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Maria Antonietta Torriani Torelli-Viollier alias Marchesa Colombi
Il tramonto d’un ideale

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  • III
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III

 

Rachele aveva una serie di parenti a Borgomanero, a Boca, a Maggiora, ad Orta; era sempre in giro col suo babbo a far visite. Ed il Dottorino era stato troppo umiliato dal contegno di suo figlio al castello, per aver voglia di ricondurvelo, le poche volte che i castellani, tra visita e visita, lo invitavano a pranzo.

«Finché abbia spogliati gli abiti e la selvatichezza degli Oblati, con me non ci verrà più» diceva a Rachele quando gli domandava di lui.

Così finirono le vacanze, e Giovanni andò a Torino per gli studi universitari, senza aver più riveduta la sua compagna d'infanzia. Ma appena ebbe un amico gli parlò di lei, dei loro giochi infantili. E poi narrò come s'era fatta alta negli anni del collegio; descrisse la sua bellezza, l'aria da gran dama, il contegno maestoso... Però tutta tutta la verità del loro unico incontro non ebbe il coraggio di confessarla: e neppure il suo disgraziato abito da oblato. Preferì confidare all'amicizia i suoi disegni e le sue speranze.

Intanto gli abiti da prete erano rimasti indietro colle memorie del seminario e colle timidezze da adolescente. La vita dello studente a Torino, il vedersi vestito come gli altri giovinotti, la simpatia dei compagni, e la considerazione che gli acquistava il suo ingegno, gli ridavano la sua audacia naturale. Malgrado l'ammirazione vivissima che risentiva per Rachele, non mancava di prendere parte a tutti gli spassi de' suoi compagni; e, nella misura della sua piccola borsa, non trascurava nessun mezzo per acquistare l'esperienza della vita. Gli premeva di spogliarsi della rustichezza, dell'ingenuità, della selvatichezza da chierico di cui arrossiva. Doveva essere bello, elegante per presentarsi a lei: doveva saper discorrere con garbo, con spirito; ed aver fatti degli esami che fossero una splendida promessa pel suo avvenire. Diceva al suo amico: «Il Tale, che ora è deputato d'un collegio di M., ed ha scritto questo e quest'altro, era figlio d'una lattivendola. Il Talaltro che è stato ministro, nella sua gioventù faceva il sarto». Citava Rossini, Beethoven, Haydin, e sopra tutti Shakespeare; egli pure si sentiva di poter salire.

«Sarò un avvocato celebre, come Brofferio. (Allora Brofferio era al colmo della sua gloria). Guadagnerò cinquantamila lire all'anno. Verranno da lontano per sentire le mie difese. Tutta Fontanetto vorrà esserci...».

Fin allora non parlava di matrimonio. Era tutta una poesia d'amore; Rachele doveva risentire pel suo ingegno, pei suoi trionfi oratorii, per la sua fama, altrettanta ammirazione quanta egli ne provava per lei.

Diceva ingenuamente: «È così bianca e bionda, e profumata, i suoi abiti sono così belli ed i suoi atti così composti, che soggezione; non si osa parlarle, parrebbe un'audacia; è qualche cosa di superiore a noi. Io arrossivo della mia voce grossa, dopo aver udita la sua, e mi vergognavo di camminare dopo averla veduta lei muoversi con tanta grazia. Mi pareva che, se le avessi stretta la mano, avrei lasciata un'impronta sulla sua; e del resto non avrei mai avuto il pensiero di farlo, come non avrei mai sognato di stringere la mano alla regina». Accennava le dame che andavano in carrozza in Piazza d'Armi e diceva: «È come questa, ma più bianca; è come quest'altra, ma più bionda; è come quella terza...» ma anche la terza e tutte avevano qualche perfezione di meno. Tra lui e quelle dame cittadine non gli pareva che ci fosse l'enorme distanza che aveva sentita tra lui e Rachele. E non pensava che con queste si misurava in circostanze meno sfavorevoli.

 

Venne l'autunno, e con esso le vacanze, e Giovanni tornò a Fontanetto. Quando il signor Pedrotti annunciò a sua figlia che lo studente era in paese, e che lo aveva invitato a pranzo pel giorno seguente, la Rachele gli disse con accento impietosito: «Oh Dio, babbo! non potevi fare a meno d'invitarlo? È tanto timido che soffre a trovarsi qui fra tanta gente».

