|
IV
Intavolò
con Giovanni un discorso sentimentale sulla musica: «Io la sento la
musica. La sento tanto che ne patisco. Mi fa sempre
piangere. Sul lago d'Orta l'anno scorso abbiamo sonato e cantato in barca, di
notte, al chiaro di luna. C'era un flauto. Ah, quelle note del flauto! Io
t'amerò finché le rondinelle...»
Giovanni, che per la prima volta
si vedeva trattato da uomo e preso a confidente da una signora di tanta
autorità, credé bene di risponderle approvando interamente i suoi gusti
musicali. Recitò con calore mezza appendice che aveva letta in un giornale di
Milano, e fece una tirata contro Wagner, tirata che la signora udì con profonda
stupefazione.
Egli parlava forte per farsi
coraggio colla propria voce, e per apparire disinvolto, mostrando apertamente
di sdegnare gli argomenti triviali di conversazione che piacevano ai suoi
commensali, ed ostinandosi a mantenere il discorso sui temi alti della
letteratura e dell'arte, come se dicesse: «Qui sono nel mio elemento; alle
vostre meschinità non voglio discendere».
Il signor Pedrotti perdé affatto
la pazienza. «Mi pare» gli disse, «che ti occupi un po' troppo di politica, e
di musica, e di cose che non ti riguardano. Faresti meglio a lasciare le arti
ai signori, ed a badare a' tuoi studi, altrimenti i sacrifici che si son fatti
per te andranno perduti».
Giovanni, da rosso che era, si
fece pallido di rabbia. Stava per rispondere qualche cosa di risentito, ma,
appunto in quel momento, Rachele gli porgeva un piatto di dolci e gli sorrideva
per invitarlo a prenderne uno.
«Grazie» disse Giovanni
sbadatamente. E stese la mano un po' tremante per pigliare il piatto da passare
alla sua vicina, e tornare alla risposta acerba che aveva in gola. Ma Rachele
insistette.
«Non vorrà rifiutare la mia
offerta...»
No; non rifiutava; prese un
confetto a caso, e di nuovo stese la mano. Ma lei lo consiglió ad una scelta
migliore; un dolce di cioccolatte.
Dovette gradire, ringraziarla.
Intanto il signor Pedrotti s'era impegnato in un altro discorso, parlava della
ricchezza mobile, a cui il Dottorino contrapponeva con l'usato spirito la povertà
stabile, facezia che allora era ancora fresca, e produceva un grande
effetto.
Giovanni finí per capire che tutte
quelle manovre di Rachele tendevano appunto ad impedire che avvenisse un
diverbio fra il signor Pedrotti e lui; e gli parvero un prodigio di tatto, di
disinvoltura.
«È una vera signora» pensava. E si
sentiva più che mai umiliato delle sue timidezze segrete e delle sue
spavalderie artificiose. E desiderava ardentemente di diventare un vero
gentiluomo; ma capiva di non esserlo, e non osava più studiarsi di parerlo.
Dinanzi a Rachele si sentiva piccino, e si vergognava.
Avrebbe volentieri fatto qualche
cosa di eroico per nobilitarsi agli occhi della giovinetta; ma in realtà osò
appena rivolgerle qualche parola, e non ebbe ancora il coraggio di porgerle la
mano nel congedarsi, sebbene, dacché era entrato, e prima d'entrare, si
struggesse di quel desiderio.
Rachele s'ingegnò di essere
gentilissima in quel congedo; poi, rimasta sola, al momento d'andare a dormire,
sedé sulla sponda del letto, e stette un pezzo pensosa. Si ricordò che il
giorno prima aveva scambiate alcune parole scherzose col pretore, un giovine di
trent'anni che le aveva fatto un po' la corte, provò un dispetto, una rabbia indicibile
contro quel magistrato: se l'avesse avuto sotto mano, lo avrebbe battuto.
