|
III
Rachele
aveva una serie di parenti a Borgomanero, a Boca, a Maggiora, ad Orta; era sempre in giro col suo babbo a far visite. Ed il
Dottorino era stato troppo umiliato dal contegno di suo figlio al castello, per
aver voglia di ricondurvelo, le poche volte che i castellani, tra visita e visita,
lo invitavano a pranzo.
«Finché abbia spogliati gli abiti
e la selvatichezza degli Oblati, con me non ci verrà più» diceva a Rachele
quando gli domandava di lui.
Così finirono le vacanze, e
Giovanni andò a Torino per gli studi universitari, senza aver più riveduta la
sua compagna d'infanzia. Ma appena ebbe un amico gli parlò di lei, dei loro
giochi infantili. E poi narrò come s'era fatta alta negli anni del collegio;
descrisse la sua bellezza, l'aria da gran dama, il contegno maestoso... Però
tutta tutta la verità del loro unico incontro non ebbe il coraggio di
confessarla: e neppure il suo disgraziato abito da oblato. Preferì confidare
all'amicizia i suoi disegni e le sue speranze.
Intanto gli abiti da prete erano
rimasti indietro colle memorie del seminario
e colle timidezze da adolescente. La vita dello studente a Torino, il vedersi
vestito come gli altri giovinotti, la simpatia dei compagni, e la
considerazione che gli acquistava il suo ingegno, gli ridavano la sua audacia
naturale. Malgrado l'ammirazione vivissima che risentiva per Rachele, non
mancava di prendere parte a tutti gli spassi de' suoi compagni; e, nella misura
della sua piccola borsa, non trascurava nessun mezzo per acquistare
l'esperienza della vita. Gli premeva di spogliarsi della rustichezza,
dell'ingenuità, della selvatichezza da chierico di cui arrossiva. Doveva essere
bello, elegante per presentarsi a lei: doveva saper discorrere con garbo, con
spirito; ed aver fatti degli esami che fossero una splendida promessa pel suo
avvenire. Diceva al suo amico: «Il Tale, che ora è deputato d'un collegio di
M., ed ha scritto questo e quest'altro, era figlio d'una lattivendola. Il
Talaltro che è stato ministro, nella sua gioventù faceva il sarto». Citava
Rossini, Beethoven, Haydin, e sopra tutti Shakespeare; egli pure si sentiva di
poter salire.
«Sarò un avvocato celebre, come
Brofferio. (Allora Brofferio era al colmo della sua gloria). Guadagnerò
cinquantamila lire all'anno. Verranno da lontano per sentire le mie difese.
Tutta Fontanetto vorrà esserci...».
Fin allora non parlava di
matrimonio. Era tutta una poesia d'amore; Rachele doveva risentire pel suo
ingegno, pei suoi trionfi oratorii, per la sua fama, altrettanta ammirazione
quanta egli ne provava per lei.
Diceva ingenuamente: «È così bianca
e bionda, e profumata, i suoi abiti sono così belli ed i suoi atti così
composti, che dà soggezione; non si osa parlarle, parrebbe un'audacia; è
qualche cosa di superiore a noi. Io arrossivo della mia voce grossa, dopo aver
udita la sua, e mi vergognavo di camminare dopo averla veduta lei muoversi con
tanta grazia. Mi pareva che, se le avessi stretta la mano, avrei lasciata
un'impronta sulla sua; e del resto non avrei mai avuto il pensiero di farlo,
come non avrei mai sognato di stringere la mano alla regina». Accennava le dame
che andavano in carrozza in Piazza d'Armi e diceva: «È come questa, ma più
bianca; è come quest'altra, ma più bionda; è come quella terza...» ma anche la
terza e tutte avevano qualche perfezione di meno. Tra lui e quelle dame cittadine
non gli pareva che ci fosse l'enorme distanza che aveva sentita tra lui e
Rachele. E non pensava che con queste si misurava in circostanze meno
sfavorevoli.
Venne l'autunno, e con esso le
vacanze, e Giovanni tornò a Fontanetto. Quando il signor Pedrotti annunciò a
sua figlia che lo studente era in paese, e che lo aveva invitato a pranzo pel
giorno seguente, la Rachele gli disse con accento impietosito: «Oh Dio, babbo!
non potevi fare a meno d'invitarlo? È tanto timido che soffre a trovarsi qui
fra tanta gente».