«È timido e fa bene ad esserlo» rispose il signor Pedrotti. «Io non posso soffrire i ragazzi spavaldi. Egli sa qual è la sua condizione, e sta al suo posto. Questo prova che ha ingegno, e se saprà condursi sempre così, farà strada: vedrai. Intanto, per non dargli soggezione lo metteremo alla tavola dei bambini; ho invitato appunto tutti i bambini dei commensali, come l'anno scorso...»

Rachele non se lo fece dire due volte; e quando fu sicura d'aver posto il suo compagno di infanzia al riparo dalle umiliazioni, mise un gran respiro e disse: «Tutto per il meglio». Poi pensò ai suoi obblighi di padrona di casa; si vestì colla sua semplicità da giovinetta; un abito chiaro senza fronzoli, senza gale, affatto indipendente dalla moda, una bella collaretta bianca increspata come l'aveva sempre portata in collegio, un grembiule bianco col petto e l'orlo ricamati, ed un fiore ne' capelli. E discese sorridente, ed accolse i primi commensali arrossendo molto, con molto riserbo, ma senza goffaggine, col garbo e la disinvoltura che le erano naturali. Tratto tratto guardava verso il cortile, un po' impensierita dall'ingresso di Giovanni... Doveva ripetersi la scena dell'anno innanzi? Avrebbe voluto evitarla, ma non sapeva come fare.

Il Dottorino tardava. Il signor Pedrotti cominciava a guardare l'orologio sul camino, ed a contare, di cinque in cinque minuti, il tempo che passava. I convitati avevano già tirato in campo il discorso di circostanza del quarto legale, dopo il quale non c'è più obbligo d'aspettare, e ciondolavano per la sala guardando la mensa, leggicchiando i nomi sui tovaglioli, dando una occhiata ad un quadro, una capatina alla finestra, parlando a frasi tronche, dimenandosi come anime in pena.

Era una tempesta che s'ingrossava per scoppiare poi sul capo del povero capro emissario. Rachele, che la prevedeva, staccò alcuni fiori da un gran mazzo che ornava la mensa, ed andò a metterli in una coppa che pose sulla tavola dei bambini. Nella gentilezza del suo animo, pensava di preparare un compenso ai rabbuffi che toccherebbero al piccolo selvaggio.

Mentre era voltata e curva verso la tavola, udì una voce chiara un po' tremante, con un timbro metallico come le note alte di tenore, che diceva: «Siamo in ritardo, nevvero? Ho veduto che il babbo non giungeva, e sono venuto io a fare le nostre scuse…».

Rachele si voltò meravigliata, e riconobbe appena il chierichetto dell'anno prima nel bel giovinetto che le si fece incontro. Ma Giovanni aveva presunto troppo dalle proprie forze, e quando si trovò dinanzi a lei si fece rosso come una fiamma, non osò porgerle la mano, e stette troppo a lungo inchinato pensando una parola da dire, un saluto che non fosse dei soliti, e non trovò che questo: «Buon giorno signorina: come sta?».

 

Era cresciuto molto, ed omai aveva una bella statura; era svelto e ben fatto. Aveva il collo un po' lungo, la testa piccola, dei bei capelli neri ondulati e rigonfi, gli occhi neri infossati, le guancie leggermente salienti sotto gli occhi, ed un po' colorite in alto, come le dipingono gli artisti da teatro per dare più calore allo sguardo. Infatti il suo sguardo aveva un ardore, che correggeva la timidezza de' suoi modi, o la faceva dimenticare. Aveva le labbra di un rosso vivo liscie e grosse, i denti lunghi e bianchissimi, il sorriso fine. Una bocca incantevole che faceva pensare con rincrescimento ai baffi futuri che l'avrebbero coperta. Era un bellissimo giovine; ma la bellezza, che è sempre tanto difficile a portare per un uomo!, egli la portava con semplicità perché la ignorava, o almeno non ne traeva argomento di vanità. Si considerava sempre molto al disotto della Rachele, e si proponeva d'innalzarsi fino a lei col suo ingegno, collo studio, col lavoro, con mezzi più serii e più difficili che non la bellezza.

