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II
Una volta, tornando dalla scuola, Giovanni
la trovò tutta accesa in volto, con gli occhi gonfi e delle traccie di lacrime
sulle guancie, e le domandò: «Che cos'hai?».
Ella si portò una mano alla spalla
destra, contorcendosi in segno di dolore.
«Hai male?» tornò a domandare il
bambino.
«Sí»
accennò la Matta.
«Sei caduta?»
«No; è stato nel battermi che m'ha
tirata forte pel braccio».
«Chi?»
«Lui» rispose la Matta a bassa
voce come se il Dottorino potesse udirla. Non lo chiamava mai altrimenti che lui.
«Ah!
piangi perché t'ha battuta?» spiegò Giovanni.
«No; è il dolore che mi fa
piangere». Ma a quelle domande, che dimostravano dell'interessamento per lei,
rideva traverso le lacrime.
La sera, prima di coricare
il fanciullo, gli disse: «Guarda». E sfibbiando il vestito, che mise a nudo il
suo petto embrionale da adolescente, gli mostrò la spalla orribilmente gonfia e
livida.
Rimasero
stupefatti tutti e due l'uno in faccia all'altra.
«Cosa si deve farci?» domandò
Giovanni; e la Matta rispose: «Non so». Poi tornarono a guardarsi senza sapere
cosa dire. Finalmente Giovanni ebbe un'idea.
«Domattina
domanderò alla maestra» disse.
La fanciulla gli sorrise con
riconoscenza, ricoperse la sua ingenua nudità, ed andò a coricarsi col suo
male.
Il mattino il gonfiore era cresciuto
enormemente, il braccio era immobile, e l'ammalata aveva la febbre violenta.
Bisognò tenerla a letto e chiamare la sua balia per assisterla. Fu ancora la
Lucia che rispose all'appello invece della balia, perché questa lavorava nei
campi, e tutte le sue ore erano occupate.
Quando Giovanni tornò dalla
scuola, disse alla Matta: «La maestra ha detto che bisogna metterci dell'arnica
sulla spalla malata».
La ragazza respinse col braccio
libero le coperte perché potesse applicarle la medicina della maestra; ma
Giovanni riprese un po' mortificato: «Io non ho l'arnica».
Tornarono a guardarsi in silenzio,
poi il fanciullo tornò a dire: «Non l'ho; non so cosa sia». E la Matta rispose:
«Non so». E si ravviò le coperte.
Tutto questo era accaduto quando
Giovanni frequentava la scuola soltanto da pochi mesi.
Poi il tempo passò, ed a misura
che egli faceva progressi nello studio i suoi compagni lo guardavano con
ammirazione, ambivano d'avvicinarlo, gli amministravano ridendo dei pugni
amichevoli, ai quali egli rispondeva con certi spintoni da lasciare l'impronta
in chi li riceveva.
Fu iniziato a tutti i giochi, e
ben presto ne divenne l'iniziatore ed il caporione. Saltare, correre, inseguire
e farsi inseguire, strillare con tutta la forza de' suoi giovani polmoni, erano
cose nuove per Giovanni, che fino allora aveva vissuto solitario. Se ne
appassionò tanto, che le ricreazioni della scuola non gli bastarono più, ed in
casa sua, appena il Dottorino usciva, cercava d'avvezzare la Matta a giocare
con lui.
Si faceva inseguire per le stanze
e le gridava: «Più lesta! Più lesta! Pigliami se ti riesce!».
E la serva faceva dei piccoli
passi colle sue lunghe gambe, perché vedeva che il fanciullo trionfava se a lei
non riusciva di raggiungerlo.
Altre volte egli la faceva
atteggiare colla vita ripiegata innanzi, il dorso teso, ed il capo in giù
contro la parete: «Tu sarai il cavallo» diceva. Poi prendeva la rincorsa
dall'altro capo della stanza e, d'un balzo, le saltava in groppa. La servetta
malingra cedeva come una molla sotto quel peso, e pareva che le sue reni,
allungate da una cresciuta rapida, dovessero spezzarsi. Sovente aveva gli occhi
pieni di lacrime quando si rialzava contorcendosi tutta, e diceva con un
sorriso d'ammirazione: «Come sei pesante!»
