Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Fulgenzio Micanzio
Padre Paolo

IntraText CT - Lettura del testo

  • Gli ultimi mesi
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

Gli ultimi mesi

In questo stato di consumatezza di tutte le scienze, perfezzione di giudizio, senza diffetti di memoria, che gl'era piú ricca e piú fedele che mai fosse stata, con quella sanità ch'una complessione tale comportava in una persona cosí continuamente affaticata in gran maneggi e negozii, e senza mai alcuna relassazione, fuori che di vedere gl'amici, entrò nell'anno 69 della sua età, e nel fine della quadragesima, il sabbato santo, trovandosi nel suo luogo solito della secreta dell'eccellentissimo senato, venuta una subita mutazione di caldo in freddo e venuto agghiacciato, si trovò in un punto con la voce arrochita e con un raffreddamento cosí terribile, che per esser quella la prima volta ch'in vita sua avesse provato ciò che fosse catarro, come diceva, lo travagliò piú di tre mesi, con manifesta febre, senza però che mai mutasse o il vivere, o rallentasse le sue solite fatiche. Si vidde manifesta declinazione delle forze et egli sempre disse non esser mai guarito di quel male. E come questa continuata indisposizione interpretasse una divina ammonizione, fu osservato da' suoi familiari che nelle cose dello spirito si fece molto piú del solito devoto et attento, et in particolare nella meditazione incomparabilmente piú assiduo. che, ove prima, oltre l'ordinarie sue preci e spirituali essercizii, tutto consumava parte in farsi leggere dal suo scrittore, o far scrivere o scrivere di sua mano; dopo questo tempo non si faceva piú leggere o scrivere, se non precisamente quanto la necessità del suo carico, e publico servizio lo costringeva.

Tutto il rimanente lo spendeva nella meditazione dell'altra vita, et immediate dispacciava fra Marco, il quale con gl'altri famigliari lo ritrovavano nel suo luogo, ch'era avanti il suo crocifisso, a' piedi del quale aveva, come s'è detto, un cranio naturale d'un morto; et alle volte cosí attento, che da fra Marco veniva sorpreso senza che se n'accorgesse. E con tutto ciò egli occultava questa sua divozione con tutti i modi possibili, perché nel licenziar il sudetto, sempre usava dirgli che se n'andasse, ch'egli voleva prender un poco di passatempo in far castelli in aria di cose matematiche et in dar licenza al suo cervello d'andarsi dove gli piacesse. E quando veniva sorpreso, sempre aveva pronta qualche scusa, o d'aver fabricati istromenti, o figure, o simili. Ma avanti un crocifisso et un teschio naturale si può ben congietturare che fossero altre contemplazioni e piú degne di quell'età e mal affetto corpo.

In tal maniera s'andò portando convenientemente sin all'ingresso dell'inverno del 1622, ch'era già entrato nel 71 di sua età, che in quello si vidde manifesto mancamento delle virtú vitali e la declinazione delle sue forze diede manifesti segni del disloggiare che quella grand'anima, ch'in se stessa non sentí vecchiezza, presto doveva fare dall'infermo tugurio del corpo.

La sua statura era mediocre; la testa, in comparazione del corpo, molto grande, perché con tutto che fosse tanto magro, che sotto pareva un'orditura d'ossi, il capo nondimeno non l'accusava tale, ma piú tosto il contrario. Era nella parte di dietro e sopra tondo, bene proporzionato; la fronte molto spaziosa, e declinando un poco dal mezzo alla parte sinistra si mostrava prominente una vena cosí grande che terminando giustamente nel mezzo, ove comincia rilevarsi il naso, quando era piena, pareva grossa com'un dito e quando vuota, lasciava un canaletto capace d'un picciol dito, e s'alterava dal pieno al vuoto spessissimo. I cigli ben incurvati, occhi grandi, vivi, negri; e nella vista aveva avuta sino al 55 anno della sua vita una vivacità straordinaria, che se con altri leggeva una lettera, l'aveva letta tutta prima che l'altro cominciata. Il naso piú tosto grosso e longo, ma molto uguale; poca barba e rara, ch'in qualche luogo mancava, però senza difformità alcuna. In faccia vedendolo, s'avrebbe creduto piú tosto in carne ch'altrimente. Il color soave, che quando era sano tirava un misto di bianco rosso, con certa gialura che non disdiceva. Gli corrispondeva anco il collo, poi si dava nella magrezza detta. In tutto si formava un aspetto grave, ma giocondo, che pareva allettasse a trattar seco. La mano, la piú bella che si potesse vedere, longa oltre modo. Le dita parevano torniti, ma longhi oltra misura. Pativa d'ordinario alle mani e piedi estremamente il freddo, al che non aveva trovato rimedio migliore che ferri caldi, che portava sempre palle involte.