«Grazie, signor Giovanni; e lei come sta?» rispose Rachele un po' confusa, facendosi rossa anche lei. E quelle parole tanto semplici fecero un gran piacere a Giovanni, perché erano dette in modo da lasciargli indovinare che anche la sua compagna d'infanzia cominciava ad essere imbarazzata dinanzi a lui; che si metteva in soggezione, ed arrossiva per lui come per un altro.

Mentre si scambiavano quel saluto giunse il Dottorino, e tutti si accostarono alla tavola cercando i loro posti. Questa volta Rachele non sapeva come fare a dire a quel giovinotto elegante, che doveva sedere alla tavola dei bambini; e rimaneva in piedi tra le due mense con un piglio impacciato.

Ma Giovanni, che non aveva spogliata del tutto la sua selvatichezza, e sfuggiva sempre volentieri alla protezione impertinente de' suoi mecenati, fece uno sforzo e vinse la propria timidezza per rassicurare Rachele e sé stesso.

«Spero» disse colla voce un po' tremante, «che non mi vorranno separare da' miei piccoli amici. Abbiamo fatto conoscenza l'anno scorso...»

I bambini lo guardarono sgranando gli occhi ed aprendo la bocca per lo stupore. Non lo riconoscevano affatto, quel bel signorino.

Giovanni sedette in mezzo a loro, e ogni soggezione scomparve. Serví i piccoli commensali, tagliò la carne nei piatti, spezzò il pane, poi cercò di farsi riconoscere: «Una volta c'erano sei bambini...» e li descrisse coi loro difettucci, che li fecero ridere ed arrossire ciascuno alla sua volta.

«E c'era un ragazzaccio più grande di loro, vestito da prete, con una zimarra così e così, con un cappello a questo modo...» e tirò via a fare la propria caricatura.

I bambini finirono per ricordarsi e raffigurarlo; e fu un ridere, una chiassata, un'allegria tale, che alla mensa vicina non s'udivano più l'un coll'altro, e le burle del Dottorino, che pure da trent'anni parevano sempre divertevoli, non riuscivano a suscitare la solita ilarità.

A poco a poco i discorsi gravi di politica e di interessi municipali furono abbandonati, e tutti quei personaggi seri, consiglieri del Comune e della Provincia, amministratori di Opere Pie, si trovarono col capo inclinato e l'orecchio teso verso la tavola dei bambini, dando retta se potevano afferrare qualche parola, che li facesse partecipare a quell'allegria.

Il signor Pedrotti, però, non la prendeva in buona parte, come gli altri, la metamorfosi del suo beneficato. La sua idea era sempre stata di atteggiarsi a protettore, di incoraggiare con una parola buona fatta cadere dall'alto quel giovinetto inconscio del proprio valore, e d'aver lui il vanto d'avere scoperto un genio ignorato. E voleva che Giovanni, standogli dinanzi, fosse compreso di tanta riverenza, da non osar di parlare senza essere interrogato. Quella libertà di spirito, tutta nuova nel ragazzo, gli parve una mancanza di rispetto. Volle riaverlo sott'occhio per tenerlo a segno e gli disse con una certa ironia: «Poiché sei tanto allegro, vieni qui. Facci un po' ridere anche noi».

Giovanni, che nella rigidezza inesorabile de' suoi principii, aveva tutta l'inesperienza de' suoi diciott'anni, si sentì offeso come se gli avessero detto: «Vieni a fare il buffone» e poi avessero anche soggiunto: «come fa tuo padre».

Fare la figura del parassita che faceva il Dottorino, era il suo grande spavento; stava sempre in guardia per non caderci, ed era scontroso per paura di esser servile.

Si alzò per obbedire; ma nel suo cuore si propose severamente di non prestarsi «a quella parte ignobile da giullare». Il posto che gli venne offerto si trovò, per combinazione, accanto a Rachele; forse perché, nella sua cortesia da padrona di casa, era stata la prima a tirarsi da parte.

Ma la presenza di Giovanni non portò nessuna allegria alla tavola signorile. Egli stava sulle difese, ed assumeva modi riservati, serii, da gentiluomo. Avviò colla sua vicina un discorso sulla letteratura; ed essendo romantico e puritano, sparlò dei novatori, e fece un lungo elogio dei Promessi Sposi, insistendo sui miglioramenti della seconda edizione.