Il Dottorino non era uomo da
sprecare quella poca grazia di Dio che aveva, e dalla sua tavola non uscivano
mai di quegli avanzi che possono fomentare l'ingordigia delle persone di
servizio. Per conseguenza la Matta cresceva, cresceva, ma sottile come un
pertichino, e dinoccolata da far pietà; specialmente dopo aver giocato a lungo
con Giovanni, appariva dinoccolata, e le sue ossa scricchiolavano. Alle volte
s'abbandonava sullo scalino del focolare gemendo: «Non ne posso più».
Ma allora il fanciullo diceva:
«Andrò a giocare colla Rachele». E la serva balzava a quella parola, come un
ciuco moribondo sotto la sferzata del padrone, ed era lei che diceva: «No!
ancora; voglio giocare ancora».
La Rachele era figlia unica d'un
piccolo possidente che nel paese passava per un nababbo. Questi aveva comperato
per meno di centomila lire un castellaccio degli antichi signori del
territorio, una specie di fortezza con torri, e muraglioni e fossato e ponte
levatoio, e vi si atteggiava da castellano, con un buon cuoco, un giornale per
favorire il kilo, e pochi amici coi quali beveva, giocava alle carte, ed, a
tempo perso, discuteva e risolveva le questioni più importanti della politica
interna ed estera. Il Dottorino era uno dei più assidui commensali del
castellano, che si chiamava borghesemente
il signor Pedrotti.
«Il Dottorino conosce l'età di
tutti i miei vini» diceva il proprietario. Ed il Dottorino li invecchiava
prodigiosamente senza che l'altro pensasse a correggerlo; in compenso però
parlando di lui diceva volentieri: «Come porta i suoi quarant'anni il nostro
signor Pedrotti!» e gli toglieva due lustri, per bilanciare quei tanti di più
che aveva dati ai vini della sua cantina.
Queste piccole cortesie, che
rendono gradito un ospite all'anfitrione, l'umile medico‑condotto le sapeva
usare come se avesse vissuto lungamente in una corte. In fatto di politica non
si ostinava mai, e qualunque fossero le opinioni del proprietario le accettava
cortesemente, e le approvava. Sapeva
indovinare quando egli aveva voglia di fare una buona risata, e si prestava sempre volentieri a procurargli quel gusto, anche
con sacrificio della propria dignità, e d'altro. Infine non si poteva trovare
commensale più simpatico. Ed il castellano che non era ingrato, gli diceva:
«Porti anche Giovanni, dottore. I signori d'una volta spendevano de' quattrini
per avere chi li tenesse allegri: e, dacché lei lo fa senza salario, è giusto
che almeno io dia da mangiare anche a suo figlio».
Giovanni pranzava in cucina, e
dopo pranzo giocava colla Rachele che aveva la sua stessa età; e quando tornava
dal castello raccontava alla Matta i giochi che aveva fatti, e descriveva le
bambole ed i balocchi della piccina.
Per un pezzo la Matta aveva
ascoltato senza dir nulla, ma s'era mostrata malcontenta di quei racconti. Poi
un giorno gli aveva risposto con un riso di trionfo: «Alla Rachele non puoi
saltare in groppa e farle fare il cavallo». «No» disse Giovanni. «È troppo
piccina, e troppo ben vestita». «Io ho quasi quindici anni» osservò la Matta
ridendo di gioia, e guardò i suoi abiti cenciosi con occhio d'amore.
A nove anni la Rachele fu mandata
all'istituto Bellini di Novara, ed i pranzi al castello riescirono noiosi per
Giovanni. Specialmente l'inverno, quando dopo pranzo non poteva uscire in
giardino, finiva per addormentarsi in un canto della sala, e quando si doveva
svegliarlo erano grugniti, grida, calci, tutte le scene a cui s'abbandona un
ragazzo disturbato nelle delizie del primo sonno.