Ma all'entrar dell'inverno crebbe talmente la sua passibilità, che le mani et i piedi, come se fossero stati ferro o sasso, non ricevevano dall'interno calore, e dall'esterno se non fugace. La faccia decaduta; i labri, che soleva avere molto coloriti, quello di sotto in particolare, con certa soavità come ridente, si fecero lividi. Pareva aver mutata effigie. Gl'occhi incavati, senza la solita vivacità. Non si poteva riscaldare. Una inappetenzia cosí grande, che non era possibile trovar cibo ch'in una sol volta non gli venisse a rincrescimento, maravigliandosi esso medesimo di non potersi piú comandare. E se bene in quella età aveva tutti i suoi denti, cominciò masticare con difficoltà, contraendo essi ancora la debolezza. Cominciò ad incurvarsi e farsi pesante, con fatica montare e smontare in gondola, con maggiore le scale. I sogni, nel poco che dormiva, non piú con le solite incongruità e, per cosí dire, croteschi, ma distinti, naturali, specolativi e regolatamente discorsivi. Il che egli, che tutto osservava, non solo osservò, ma lo conferí co' suoi, chiamandolo un levarsi pian piano dell'anima dal vincolo e commercio del corpo. Il che non trovo da altri osservato, et avendolo detto un grand'uomo, eccitarà forse alcuno a farci riflessione.

Non era piú cosa che gli dasse trattenimento, né anco il sentir raccontare i successi degl'affari del mondo, il qual gusto aveva dalla sua puerizia continuato sino a questo tempo. Un solo gusto pareva essergli restato nella vigilia, dopo le meditazioni divine, il rivolgere per la mente figure matematiche et astronomiche, e diceva ridendo: «Quanti mondi e quante reti ho fabricato nel cervello!» Aveva tutti gl'indizii di presta licenza dell'anima dall'invecchiato corpo, a cui andava mancando la sanità, l'infatticabilitá però dell'animo supplendo a tutto, che non lasciasse ponto de' soliti carichi, rispondendo all'essortazioni degl'amici et auttorità de' patroni, quanto al rallentare le sue fatiche, che suo officio era servire e non vivere, e sempre ognuno muore nel suo mestiere.

Piú di tutti il signor Marco Trivisano, in cui singolarmente il padre amava la libertà e veracità, piú spesso gl'inculcava la sua manifesta intemperanza di voler continuare i studii e le fatiche come faceva in altri tempi, quando le forze erano maggiori; e ch'era una indiscrezione di non voler discernere il venir degl'anni, et altre simili cose che udiva con gusto, senza però rallentare l'arco. Piú volte anco ebbe manifesto mancamento di forze, che fu costretto anco fare la strada della Marzaria appoggiato sul braccio di fra Marco. E non occultò di sentirsi male, dando in diverse occasioni manifesti indizii di preveder il suo instante fine, del quale parlava piú spesso del solito, non solo con la sua franchezza d'animo e come d'un debito di natura e cosa indifferente, ma con manifesta allegrezza, come se gli dovesse essere la vera quiete d'una longa, e molto stanca giornata. E fra le sue orazioni iaculatorie, che molte ne repetiva sovente con detti divotissimi della Scrittura, piú frequentemente diceva: «Nunc dimittis servum tuum, Domine». Et a' suoi familiari spesso diceva: «Orsú, siamo molto prossimi al fine della giornata». Et un giorno che, com'era solito, se gli conferiva de' negozii concernenti il governo della provincia, et in particolare ch'instava il tempo che nominasse alcuno per priore ne' servi, apertamente al padre maestro Clemente bresciano provinciale et altri disse: «A questo pensarete voi, ch'io non mi ci trovarò».

Ma frequentissimamente replicava a' suoi familiari con scherzo che poteva morire sicuramente; che della sua morte non si poteva piú far miracoli, perché erano morti prima di lui Baronio, Bellarmino, Colonna, il papa medesimo e tutti quasi i scrittori per la parte ecclesiastica, tanto piú giovani di lui; alludendo alla temeraria maniera di scrivere di certi, che stimavano aver detto qualche gran fatto col dir di quelli ch'erano caduti in disgrazia della corte romana per controversie, azzioni o scritti, che gli fosse occorso qualche disgrazia o accidenti, o al fine la morte, che Dio gl'avesse puniti; come se dopo formatosi un Dio coi loro affetti, l'avessero anco creato essecutore de' loro interessati voti e che non avesse altra cura che di far male e mandar infortunii a chi non avesse la grazia loro, overo se quelli che fossero stati seco uniti in fazzione non dovessero morire. Di tali petulanze erano pieni gli scritti loro.