«È timido e fa bene ad esserlo»
rispose il signor Pedrotti. «Io non posso soffrire i ragazzi spavaldi. Egli sa
qual è la sua condizione, e sta al suo posto. Questo prova che ha ingegno, e se
saprà condursi sempre così, farà
strada: vedrai. Intanto, per non dargli soggezione lo metteremo alla tavola dei
bambini; ho invitato appunto tutti i bambini dei commensali, come l'anno
scorso...»
Rachele non se lo fece dire due
volte; e quando fu sicura d'aver posto il suo compagno di infanzia al riparo dalle
umiliazioni, mise un gran respiro e disse: «Tutto per il meglio». Poi pensò ai
suoi obblighi di padrona di casa; si vestì colla sua semplicità
da giovinetta; un abito chiaro senza fronzoli, senza gale, affatto indipendente
dalla moda, una bella collaretta bianca increspata come l'aveva sempre portata in collegio, un grembiule bianco col
petto e l'orlo ricamati, ed un fiore ne' capelli. E discese sorridente, ed
accolse i primi commensali arrossendo molto, con molto riserbo, ma senza
goffaggine, col garbo e la disinvoltura che le erano naturali. Tratto tratto
guardava verso il cortile, un po' impensierita dall'ingresso di Giovanni...
Doveva ripetersi la scena dell'anno innanzi? Avrebbe voluto evitarla, ma non
sapeva come fare.
Il Dottorino tardava. Il signor
Pedrotti cominciava a guardare l'orologio sul camino, ed a contare, di cinque
in cinque minuti, il tempo che passava. I convitati avevano già tirato in campo
il discorso di circostanza del quarto legale, dopo il quale non
c'è più obbligo d'aspettare, e ciondolavano per la sala guardando la mensa,
leggicchiando i nomi sui tovaglioli, dando una occhiata ad un quadro, una
capatina alla finestra, parlando a frasi tronche, dimenandosi come anime in
pena.
Era una tempesta che s'ingrossava
per scoppiare poi sul capo del povero capro emissario. Rachele, che la
prevedeva, staccò alcuni fiori da un gran mazzo che ornava la mensa, ed andò a
metterli in una coppa che pose sulla tavola dei bambini. Nella gentilezza del
suo animo, pensava di preparare un compenso ai rabbuffi che toccherebbero al
piccolo selvaggio.
Mentre era voltata e curva verso
la tavola, udì una voce chiara un po' tremante, con un timbro metallico come le
note alte di tenore, che diceva: «Siamo in ritardo, nevvero? Ho veduto che il
babbo non giungeva, e sono venuto io a fare le nostre scuse…».
Rachele si voltò meravigliata, e
riconobbe appena il chierichetto dell'anno prima nel bel giovinetto che le si
fece incontro. Ma Giovanni aveva presunto troppo dalle proprie forze, e quando
si trovò dinanzi a lei si fece rosso come una fiamma, non osò porgerle la mano,
e stette troppo a lungo inchinato pensando una parola da dire, un saluto che
non fosse dei soliti, e non trovò che questo: «Buon giorno signorina: come
sta?».
Era cresciuto molto, ed omai aveva
una bella statura; era svelto e ben fatto. Aveva il collo un po' lungo, la
testa piccola, dei bei capelli neri ondulati e rigonfi, gli occhi neri
infossati, le guancie leggermente salienti sotto gli occhi, ed un po' colorite
in alto, come le dipingono gli artisti da teatro per dare più calore allo
sguardo. Infatti il suo sguardo aveva un ardore, che correggeva la timidezza
de' suoi modi, o la faceva dimenticare. Aveva le labbra di un rosso vivo liscie
e grosse, i denti lunghi e bianchissimi, il sorriso fine. Una bocca incantevole
che faceva pensare con rincrescimento ai baffi futuri che l'avrebbero coperta.
Era un bellissimo giovine; ma la bellezza, che è sempre
tanto difficile a portare per un uomo!, egli la portava con semplicità perché la ignorava, o almeno non ne
traeva argomento di vanità. Si considerava sempre
molto al disotto della Rachele, e si proponeva d'innalzarsi fino a lei col suo
ingegno, collo studio, col lavoro, con mezzi più serii e più difficili che non
la bellezza.