Per evitare quelle noie il
castellano prese il partito di mandarlo a casa uscendo da tavola. Erano quattro
ore che Giovanni doveva passare da solo a sola colla Matta. Per abbreviare il
tempo, ebbe l'idea d'insegnarle a leggere. La serva si prestò volentieri a quel
gioco tranquillo, e dopo parecchie lezioni riuscì a conoscere l'o. Sia
che Giovanni lo scrivesse, o che le mostrasse in un largo stampato la lettera
circolare, ella ripeteva o, o, e rideva di gioia. Ma le altre
lettere incontrarono maggiori difficoltà ed il fanciullo, impazientito, si
disgustò dell'insegnamento, e cercò altri passatempi.
Trascorsero quattro anni; Giovanni
aveva compiuto il corso delle quattro elementari, e tutto Fontanetto parlava
del suo ingegno fenomenale. Ma in paese non c'era modo di fargli continuare gli
studi.
«Io non ho quattrini per
mantenerlo a studiare in città; lo manderò a custodire le pecore come i figli
dei patriarchi» diceva filosoficamente il Dottorino. Ma non isprecava il fiato
a dirlo ai contadini; era troppo igienista per non sapere che il fiato è
prezioso, e non va speso inutilmente. Lo diceva ai signori.
Il
signor Pedrotti, che aspirava alla sciarpa tricolore, capì che la provvidenza
gli forniva il modo di farsi merito in paese come uomo generoso e benefico. Ed
una sera propose agli altri possidenti di contribuire, tutti in parte uguale,
alla spesa per mandare in collegio «quel povero fanciullo che s'era mostrato
tanto intelligente».
Si misero in sette, e trovarono a
Novara un convento di Oblati dove la pensione era di quaranta lire al mese, e
l'istruzione era buona.
Quando tutto fu concluso, i sette
mecenati chiamarono il Dottorino e Giovanni, ed il signor Pedrotti prese la
parola e fece cadere dall'alto al beneficato la notizia del beneficio.
«Non basta aver del denaro,
bisogna saperlo spendere con intelligenza e generosità; essere caritatevoli.
Questo ragazzo ci sarà riconoscente per tutta la vita del bene che gli
facciamo. Ne faremo un medico per curare i figli dei nostri villani, quando il
Dottorino avrà mangiato il suo ultimo pranzo ed ordinato l'ultimo purgante».
Il Dottorino applaudì caldamente
la facezia, e, calmata l'ilarità, il castellano riprese il discorso ed espose
tutto il piano concertato, gli Oblati, le quaranta lire, i quattro anni di
convento senza vacanze, l'università che verrebbe poi, ecc.
Le manifestazioni di gratitudine
del Dottorino furono tali da appagare i benefattori, i quali osservarono, a sua
lode, che non era «di quei poveri superbi che si danno delle arie dignitose da
principi decaduti, e non si sa mai da che parte pigliarli».
Quanto a Giovanni, conosceva molti
piccoli pecorai che si rotolavano giù per le chine, dormivano sull'erba al
sole, si rincorrevano pei campi, erano in festa tutto il santo giorno; ed
avrebbe preferito il primo disegno di suo padre, di mandarlo a custodire le
pecore. Ma si adattò facilmente a far il dottore grazie alla prospettiva di
andare a Novara, incontro ad una vita tutta nuova.
Partito il fanciullo, la casa del
Dottorino rimase silenziosa come una tomba, e la Matta, contro ogni sua abitudine,
trascurò le faccende, lasciò andar a male qualche piatto, e sarebbe diventata
una cattiva massaia, se non avesse avuto un padrone energico, il quale, anche a
costo di eccitarsi i nervi e di farsi del cattivo sangue, seppe correggerla in
modo che ne portò le traccie per un pezzo, e comprese la necessità di tornare
ai suoi doveri.
Però, quand'era sola, rimaneva
spesso in estasi a guardare gli armadi e le tavole su cui il fanciullo era
balzato tante volte giocando, e gli sorrideva come se lo vedesse là. Un giorno
che, per caso, alzando gli occhi sulla bottega del fornaio, vide un o
fra le lettere dell'insegna, si rallegrò come se avesse trovato un vecchio
amico; non poteva saziarsi di ripetere quella vocale e di guardarla. E d'allora
andò osservando tutte le insegne dei negozi, e quando trovava degli o li
contemplava lungamente, e ne ritraeva gli occhi inondati di lacrime, come se
avesse fissato il sole.