Ma venuto il Natale, che 'l padre maestro Fulgenzio di costume andava ad annunziargli la festa santissima della natività di nostro Signore con la formola usata per ilarità: «Ad multos annos, sancte pater», egli rispose liberamente che quello era il suo ultimo, e cosí seriamente che ben s'avvidde ch'era con altra osservanza da quella con che soleva dire della brevità del suo futuro fine. E non è dubbio che di già si sentiva male e fosse anco con febre, perché era stato suo costume non mutare le sue azzioni per febri longhe ch'avesse.

Il giorno dell'Epifania è certo che 'l male l'incalzava, e quella mattina prese medicina e gli tornò male, perché chiamato d'andar a palazzo, non si scusò su la sua indisposizione e preso medicamento, tanta era la sua modestia, onde chiamato la seconda e la terza volta, v'andò e ne ritornò con manifesto peggioramento, non avendo quei due seguenti giorni potuto ricever cibo, né la notte riposo. Né però si pose al letto, et alli 8, domenica si levò, celebrò la messa, fu alla mensa al refettorio, et il dopo pranso, essendo venuto il signor Luigi Sechini a visitarlo, seco passeggiò longamente. S'avvidde il Sechini che non stava bene e glielo disse, et egli allora confessò che veramente aveva necessità di stendersi; il che fece, secondo il suo solito, vestito sopra una cassa, postasi sotto una coperta. Continuò anco sin al venerdí seguente, fra il quale et il suo transito non fu se non un giorno intermedio, sempre levandosi di letto, vestendosi, facendo le sue fonzioni solite, leggendo, scrivendo; e quando non poteva piú, si stendeva sulla cassa e si faceva legger da' altri. Ma perché sua infermità fu una delle piú grandi dimostrazioni della grandezza del suo animo, merita esser piú particolarmente saputa. Et io son risoluto ponerla coll'istessa narrativa che colle note del rimanente della sua vita mi è capitata in mano, perché il proverbio poco falla: che 'l modo della morte è sincero argomento della vita e leva tutte le maschere.

Il lunedí, dunque, la mattina essendosi levato e vestito, fu sorpreso come da un totale mancamento di forze nelle mani e nelle gambe, ch'in queste non poteva piú sostenersi senza aiuto, né quelle movere senza tremore, che fu seguito nella prova del cibarsi con un aborrimento tanto grande, che se non fosse stato lo sforzo della risoluzione, sarebbe stato impossibile prender alcun ristoramento. Questo accidente però non toccò niente la sua mente, che non restasse col pieno giudizio, colla sua stessa memoria e, quello ch'importa, tranquillità et allegrezza, con che perseverò sin al sabbato, consolando egli gli assistenti e framettendo sempre alcune delle sue facezie, e tali che 'l sabbato disse poi: «Io v'ho tenuti consolati sino ch'ho potuto, ora non posso piú, e toccherebbe a voi tenermi allegro». L'accidente sudetto da' medici fu sospettato d'iniziata epilepsia. Non mancò chi sospettasse di veleno. Ma veramente né dell'uno, né dell'altro, vi furono i segni soliti, ma piú tosto d'una naturale risoluzione et estinzione de' spiriti vitali. E nell'aprirlo dopo morto, fu trovato in tutte le parti la piú bella conformazione che si potesse desiderare, ecceto che 'l cuore era picciolissimo e si vedeva come disertato, e lo stomaco senza cosa alcuna dentro, né di buono, né di cattivo, ma senza indizio di lesione.