«Grazie, signor Giovanni; e lei
come sta?» rispose Rachele un po' confusa, facendosi rossa anche lei. E quelle
parole tanto semplici fecero un gran
piacere a Giovanni, perché erano dette in modo da lasciargli indovinare che
anche la sua compagna d'infanzia cominciava ad essere imbarazzata dinanzi a
lui; che si metteva in soggezione, ed arrossiva per lui come per un altro.
Mentre si scambiavano quel saluto
giunse il Dottorino, e tutti si accostarono alla tavola cercando i loro posti.
Questa volta Rachele non sapeva come fare a dire a quel giovinotto elegante,
che doveva sedere alla tavola dei bambini; e rimaneva in piedi tra le due mense
con un piglio impacciato.
Ma Giovanni, che non aveva
spogliata del tutto la sua selvatichezza, e sfuggiva sempre
volentieri alla protezione impertinente de' suoi mecenati, fece uno sforzo e
vinse la propria timidezza per rassicurare Rachele e sé stesso.
«Spero» disse colla voce un po'
tremante, «che non mi vorranno separare da' miei piccoli amici. Abbiamo fatto
conoscenza l'anno scorso...»
I bambini lo guardarono sgranando
gli occhi ed aprendo la bocca per lo stupore. Non lo riconoscevano affatto,
quel bel signorino.
Giovanni sedette in mezzo a loro,
e là ogni soggezione scomparve. Serví i piccoli commensali, tagliò la carne nei
piatti, spezzò il pane, poi cercò di farsi riconoscere: «Una volta c'erano sei
bambini...» e li descrisse coi loro difettucci, che li fecero ridere ed
arrossire ciascuno alla sua volta.
«E c'era un ragazzaccio più grande
di loro, vestito da prete, con una zimarra così e così, con un cappello a
questo modo...» e tirò via a fare la propria caricatura.
I bambini finirono per ricordarsi
e raffigurarlo; e fu un ridere, una chiassata, un'allegria tale, che alla mensa
vicina non s'udivano più l'un coll'altro, e le burle del Dottorino, che pure da
trent'anni parevano sempre
divertevoli, non riuscivano a suscitare la solita ilarità.
A poco a poco i discorsi gravi di
politica e di interessi municipali furono abbandonati, e tutti quei personaggi
seri, consiglieri del Comune e della Provincia, amministratori di Opere Pie, si
trovarono col capo inclinato e l'orecchio teso verso la tavola dei bambini,
dando retta se potevano afferrare qualche parola, che li facesse partecipare a
quell'allegria.
Il signor Pedrotti, però, non la
prendeva in buona parte, come gli altri, la metamorfosi del suo beneficato. La
sua idea era sempre stata di
atteggiarsi a protettore, di incoraggiare con una parola buona fatta cadere
dall'alto quel giovinetto inconscio del proprio valore, e d'aver lui il vanto
d'avere scoperto un genio ignorato. E voleva che Giovanni, standogli dinanzi,
fosse compreso di tanta riverenza, da non osar di parlare senza essere
interrogato. Quella libertà di spirito, tutta nuova nel ragazzo, gli parve una
mancanza di rispetto. Volle riaverlo sott'occhio per tenerlo a segno e gli
disse con una certa ironia: «Poiché sei tanto allegro, vieni qui. Facci un po'
ridere anche noi».
Giovanni, che nella rigidezza
inesorabile de' suoi principii, aveva tutta l'inesperienza de' suoi
diciott'anni, si sentì offeso come se gli avessero detto: «Vieni a fare il
buffone» e poi avessero anche soggiunto: «come fa tuo padre».
Fare la figura del parassita che
faceva il Dottorino, era il suo grande spavento; stava sempre
in guardia per non caderci, ed era scontroso per paura di esser servile.
Si alzò per obbedire; ma nel suo
cuore si propose severamente di non prestarsi «a quella parte ignobile da
giullare». Il posto che gli venne offerto si trovò, per combinazione, accanto a
Rachele; forse perché, nella sua cortesia da padrona di casa, era stata la
prima a tirarsi da parte.
Ma la presenza di Giovanni non
portò nessuna allegria alla tavola signorile. Egli stava sulle difese, ed
assumeva modi riservati, serii, da gentiluomo. Avviò colla sua vicina un
discorso sulla letteratura; ed essendo romantico e puritano, sparlò dei
novatori, e fece un lungo elogio dei Promessi Sposi, insistendo sui
miglioramenti della seconda edizione.