Qualche volta la domenica andava
dalla sua balia, e quando il Dottorino non pranzava in casa, ci rimaneva a
mangiare la polenta. La balia non le badava punto. Nella stagione dei lavori
stava nei campi dall'alba al tramonto, o portava gerle di ghiaia giù dalle
montagne; nell'invernata filava nella stalla fin dopo la mezzanotte, ed aveva sempre un arretrato di sonno che la rendeva stupida.
Si rifaceva un po' la domenica in chiesa, dormendo tutto il tempo delle
funzioni. La vecchia Lucia invece, che faceva la massaia, aveva sempre qualche cosa da insegnare alla Matta; la
festa la conduceva in chiesa con sé, ed a forza di dirle e di ripeterle le sue
orazioni in latino, era riuscita a fargliele imparare. La serva non ne capiva
nulla, e la vecchia neppure. Ma cosa importava? Purché le capisse «quel di
lassù!»
E la Matta ripeteva devotamente
quel guazzabuglio privo di senso al Padre Eterno, perché facesse tornare
Giovanni.
Tratto tratto domandava alla Lucia
quanto le aveva riposto alla Cassa di risparmio, e si rompeva la testa per
calcolare se possedeva abbastanza per comperare un cavallo a dondolo che
Giovanni aveva ammirato in un negozio di Borgomanero.
Dopo quella prima cresciuta rapida
dell'adolescenza, la Matta non s'era allungata più; era rimasta d'una statura
poco superiore alla media, e non era mai ingrassata. Aveva sviluppati i fianchi
e le spalle, ma erano angolosi, e le mancavano tutte le curve tondeggianti che
formano la bellezza della donna. Era bruna di carni, con molti capelli d'un
nero carbone, che, a forza di ungerli, riduceva come un massa compatta e
levigata. Aveva dei grandi occhi neri infossati, con le ciglia lunghe e folte,
e le sopracciglia esagerate che si riunivano sopra il naso corto ed un po'
monco alla punta. Gli zigomi sporgenti, le mandibole larghe, e le labbra
grosse, che lasciavano vedere dei grossi denti bianchi, le davano l'aria d'una
mulatta. A Novara, a ricordanza della vecchia Lucia, c'era stato un negro al
servizio d'una famiglia nobile, che sfoggiava quell'oggetto di curiosità dietro
la carrozza di parata. La Lucia aveva sempre
sospettato che la Matta fosse figlia di quel negro.
Finalmente Giovanni tornò, ma era
così alto, e parlava con una voce così grossa, che la Matta non ebbe più il
coraggio di offrirgli i giocattoli vagheggiati. Egli s'era fatto più rustico
che mai coll'educazione degli Oblati. Salutò suo padre senza espansione, ed
alla serva rivolse appena un cenno del capo dicendo: «Oh, addio, tu!». La Matta
rispose ridendo cogli occhi pieni di lacrime e, per tutto il tempo che stette a
cucinargli il pranzo, continuò a piangere e ridere insieme, ed a ripetere quel
cenno del capo che aveva fatto Giovanni.
Non osava più rivolgergli la
parola, e quando l'udiva parlare esclamava giungendo le mani: «Oh Madonna
Santa! Madonna Santa!».
Non riesciva a persuadersi che
quella statura, e quel vestito da prete, appartenessero al ragazzo che le era
saltato tante volte in groppa per gioco.
I mecenati erano curiosi di vedere
il loro protetto, e volta a volta lo invitarono a pranzo. Erano sempre gli stessi commensali che facevano il giro
delle sette case; ed anche i discorsi si somigliavano: «Si sperava che Giovanni
fosse compreso di riconoscenza per quanto facevano i benefattori; senza la loro
generosità a quell'ora sarebbe stato un villano fra i villani e le pecore...».
«Ed ora invece sei un villanello
fra i signori» aggiungeva lo spiritoso signor Pedrotti, «perché tieni i gomiti
sulla tavola, e non hai ancora ringraziato nessuno...»