Il martedí seguente prese medecina, ma senza alcuno sollievo. Il mercordí volse uscir di camera et andar cibarsi nel refettorio, dal quale alle sue camere, oltre le scale, è longo tramite, e lo fece appoggiato sopra due, tutto tremante, ma coll'animo il medesimo. E sempre admesse le visite e ragionava delle cose solite e niente del suo male, eccetto col medico, e brevissimamente ancora, e passava il tempo sedendo sopra la sua seggia, facendosi leggere. In questi giorni tutti faceva essattissimo essame della sua anima, con totale resignazione in Dio e con un cuor tanto lieto, quanto il corpo era piú afflitto. Et agl'assistenti celava tanto la sua infermità, che né per mostra d'alcun dolore, né voce di lamento, né intermissione delle sue ilarità, potero sapere se non quello che il mancamento delle forze, l'aborrimento de' cibi e la manifesta relassazione accusava. Non è però ch'egli non avesse piena cognizione del suo stato; perché se bene al padre maestro Fulgenzio, che piú volte lo ricercò, come era solito in tutte le infirmità s'egli sarebbe morto di questa, rispose che gli pareva di dover avere male longo e forse cader in quartana; al medico, però, et amico cordialissimo, il signor Pietro Asselineo, primieramente nel vedersi da lui gli escrementi, si pose il dito alla bocca, come si fa in richiedendo silenzio, dipoi disse liberamente il suo stato, ma che fosse contento non lo palesar al padre maestro Fulgenzio, per non lo tormentare, il quale però fosse stato ben poco prattico, se non l'avesse conosciuto; anzi, i mesi avanti era vivuto con quella preparazione, e dalle cose dette dal padre era già avvisato. Piú volte in vita sua aveva discorso che sperava nel Signor Iddio conoscer quando fosse vicino al suo fine, ma che non avrebbe detto cosa alcuna ch'a maestro Fulgenzio, perché ciò non poteva servire d'altro che di metter confusione e far abbandonar quelle diligenze, che Dio vuole che non si tralascino. Ma però non osservò di farlo, che celò il suo stato e non credé fosse bisogno manifestarlo piú che da se medesimo si facesse palese.

Il giovedí, la mattina mandò a chiamar il padre Amante da Brescia priore e lo pregò che lo raccomandasse all'orazioni de' padri e che, celebrati gl'officii divini, fosse contento portargli la santissima comunione, dicendogli anco ch'aveva vivuto nella povertà della religione, senza cosa sua propria; che tutto quello che si ritrovava nelle sue camere concessogli ad uso, come fa tutta la religione, restava nelle sue mani, come sempre era stato in libera disposizione de' suoi superiori. E gli presentò una chiavetta d'un armario, in quale erano i residui delle provisioni che la serenissima republica gli donava, né altro era chiuso, ma tutto patente, eccetto quell'armario et un altro, ove si ritrovano le scritture pertinenti al publico, che non dovesse esser toccato.

Egli però si fece vestire al suo solito e spese tutta quella mattina in farsi leggere vicendevolmente, ora dal padre maestro Fulgenzio, ora da fra Marco, salmi e le narrazioni de' santi Evangelii della passione di Cristo, facendogli opportunamente cessare, pet star in divota meditazione. Provò piú volte se poteva stare inginocchiato, ma la franchezza dello spirito non poteva piú reggere, la languidezza del corpo. Però, finiti gl'officii, furono congregati tutti i padri del monasterio al suono del solito campanello, e processionalmente il padre priore sudetto, accompagnato da tutto il resto, con torze in mano, gli portò il santissimo sacramento, quale ricevé vestito, steso nel letto, con quelle dimostrazioni di pietà che in anima pura erano da aspettarsi, cavando a' circostanti le lagrime dagl'occhi et imprimendogli ne' cuori un essempio singolare di ben preparato religioso per passar alla beata vita.

In tutto questo tempo non volse mai che la notte gli dormisse alcuno in camera. Il che fu osservato da lui in tutte le infirmità e non era possibile persuadergli il contrario, e diceva questo servire solo a pompa et a dar incommodo ad altri senza ricevere egli alcun bene, anzi, che saria sempre stato con l'animo inquieto per l'incommodo altrui. E perché il padre maestro Fulgenzio aveva mostrato risoluzione di fargli tener compagnia e volervi stare esso, medesimo, il venerdí seguente levatosi e vestitosi al solito, benché languido in estremo, volse appoggiato passare dalla prima alla seconda camera, per provare, diceva, se i sensi gli servivano, e che forza gli restava, ma, come fu creduto, per vedere se v'era preparazione di letto. E gli diceva il padre maestro Fulgenzio: «Padre, voi fate tutte le preparazioni come se aveste vita d'un'ora, et a me, nascondete lo stato vostro, come se l'infermità dovesse essere di mesi». Al che egli rispose: «E che? non dobbiamo noi essere sempre preparati

