[Maria ristabilisce la dottrina, il
rito e 'l dominio romano]
Nel principio dell'anno 1554 mandò
l'imperatore ambasciatori in Inghilterra per far la conclusione, e la regina,
caminando inanzi a favore della religione antica, sotto li 4 marzo publicò
altre leggi, restituendo la lingua latina nelle chiese e proibendo che maritati
potessero essercitare le fonzioni sacre et ordinando a' vescovi di non far piú
giurare a quelli che si ricevevano nel clero, secondo che Enrico determinato
l'aveva, che il re fosse supremo capo della Chiesa anglicana e che il pontefice
romano non avesse superiorità alcuna in quella, ma fosse solo vescovo della città
di Roma. Ordinò anco che fosse scancellata da tutti i rituali e proibita ogni
stampa della formula d'orazione instituita da Enrico, dove tra le altre cose
era pregato Dio di liberar quel regno dalla sedizione, conspirazione e
tirannide del vescovo romano. All'aprile un altro parlamento fu tenuto, dove fu
dato l'assenso al contratto matrimoniale; et in quel medesimo parlamento,
avendo la regina proposto di restituir il primato al pontefice romano, ebbe
tanta resistenza dalla nobiltà, che non poté ottenerlo, e quella nobiltà non
s'avvidde, come vanamente negava questa dimanda, che virtualmente era contenuta
nell'assenso al matrimonio. Arrivò Filippo, prencipe di Spagna, in Inghilterra
a' 18 di luglio, et il dí di san Giacomo si fecero le nozze e ricevette il
titolo di re di Napoli e consummò il matrimonio. Et al novembre si ridusse di
nuovo il parlamento, nel quale fu restituita la nobiltà e la patria al
cardinale Polo, e mandati due che l'invitassero et accompagnassero; con quali
egli passò nell'isola e gionse a Londra a' 23 novembre, portando inanzi la
croce d'argento. Introdotto la prima volta in parlamento inanzi il re e la
regina et ordini del regno, fece un raggionamento in lingua inglese; ringraziò
con molte et affettuose parole d'esser stato restituito alla patria,
soggiongendo che in cambio era andato per restituir loro alla patria e corte
celeste, della quale s'erano privati, partendosi dalla Chiesa; gl'essortò a
riconoscer l'errore e ricever il beneficio che gli mandava Dio per mezo del suo
vicario. Fu longhissimo il raggionamento e pieno d'arte, in fine del quale
concluse che egli aveva le chiavi per introdurgli nella Chiesa, la quale essi
s'avevano chiusa con le leggi fatte contra la Sede apostolica, le quali, quando
fossero rivocate, egli averebbe aperto loro le porte. Fu aggradita la persona
del cardinale et alla proposizione fu prestato apparente assenso, se ben nel
secreto la maggior parte aborriva la qualità di ministro ponteficio e sentiva
dispiacere di ritornar sotto il giogo. Ma s'avevano lasciato condur troppo
oltre, che potessero pensar a ritornar indietro.
Il giorno seguente fu deliberata in
parlamento la reunione con la Chiesa romana: il modo fu cosí ordinato con
decreto publico, che si formasse una supplica per nome del parlamento, nella
quale si decchiarasse d'esser grandemente pentiti d'aver negato l'ubedienza
alla Sede apostolica e d'aver consentito a' decreti fatti contra di quella,
promettendo per l'avvenire di operare che tutte quelle leggi e decreti fossero
aboliti, e supplicando il re e la regina che intercedessero per loro, acciò
fossero assoluti da' delitti e censure, e restituiti al grembo della Chiesa
come figli penitenti, a servir Dio nell'ubedienza del pontefice e Sede romana.
L'ultimo novembre, giorno di sant'Andrea, ridotte ambedue le Maestà, il
cardinale e tutto 'l parlamento, il cancellario interrogò l'università del
detto parlamento se gli piaceva che si domandasse perdono al legato e si
ritornasse all'unità della Chiesa et all'ubedienza del pontefice, supremo capo
di quella, gridando alcuni «sí», et altri tacendo, per nome del parlamento fu
presentata ai re la supplica, la qual publicamente letta, i re si levarono per
pregarne il legato, et egli, andato loro incontra, si mostrò pronto a
compiacergli, e fatta legger l'autorità datagli dal papa, discorse quanto a Dio
fosse grata la penitenza e l'allegrezza che gli angeli allora avevano della
conversione del regno; et essendo tutti inginocchiati, implorata la
misericordia divina, gli assolvé, e, questo fatto, con tutta la moltitudine
andò in chiesa a render grazie a Dio. Il dí seguente fu destinata legazione al
pontefice per rendergli e prestargli ubedienza; alla quale furono nominati
Antonio Brovano, visconte di Montacuto, e Thoma Turlbeio, vescovo d'Eli, et
Edoardo Cerno, che era altre volte stato in Roma ambasciatore per Enrico VIII,
dando anco ordine a quest'ultimo che si fermasse in Roma come in legazione
ordinaria. Andò l'aviso di ciò a Roma in diligenza, per il qual si fecero molte
processioni, non solamente in quella città, ma per tutta Italia, in rendimento
di grazie a Dio; et il pontefice approvò le cose dal suo legato fatte, et a 24
decembre mandò un giubileo, allegando nella bolla per causa che, come padre di
famiglia per aver ricuperato il figlio prodigo, conveniva che non solo facesse
domestica allegrezza, ma ancora convitasse tutti universalmente all'istesso
giubilo. Lodò e magnificò le azzioni del re e della regina e di tutto 'l popolo
anglico. Continuò il parlamento in Inghilterra sino a mezo gennaro 1555 e furono
rinovati tutti gl'antichi editti de' re di punir gl'eretici e della
giurisdizzione de' vescovi, fu restituito il primato e tutte le preminenze al
pontefice romano, furono aboliti tutti i decreti contrarii fatti ne' 20 anni
passati, cosí da Enrico, come da Edoardo, e rinovati i decreti penali contra
gl'eretici, e con l'essecuzione anco proceduto alla pena di fuogo contra molti,
massime de' vescovi che si mostrarono perseveranti nelle renovazioni abolite.
Certo è che furono abbrugiati in quell'anno per causa di religione 176 persone
di qualità, oltra gran numero di plebe; il che riuscí con poco gusto di quei
popoli, a' quali anco diede materia d'indegnazione che Martino Bucero e Paolo
Fagio, morti già 4 anni, furono, come vivi, citati, condannati, dissoterrati i
cadaveri et abbruggiati; azzione da alcuni commendata come vendicativa di
quanto Enrico VIII aveva contra san Tomaso operato; da altri comparata a quello
che fu da Steffano VI e Sergio III pontefici contra il cadavero di Formoso
esseguito.
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