Giovanni si faceva rosso, ma non
cessava d'essere taciturno e selvaggio, e d'aggrottare le ciglia come se fosse
in collera.
Il signor Pedrotti fu l'ultimo a dare
il pranzo solenne, perché voleva festeggiare il ritorno di Rachele dal
Collegio.
Quando il Dottorino e suo figlio
entrarono nella vasta sala da pranzo del castello, il signor Pedrotti si
dondolava in una poltrona americana presso la grande porta a vetrate che
metteva in giardino. I vetri erano aperti, ed il sole, guizzando traverso il
fogliame fitto d'un pergolato che sporgeva dinanzi alla porta, entrava,
bizzarramente frastagliato, nella penombra della sala, si posava sul parato dei
muri e sul legno del pavimento in forma di globi bianchi d'ogni dimensione,
sovrapponeva dei rabeschi di luce e d'ombre ai rabeschi tessuti della tovaglia
di Damasco, faceva scintillare l'argenteria ed i cristalli sulla mensa, passava
a fil di spada il signor Pedrotti con un raggio dritto e lucente come una lama
d'acciaio.
Era una scena fresca, estiva,
signorile, che doveva inspirare un senso d'ineffabile benessere, dopo una corsa
sotto il sollione d'agosto.
Ma Giovanni non ne parve affatto
contento; fece un passo indietro come se volesse fuggire, ed una vampa di
rossore gli salì al volto, mentre stringeva convulsamente il suo cappello a
tricorno da oblato.
All'angolo della tavola, ritta e
sorridente, aveva veduta Rachele, la compagna dei suoi giochi infantili,
ch'egli aveva dominata altre volte colla sua forza e colla sua audacia, e che
ora dominava lui colla superiorità del lusso e della bellezza.
Non aveva che la divisa del
collegio di percalle chiaro, con un largo goletto increspato ed un fiore di
verbena scarlatto nei capelli. Ma erano colori freschi, e la sua figura stessa
dava alla toeletta un'apparenza di lusso. Aveva quella bianchezza abbagliante,
quel colorito roseo vivace, che nella prima gioventù bastano da soli a
costituire, o almeno a dare l'illusione della bellezza. Aveva i capelli d'un
bel biondo d'oro, gli occhi azzurri, le labbra vermiglie; era una di quelle
figure chiare ed appariscenti che fanno impressione a prima vista, ed al cui
confronto le brune anche più belle rimangono eclissate.
«Mia figlia» disse con orgoglio il
signor Pedrotti. Ed il Dottorino dopo aver esclamato che era un angelo,
canticchiò galantemente: «Sei tu dal ciel discesa, o in ciel son io con te?» ed
il signor Pedrotti posò il giornale per ridere più liberamente. Ma mentre
dondolando il capo e premendosi le mani sul cuore il Dottorino ripeteva: «Son
io, son io, o in ciel son io, son io con te» gli cadde sott'occhio il suo
indegno figliolo, che, tutto rosso in viso e ridicolo nella sua grottesca
vestitura da prete, si rannicchiava contro lo stipite della porta, come se
volesse insinuarsici e sparire fra l'uscio ed il muro. È doloroso, quando s'è
fatto tanto per guadagnarsi la benevolenza di tutto il paese, vedere il nostro
unico discendente tanto degenere, da non sapere non solo imitare, ma neppure
apprezzare le belle qualità paterne; ed il Dottorino, ferito appunto nel suo
cuore di padre al riconoscere che Giovanni pareva mortificato di trovarsi là
con lui invece di gloriarsene, lo andò a pigliare per un orecchio e gli disse:
«Vieni qui, orso, e bacia la mano al tuo benefattore, e fa un complimento alla
tua bella benefattrice».
Ma Giovanni nella sua rustichezza
non sapeva inchinarsi né baciar la mano a nessuno. Si fece più rosso ancora,
tanto che gli si gonfiarono le vene della fronte e gli occhi parvero
schizzargli fuori delle orbite, e si tirò indietro senza parlare, salutando
appena. Allora il Dottorino, che capiva di dover dare una soddisfazione al
signor Pedrotti per riparare quella malagrazia del collegiale, lo respinse con
un urtone dicendogli: «Va malcreato: non credo nemmanco che tu sia mio figlio».