Era il padre osservantissimo delle leggi, qualunque elle fossero, e tra tante novità di riforme ordinate in questi dieci ponteficati ultimi, s'accomodava con prontezza e facilità mirabile, benché non le lodasse; perché le cose solite, diceva, hanno i suoi rimedii, e le innovazioni non sono mai senza i suoi mali, a' quali non è imparata la medicina. Ma qualunque cosa fosse ordinata, egli era il primo all'osservanza. Di che ne diede un saggio tale, che la mattina non voleva che se gli dasse cibo con brodi o altra cosa non comune di quel giorno, e pareva ridursi con difficoltà ad altro ch'a cibi quadragesimali; e nel prendere il suo desinare, rivolto al cuoco, fra Cosimo, facetamente gli disse: «Cosí trattate i vostri amici, facendogli guastar il venerdí?» Non era superstizione, ma una costante tenacità et acquistata consuetudine d'osservare isquisitamente l'ordinazioni, ben che minime e non essenziali. Per l'istessa causa aveva voluto intieramente osservare la quadragesima sin al 69 anno di sua età, stimando sopra modo il dar essempio. Venuta la sera, fu risoluto di stare nella prima camera per ogni accidente, e vi stettero tre assistenti. Ma considerisi la costanza dell'infermo. Era, si può dire, moribondo e di un langore per mancamento di natura, et il giorno faceva bisogno di sovvenirgli di varii ristoramenti: stette nondimeno tutta la notte senza far motto alcuno, prendendo da se stesso le cose necessarie dai luoghi soliti, ove le soleva far preparare, né fu sentito dire mai, se non talvolta: «Oh! Dio».

Il sabbato ultimo della sua vita fu il solo che restò in letto, in somma languidezza di corpo, ma piena fortezza d'animo. Del che portarò un documento dimostrativo. Quella mattina il serenissimo prencipe con l'eccellentissimo colleggio mandò a chiamar il padre maestro Fulgenzio, il quale, interrogato dello stato del padre et avendo risposto che lo stimava nell'estremo e senza speranza di vita, l'eccellentissimo signor Ottavian Bon, savio di settimana, ricercò come nella mente fosse consistente, et avendogli risposto ch'in quella languidezza di forza, Sua Serenità e Sue Eccellenze Illustrissime sapessero che nel giudizio e nella memoria era quell'istesso maestro Paolo, che per 17 anni avevano veduto a servire Sua Serenità e consultare nelle piú ardue difficoltà, gli fu imposto di fargli tre dimande intorno un publico importantissimo negozio; il che fu esseguito la sera alle 22 ore, avendo il padre fatto scrivere le sue risposte a ponto per ponto dal suo scrittore, e sigillate furono mandate, e lette quella sera nell'eccellentissimo senato, il quale avendo determinato in quella materia precisamente conforme a quello ch'aveva il padre consultato, sarà quel sacro consesso, specchio della pietà cristiana e politica prudenza, un testimonio di ducento amplissimi padri contro la sfacciata et impudente bugia, uscita di casa d'un ecclesiastico, che 'l padre tanto inanzi la sua morte avesse perso il sentimento e la favella. E da questa calonnia cotanto maligna e vergognosa il mondo prenderà saggio d'altre ancora.

L'istesso sabbato admesse le visite, come tutti i giorni antecedenti, e la sera dopo le ventitré ore l'eccellentissimo signor Giovanni Basadona in particolare volse visitarlo. Gli parlò, si cavò la berretina di capo, lo ringraziò della sua visita, e dopo partito si fece leggere longamente, ascoltando con somma attenzione. E nell'imbrunirsi della notte ci fu il signor Marco, con cui complí nel modo stesso ch'era solito.

Venuta la notte, crescendo il mancamento, si fece di nuovo leggere la passione di san Giovanni, parlò della sua miseria, della fiducia ch'aveva nel sangue di Cristo, replicò assaissime volte: «Quem proposuit Deus mediatorem per fidem in sanguine suo» e pareva in ciò ricevere una consolazione estrema. Recitò, benché con gran languidezza, piú luoghi di san Paolo. Protestò non aver di suo da presentar a Dio che miserie e peccati. Che però s'immergeva nell'abisso della divina misericordia, con tanta sommissione da un canto et ilarità dall'altro, che dagl'astanti cavava lagrime.