La Rachele aveva letti i Promessi Sposi in collegio, ma non aveva badato all'edizione e non sapeva che differenza ci fosse fra la prima e la seconda.

Immaginandosi di far cosa grata al suo ospite, disse che aveva letta la prima edizione, e che si struggeva di conoscere la seconda. Si mostrò anzi desolata di esser giunta alla sua età senza aver letti i Promessi Sposi corretti. Giovanni le offrì premurosamente di portarglieli, ed ella diede segni di grande gioia.

Ma il signor Pedrotti li interruppe: «Che bisogno c'era di farne una seconda edizione?». Quel discorso letterario era contrario alle abitudini di Fontanetto, e dava sui nervi al castellano. Egli considerava i letterati come gente sfaccendata ed inutile; non capiva che si spendessero quattrini pei libri, i quali «se anche si leggono, dopo letti non servono più a nulla». Ed esclamava con sussiego: «Mio Dio! Da dove cavano da vivere costoro?» poi soggiungeva severamente: «Farebbero meglio a lavorare».

Quando tornava, dopo aver visitati i suoi campi e le sue piantagioni, pigliava il giornale di Torino, a cui era abbonato, e diceva ridendo: «Ed ora vediamo come si piantano le carote». Era una facezia del Dottorino che il Pedrotti aveva fatta sua da dieci anni, e che il Dottorino applaudiva sempre come un tratto di spirito del castellano.

Quand'ebbe giudicati i Promessi Sposi, il signor Pedrotti si volse alla sua vicina, e le disse con aria furba: «Ho fatto allungare la tavola un metro di più quest'anno, ma un'altra volta che avrò il piacere di ricevere delle signore, dovrò anche far allargare gli usci».

Alludeva alla crinolina, e tutti si misero a ridere, ed il Dottorino canticchiò il ritornello d'una canzone che era di moda fra il popolino di Novara:

 

«La stella cometa la vegn ai vot or.

E i donn in giornada gh'an sott el vapor»

 

E si rise daccapo, poi si parlò della cometa, che era il grande avvenimento dell'annata; si ripeterono in proposito i pregiudizi dei contadini: «Segno d'epidemia?», «Una gran guerra o una gran carestia» ecc. ecc. Ci furono delle risate, ma su certe fronti appare poi un'ombra d'inquietudine, se avessero ragione i contadini?

«La Castalda» narrò il Pedrotti «mi disse che l'altra sera la cometa scopava il cortile colla sua gran coda; e poi esclamò: "Poveri noi! Poveri noi!" Domandai perché; e mi rispose: "Non capisce? Scopava via il raccolto". È un avviso. Ah! Ah! Ah!».

Aspettava una risposta del Dottorino; e, vedendolo intento a discorrere colla sua vicina, gli gridò ammiccando: «Eh! Dottorino! Scopava via il raccolto la cometa!».

«Sie! Vorrei averlo io tutto quello che rimane dopo la scopatura» s'affrettò a rispondere il Dottorino, che l'aveva già detto la sera prima in farmacia. Era la risposta che voleva il Pedrotti, sempre lusingato di sentire che altri desiderava quanto egli possedeva. Diede l'intonazione dell'ilarità, e risero ancora, e su quel tono avrebbero tirato via a ridere fino a sera.

Ma neppure gli spiriti più eletti si trovano sempre in perfetto accordo. Dirimpetto a Giovanni c'era la moglie del segretario comunale che non prendeva parte all'allegria generale.

Era una donna sulla quarantina, lunga, magra, bionda, col viso arrossato dal sole, il che, da lontano, le dava una falsa apparenza di freschezza, e fomentava le sue pretese alla gioventù. Era sempre accigliata; parlava sempre colla bocca stretta, e con un piglio così aspro, che aveva l'aria d'ingiuriare la gente. Invece diceva sempre delle gentilezze, ed anche delle cose dolci: «Rachele, questa sera sei bella come un fiore» ed era come se avesse detto: «Come t'è venuto in mente di vestirti a quel modo?». Aveva la mania di cantare le romanze più languide del repertorio invecchiato in città:

 

«Non mi chiamate più biondina bella,

 

(qui il Dottorino susurrava invariabilmente che nessuno ci pensava più da un pezzo)

 

Chiamatemi biondina sventurata».

 

 

 




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