La Rachele aveva letti i Promessi
Sposi in collegio, ma non aveva badato all'edizione e non sapeva che
differenza ci fosse fra la prima e la seconda.
Immaginandosi di far cosa grata al
suo ospite, disse che aveva letta la prima edizione, e che si struggeva di
conoscere la seconda. Si mostrò anzi desolata di esser giunta alla sua età
senza aver letti i Promessi Sposi corretti. Giovanni le offrì
premurosamente di portarglieli, ed ella diede segni di grande gioia.
Ma il signor Pedrotti li
interruppe: «Che bisogno c'era di farne una seconda edizione?». Quel discorso
letterario era contrario alle abitudini di Fontanetto, e dava sui nervi al
castellano. Egli considerava i letterati come gente sfaccendata ed inutile; non
capiva che si spendessero quattrini pei libri, i quali «se anche si leggono,
dopo letti non servono più a nulla». Ed esclamava con sussiego: «Mio Dio!
Da dove cavano da vivere costoro?» poi soggiungeva severamente: «Farebbero
meglio a lavorare».
Quando tornava, dopo aver visitati
i suoi campi e le sue piantagioni, pigliava il giornale di Torino, a cui era
abbonato, e diceva ridendo: «Ed ora vediamo come si piantano le carote». Era
una facezia del Dottorino che il Pedrotti aveva fatta sua da dieci anni, e che
il Dottorino applaudiva sempre come
un tratto di spirito del castellano.
Quand'ebbe giudicati i Promessi
Sposi, il signor Pedrotti si volse alla sua vicina, e le disse con aria
furba: «Ho fatto allungare la tavola un metro di più quest'anno, ma un'altra
volta che avrò il piacere di ricevere delle signore, dovrò anche far allargare
gli usci».
Alludeva alla crinolina, e tutti
si misero a ridere, ed il Dottorino canticchiò il ritornello d'una canzone che
era di moda fra il popolino di Novara:
«La stella cometa la vegn ai vot or.
E i donn in giornada gh'an sott el vapor»
E si rise daccapo, poi si parlò della
cometa, che era il grande avvenimento dell'annata; si ripeterono in proposito i
pregiudizi dei contadini: «Segno d'epidemia?», «Una gran guerra o una gran
carestia» ecc. ecc. Ci furono delle risate, ma su certe fronti appare poi
un'ombra d'inquietudine, se avessero ragione i contadini?
«La Castalda» narrò il Pedrotti
«mi disse che l'altra sera la cometa scopava il cortile colla sua gran
coda; e poi esclamò: "Poveri noi! Poveri noi!" Domandai perché; e mi
rispose: "Non capisce? Scopava via il raccolto". È un avviso. Ah! Ah!
Ah!».
Aspettava una risposta del
Dottorino; e, vedendolo intento a discorrere colla sua vicina, gli gridò
ammiccando: «Eh! Dottorino! Scopava via il raccolto la cometa!».
«Sie! Vorrei averlo io tutto
quello che rimane dopo la scopatura» s'affrettò a rispondere il Dottorino, che
l'aveva già detto la sera prima in farmacia. Era la risposta che voleva il
Pedrotti, sempre lusingato di
sentire che altri desiderava quanto egli possedeva. Diede l'intonazione
dell'ilarità, e risero ancora, e su quel tono avrebbero tirato via a ridere
fino a sera.
Ma neppure gli spiriti più eletti
si trovano sempre in perfetto
accordo. Dirimpetto a Giovanni c'era la moglie del segretario comunale che non
prendeva parte all'allegria generale.
Era una donna sulla quarantina,
lunga, magra, bionda, col viso arrossato dal sole, il che, da lontano, le dava
una falsa apparenza di freschezza, e fomentava le sue pretese alla gioventù.
Era sempre accigliata; parlava sempre colla bocca stretta, e con un piglio così
aspro, che aveva l'aria d'ingiuriare la gente. Invece diceva sempre delle gentilezze, ed anche delle cose dolci:
«Rachele, questa sera sei bella come un fiore» ed era come se avesse detto:
«Come t'è venuto in mente di vestirti a quel modo?». Aveva la mania di cantare
le romanze più languide del repertorio invecchiato in città:
«Non mi chiamate più biondina bella,
(qui il Dottorino susurrava
invariabilmente che nessuno ci pensava più da un pezzo)
Chiamatemi biondina sventurata».
|