Circa le quattro ore fu visitato da' medici, ch'erano stati anco poco prima. E perché l'eccellentissimo Tebaldi non l'aveva piú visitato se non quel giorno, e poco fermandosi, il padre, per non affannarsi, accennò il padre maestro Fulgenzio di dargli conto del suo male. Nella qual relazione avendo detto l'accidente del lunedí sotto termine di mancamento totale, alzò il padre la testa e l'interpellò: «Mancamento d'animo?» «No, padre, ‑ risposedico delle forze, che quanto all'animo è stato sempre nella sua costanza». E volendo anco il medico discorrere qualche cosa, lo faceva con quei termini di prudenza che sono soliti di non lasciare gl'infermi senza qualche scintilla di speranza. Al che il padre maestro Fulgenzio, che sapeva l'interno del padre e con longa prattica quello che sentisse del vivere e morire, s'oppose e disse non esser il padre di quelli a chi convenisse parlar in maschera o per cerimonie. Che dicesse pur liberamente, che 'l padre avrebbe con tranquillità sentito il stato suo, ch'era sicuro essergli piú nota, ch'ad altri. Al che avendo fatto cenno il padre d'assentire, e poi anco fatta bocca di ridere, allora disse il medico che 'l polso testificava una vita fuggente e che sarebbe mancata quella notte et in poche ore. A che il padre con ciera lieta e con faccia tendente al riso, rispose: «Sia lodato Iddio; mi piace ciò ch'a lui piace; col suo aiuto faremo bene questa ultima azzione». E volendo ancora il medico entrar in raccordare qualche ristoramento, lo interruppe il padre e disse: «Lasciamo pur queste fatiche, e Vostra Signoria mi risolva due dubbii. Il primo è che io son certo et ho piena persuasione che tutto quello che mi si presenta da prender è cosa buona. Con tale certezza la piglio in mano, e come arriva alla bocca, come se mi cangiasse in quell'instante il cervello, mi si rende orribile et abominevole. Il secondo», e ciò detto gli mancò la lena, e non espresse ciò che fosse. Et il medico, dalla vena sentendo lo smarrirsi dello spirito vitale, ordinò ch'alle otto ore se gli dasse qualche ristoro, e tra tanto un poco di moscato raro, ch'egli avrebbe mandatogli da casa; al ricevere del quale, ch'era già sei ore della notte, disse: «Questa mi pare cosa violenta».

Dirò anco un particolare, ben leggiero, ma che mostrerà qual fosse la costanza d'animo e l'intiera cognizione e vivezza de' sensi in quell'estremo. Aveva il padre nelle sue stanze cosí ordinato ogni cosa, che subito metteva le mani a quello che l'occasione ricercasse, fosse libri, scritture, stromenti varii, sino le piú minime cosuccie. Alle sei ore di quell'ultima notte volse nettarsi la lingua con un instromento da lui molto tempo usato, et ordinò a fra Marco d'andar in tal luogo a pigliarlo. Vi andò col lume in mano e ritornò dicendo non vi essere. «Vi è, ‑ replicò il padreguardate meglio, ch'è cosa picciola». Ritornò e lo trovò, e da sé si nettò la lingua, continuando con gl'astanti con una tranquillità inestimabile, senza un gemito, senza un lamento, con detti memorabili, di quando in quando repetendo alcuni devoti detti delle Sacre Scritture, e spessissimo: «Orsú, andiamo ove Dio ci chiama». E vedendo gl'astanti che la voce mancava e gli polsi tendevano al fine, lo pregavano di prender riposo, al che egli sorrise.

Cosí egli passò sempre come sussurrando tra sé, che non si poteva intender bene ciò che dicesse, se non qualche parola della Scrittura, et una volta: «Andiamo a San Marco, ch'è tardi», ch'è tutto quanto nella sua infermità si sentí senza connessione e retto senso. Tra tanto sonorono le otto ore. Egli le numerò e chiamò fra Cosimo e gli disse: «Queste sono le otto ore; spedite, se volete darmi ciò ch'ha ordinato il medico». Ma non ne poté ricevere se non una picciola parte. Dopo che, vedendosi mancare, chiamò il padre maestro Fulgenzio, e gli comandò di partirsi con quelle memorabili parole che gli dovranno restar sempre scolpite nel cuore: «Orsú, non restate piú a vedermi in questo stato, non è dovere. Andate a dormire, et io n'andarò a Dio, d'onde siamo venuti»; e volse essere abbracciato e baciato da lui. E ben che conoscesse che cosa sia confirmare l'animo con essempii d'una tale costanza, partí, non per lasciarlo, ma per esseguire il suo comandamento et ubbidirlo in un altro ponto, ch'era di fare che tutti i padri gli facessero la carità d'assistergli al suo transito coll'aiuto delle sue orazioni. E cosí fece chiamar il padre priore e quello tutti i frati, e si ridussero intorno al letto a fare le solite orazioni e raccomandazioni di quell'anima nelle mani di Dio; che se bene non poteva piú parlare, dagl'occhi, però, e cenni, era ancora in pieno sentimento sin all'ultimo spirare. Le sue ultime parole, da fra Marco, che gli stava sopra, a pena intese, ma piú volte replicate, furono queste due «Esto perpetua». Che non ho dubbio ch'in quel transito che raccomandava l'anima sua a Dio co' piú ferventi voti di voce e del cuore, non scordò di raccomandar anco e pregare per la perpetuità della serenissima republica, a cui aveva con tanta fede e carità servito. Et in quello perse la favella; e poco dopo giunse al suo fine, che fu accompagnato da due notabili circostanze. L'una, ch'essendo stato alquanto colle mani immobili, egli da sé, con un sforzo piú tosto d'un spirito, ch'era tutto in Dio, che di corpo, se le formò in croce. L'altra, che fissando gl'occhi nel suo crocifisso, che solo teneva inanzi, con un teschio naturale d'una calvaria, gli tenne cosí un poco, e poi bassati e chiusi, con un gesto ridente spirò l'anima nelle mani di Dio.

