar a paese di
protestanti sarebbe stato esporsi alle calonnie, et in altri Stati, ove
la corte e gl'ecclesiastici fanno ciò che gli torna a conto, un esporsi senza
prudenza di nuovo a loro stili o veleni, fu risoluto di passar in Levante, in
Constantinopoli o in altro luogo, e fece la preparazione.
Volse da alcuni, prattichi de' viaggi, e
particolarmente da un ebreo che per terra l'aveva piú volte fatto, intendere
distintamente ogni cosa. Ebbe anco mezzo d'aver un passaporto dalla Porta per i
pericoli nel viaggio, se bene poi non passò piú avanti. Risolse anco di
riservare le sue provisioni di che andava creditore, ove avanti le spendeva,
donava, faceva limosina, senza ritenerne ponto; e fu la somma che poi restò al
convento circa mille ducati. Et in somma aveva tutto in pronto di
sottentrare ad ogni avversa fortuna, piú tosto che per sua causa dovesse la sua
patria et il suo prencipe, a cui aveva con tanta fede servito, ricever
disgusto, con tutto che fosse sicuro ch'avrebbe piú tosto tolto anco una
guerra, ch'abbandonar la sua protezzione. E trattava questa mutazione con
un'ilarità mirabile, e diceva ch'in vecchiezza avrebbe goduto cosa sommamente
desiderata da lui in gioventú, di peregrinare. Perché, se bene aveva
peregrinato con la mente, sapendo per la geografia quanto si poteva sapere de'
regni, siti, popoli; e per l'istoria l'azzioni passate et i costumi, gli pareva
tuttavia, rispetto a quello che si vede con gl'occhi proprii, un saper in
ombra, et il desiderio di saper cresce con gl'anni. Dio e la natura non lasciò
ch'egli provasse ciò che fosse per fare il successor di Gregorio, Maffeo
Barberino, Urbano VIII, che, com'è detto, nunzio in Francia, ove fu creato
cardinale l'anno 1606, aveva fatto dimostrazioni d'un odio implacabile, anco
con maniere poco degne di cristiano e con invenzioni assai vili e chimeriche,
che si tacciono per riverenza e per non far credere che la petulanzia del dir o
publicar il falso e di calonniar, cosa attaccata agl'ossi degl'ecclesiastici
moderni, sia arrivata al capo.
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