Giovanni andò ad urtare contro la
tavola che fece un gran tintinnio, poi si rimise in equilibrio, e, senza alzare
gli occhi, rimase là immobile, ma colle mani tremanti e le labbra convulse, impallidito
d'un tratto come se gli avessero cavato tutto il sangue.
«Lo lasci stare, dottore» disse il
signor Pedrotti facendo spallucce. «È un ragazzaccio male educato, ma d'ingegno
ne ha molto, e col tempo capirà quello che ci deve. Ne faremo un grand'uomo».
Giunsero gli altri commensali,
ammirarono Rachele, salutarono, parlarono forte, dissero le notizie del giorno,
il signor Pedrotti raccontò e fece ripetere il complimento del Dottorino: «Sei
tu dal ciel discesa, o in ciel son io, son io con te...» e tutti risero, si
mossero per la sala, applaudirono, approvarono il madrigale, fecero chiasso;
soltanto Giovanni rimase là presso la tavola, goffo, impacciato, urtato da uno,
esaminato da un altro che gli rideva dinanzi, non curato, sprezzato da tutti.
Rachele però lo guardava con
occhio di compassione, ed appena suo padre ed i commensali ebbero avviato un
discorso tra loro, si fece accanto a Giovanni, e gli disse: «Vuole che usciamo
un momento in giardino?». Egli alzò gli occhi a metà, guardò il tratto che doveva
percorrere, e vedendolo sgombro da' suoi benefattori, si fermò sotto il
pergolato senza dir nulla, senza voltarsi indietro, consolato d'essere uscito
di là.
Rachele lo aveva seguito, ed era
anche lei un po' confusa della scena accaduta.
«Sono finite le rose!» disse
staccando qualche foglia da un rosaio che aveva dinanzi; poi soggiunse: «Ha
veduto come è carico di frutti quel nespolo laggiù?». E si avviò lentamente e
volgendo il capo verso Giovanni per invitarlo a seguirla. Ed egli la seguì; ma
era ancora avvilito, e disse appena a bocca stretta che infatti erano
moltissimi, quei frutti; poi, sentendo sonare la campana del pranzo, si avviò
verso sala, come se gli premesse di rientrarvi.
Alcuni invitati avevano dei bambini,
ed il signor Pedrotti aveva fatto apparecchiare una piccola tavola a parte pei
bambini e per Giovanni. Rachele, mentre suo padre assegnava i posti ai
commensali della tavola grande, disse a Giovanni: «Lei è pregato di fare il
babbo a questi signorini, altrimenti chissà che chiasso farebbero» e gli indicò
una sedia dalla quale voltava il dorso alla compagnia, e non era obbligato a
sostenerne gli sguardi.
Giovanni provò un momento di
sollievo al sentirsi così isolato, e disse un grazie chiaro e punto rustico. E
dopo il pranzo durante il quale i mecenati che non lo vedevano l'avevano
dimenticato, quando tutti andavano e venivano pel giardino colle chicchere del
caffè, e ridevano fra loro, egli si accostò a Rachele e le disse: «Ha pranzato
bene, signorina?».
«Bene,
grazie; e lei?» rispose con dolcezza la giovinetta.
«Oh io sono stato benissimo là»
esclamò Giovanni, guardandola con riconoscenza. «La ringrazio d'avermi messo
coi bambini».
Stettero un momento senza dir
nulla poi Giovanni ripigliò: «Favorisca salutare il suo babbo: io non voglio
disturbarlo». Ed uscì in fretta come se fuggisse.
La Matta fu attonita di vederlo
tornare così presto, che il sole era ancora alto; e disse a mezza voce, com'era
sua abitudine: «Sta più volentieri a casa che al castello». Guardò lungamente
l'uscio della camera dove Giovanni s'era rinchiuso; poi sospirò: «Peccato che
non giochi più!». E quella sera non scese ad udir chiacchierare le comari del
vicinato.
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