Questo fu il fine di questo gran personaggio, e piacque alla divina disposizione che tale fosse testificato all'eccellentissimo senato con scrittura publica e con giuramento e sottoscrizzione di tutto il colleggio de' reverendi padri de' servi che furono presenti, contra le favolose bugie e sfacciati mendacii divulgati dopo, ch'ei morisse con urli e stridi, con apparizioni d'un cane negro, e cose di questa sorte; come anco che dopo si siano sentiti gran strepiti nelle sue celle. Cose solo visibili et audibili in case lontanissime de' grandi ecclesiastici, e sin a Roma, ma non da chi viveva et abitava le stanze, né da chi si trovò presente. Cose simili furono machinate anco contra la memoria del duca Leonardo Donato, eroe glorioso; et inanzi avevasi veduto tal impudenza di publicar anco a stampa cose prodigiose, successe l'anno dell'interdetto contra i diffensori della causa veneta. Il che può esser argomento quanto si possa credere alle narrazioni di simili accidenti, scritti di persone lontane di luogo e di tempo, che furono in abominazione della corte romana. Confesso che questi essempii cosí recenti mi fanno sopra modo dubitare dell'alterazione e falsificazione di tante narrazioni fatte ne' passati tempi e tenute occulte, e publicate tanto posteriormente, quando i soli fautori delle fazzioni degl'ecclesiastici avevano la comodità delle stampe, e che senza alcun scropolo abbiano o comendati, o vituperati tanti uomini grandi, non per causa di verità, ma solo a misura che furono o favorevoli, o contrarii agl'interessi loro mondani.

Morí dunque nel narrato modo il padre Paolo, con fama appresso il mondo d'uomo incomparabile, et appresso chi l'aveva conosciuto e pratticato d'un'integrità singolare e santità di vita, quale di raro si vegga, e con commendazione fatta come proverbiale; che s'avesse avuto la grazia della corte e servito agl'interessi di quella, sarebbe nel calendario e numero de' santi. Ne fecero allegrezza in Roma con le solite dicerie, né il papa medesimo si contenne di parlarne come d'opera di Dio, in levarlo dal mondo, come se fosse gran miracolo che muora un uomo d'anni settanta uno. Né egli però fu immortale, che morí al principio di luglio di quell'anno.

Egli ha vivuto al mondo anni 71, età decrepita, chi risguarda la sua complessione, la consumata sapienza, la perfezzione delle virtú et il suo o desiderio, o speranza di vivere; ma troppo breve, se si considera il servizio che ne riceveva il publico, o il comune desiderio, perché era interesse della serenissima republica ch'il suo servizio fosse altretanto durabile, quanto fu assiduo e fedele. Un essemplare di cosí rare virtú era degno d'una piú longa vecchiezza, anzi d'una gioventú perpetua, se l'umanità lo tollerasse in questa vita. Se a lui per suo rispetto la morte, che non poteva esser inaspettata, né improveduta, non fu immatura, per noi almeno fu acerba, e se visse assai per sé, visse poco al publico, a cui tutto viveva. Fu con quella occasione da molti veduta la sua cella e visitata, che osservando quella povertà religiosa, senza ornamento alcuno, restorono edificati, et i principali senatori la dicevano un paradiso ove albergava quell'angelo. E l'eccellentissimo Leonardo Moro, ch'è d'una vita colma di tutte le virtú, in particolare di religione e pietà cristiana, non si poté contenere che non prorompesse: «È questo il padre che gli prelati di santa Chiesa tanto hanno vituperato? E questo sarà cattivo, et essi gli imitatori di Cristo e degl'apostoli

Fu il suo funerale conspicuo, e per la munificenza publica, e per il concorso numeroso de' grandi e d'ogni sorte di persone. Non eccedé la condizione privata se non nel pianto publico. E fu notato ch'egli fosse di faccia colorita e ridente e, come si diceva, piú bello e venerando morto che non era vivo. Et anco dopo nove mesi, ch'occorse aprire la cassa ove era deposto, fu ritrovato tutto intiero e colla faccia ancora colorita. Volse il padre maestro Fulgenzio prima fargli una memoria, come a maestro ottimo; ma il convento non lo consentí, volendolo fare del publico. Ma l'eccellentissimo senato levò le competenze col publico decreto ch'a spese publiche gli fosse fatto una memoria et inscrizzione. La qual memoria sarà tanto piú illustre e durabile, perché ancora non si vede, e sarà insieme eterna la fama et infamia di quelli che conservano l'odio implacabile contra i defonti, con una malignità d'investigare in cosí preciosa gemma i granelli et in cosí risplendente gioia le nuvolette et i nevi, che in cosí eccellente creatura o non vi furono mai, o cosí minimi che furono invisibili, eccetto ch'agl'occhi d'una consumata malignità. E secondo quel savio, resterà derisa la temeraria impudenza di coloro ch'inalzati dalla fortuna, presumono esser patroni anco della fama e poterla estinguere che non passi a' posteri.

E quanto alla gloria di cosí grand'eroe e cosí eccellente creatura, come ad alcuni capitani di gran valore gl'accresceva bene spesso il trionfo negato, piú che concesso, com'era noto l'impedimento nascere da quei scelerati tiranni, quali furono Tiberio, Nerone et altri, cosí averrà del padre Paolo. E se doveva essergli fatto un scudo colla sua effigie, riuscirà quello che fu detto dell'imagini di Cassio e Bruto, ch'in una funebre pompa erano le piú cospicue e prefulgenti, perché per la violenza della tirannide non erano tra l'altre vedute. E se di queste consolazioni umane resta alcun senso a quelli che sono in Dio, quella grand'anima del padre Paolo riceverà contento; che la perversità altrui ha favorito le sue intenzioni, che furono disprezzatrici di tutte tali consolazioni de' vivi. Viverà il padre Paolo in Dio eternamente, ch'è il solo bene desiderabile, ma viverà anco nella memoria degl'uomini per le sue eroiche virtú; contra i quali monumenti non può né il tempo, che consuma i marmi e metalli, e meno il pazzo poetico errore di chi crede che la fama degl'uomini stia in un sasso, soggetto all'ingiurie anco de' tristi.

E perché il passato è buon maestro del tempo da venire, non si deve tralasciare che tra gl'altri che furono presenti al pio, essemplare e felice transito del buon padre, si trovò anco, fatto andare per ubbidienza da chi prevedeva piú inanzi, maestro Agostino Misani da Venezia, sopranominato il poeta, il quale, anco astretto dalla verità con giuramento, è sottoscritto alla narrativa presentata all'eccellentissimo senato, di sopra menzionata. Era questo stato favorito e diffeso dal padre Paolo in molte occorrenze, mosso da compassione al suo cervello non consistente. Questo dopo, o introdotto da un certo luganese suo cognato, che si diceva servire di spia, o, come io ho per piú verisimile, dalla propria temerità e pazze speranze, in casa del signor nunzio, si disse aver fatte relazioni degne di lui, che mai conobbe obligo di dire verità o di servar debito di modestia. Anzi che anco fosse essaminato e registrata la sua narrazione, mi par inverisimile, benché il frate se ne vantò per vero. Certo è che di se ne tornava al convento pieno di concetti che per la sua naturale pazzia (perché è stato pazzo e notoriamente conosciuto tale, ma però maledico e maligno al possibile) non potendo celare, anzi dicendo publicamente che presto saria stato da piú del provinciale e generale. Ma poco durò; perché i ministri del nunzio erano troppo abili a conoscere la portata delle persone e che profitto poterne trarre. Può essere anco che fossero informati delle sue qualità e costumi, che per onestà non si ponno narrare. Ma basti velargli col dire che notoriamente è muliebriter infamis et vita probrosus, et appresso i superiori era stato diffeso dalla sola pazzia d'esser stato piú di quindeci anni senza confessarsi o recitar offizio, benché celebrasse la messa. Al che volendo i superiori trovar rimedio, è ritornato apostata, come altre volte è stato. Non sia mal veduta questa nota, perché potrebbono le relazioni di costui un giorno comparire sotto nome di teologo e maestro, come altre, con nome e senza, hanno fatto da Roma commettere al vicario generale apostolico, maestro Filippo Ferrari d'Alessandria, di fare certe gravi inquisizioni contra altri. Ma hanno avuto l'essito ordinario di chi si muove ad informazioni di tali soggetti. Et a me sono state mostrate le lettere stesse del generale in tal proposito d'aver trovato falso quanto era stato scritto et affermato.




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License