Ne' giorni successivi Rachele non
poté staccare il suo pensiero da Giovanni; la parola ardente del giovine le
aveva fatto grande impressione. «Certo, egli doveva conoscere a fondo le
lettere e le arti per parlare a quel modo. Il signor Pedrotti era vecchio, e
viveva in un villaggio; non era capace di comprenderlo; ma realmente quel
giovine aveva un ingegno straordinario...».
Pensando alle umiliazioni che gli
infliggevano i suoi protettori si sentiva struggere. Le pareva che lo
trattassero con enorme ingiustizia e crudeltà.
La menoma allusione alla pensione
pagata per lui le pareva un'offesa; e Giovanni le appariva come una vittima
della società, una nobile vittima che sopportava con dignità sublime quella
tortura, frenando il suo bollente sdegno giovanile, dissimulando il suo giusto
orgoglio, per rispetto all'età di quei signori. Ne faceva un martire ed un
eroe.
Aveva indovinato ch'egli l'amava e
n'era superba. Ogni volta che sapeva di doversi incontrare con lui, s'aspettava
che le facesse una dichiarazione. Si proponeva di
compensare in quel momento il suo giovine innamorato di tutte le umiliazioni
patite.
Era un disegno audace, di cui non
c'era esempio nei pochi libri
d'amore che aveva letti, e neppure nelle confidenze delle sue amiche, dove la
giovinetta respingeva sempre con
indignazione le prime parole d'amore, salvo ad accettare le seconde.
Lei aveva risoluto di rispondere
alla prima. «Sì, ti amo, perché sei infelice e povero, e voglio essere infelice
e povera con te».
Aspettando la dichiarazione,
studiava ogni mezzo per atteggiarsi da fanciulla innamorata. Diceva spesso:
«Non posso soffrire i ricchi ignoranti. Non isposerò mai altri che un uomo d'ingegno.
La povertà degli uomini d'ingegno è una nobile povertà. Tutti gli uomini grandi
sono stati poveri».
Parlava di Giovanni ad ogni
proposito; soltanto, non osava dire il suo nome, e lo chiamava il figlio del
Dottorino.
Le sue compagne le dicevano: «Già,
tu sei innamorata del figlio del Dottorino».
L'ardire
cavalleresco di Rachele non arrivava fino a confessare apertamente il suo
amore. Ma nel suo donchisciottismo giovanile, era contenta che lo
indovinassero. Suo padre disprezzava quel giovine, e lei lo amava. Era una
riabilitazione. Metteva quel sentimento in ogni cosa. Aveva adottato un motto,
che scriveva in testa alle sue lettere, sui fascicoli di musica, sui libri,
dappertutto:
«Povera e ignuda
vai, filosofia»
Possedeva quello sciocco libretto
del linguaggio dei fiori che piace tanto alle collegiali, e portava sempre in petto dei fiori simbolici; molte volte
erano tanto strani che attiravano l'attenzione. Portò per un pezzo un tulipano,
la dichiarazione d'amore; era quella che aspettava da Giovanni.
Un giorno fu veduta con un
garofano puntato colla testa in giù.
«Perché ti metti quel garofano al
contrario?».
«Vuol dire amore incompreso».
In un giorno di scoraggiamento si
mise alla cintura un cardo selvatico, che punse le amiche quando vollero abbracciarla.
Era il simbolo dell'infelicità.
Si ricamava dei goletti
stravaganti, dove, invece dei soliti disegni d'ornato dei ricami in bianco,
c'erano delle viole del pensiero con una leggenda sentimentale, delle colombe
con una cartolina in bocca su cui c'era un motto poco leggibile.
Tutte fatiche perdute, perché
nella minutezza quei particolari passavano inosservati; e Giovanni era troppo
orso perché le chiacchierine delle ragazze, che ci vedevano chiaro, giungessero
fino a lui.
Egli intanto s'isolava nel suo
amore, e soffriva della sua condizione umile. In quei mesi di vacanza passava
gran parte della giornata solo, errando per la campagna, e meditava molto, e
faceva interminabili castelli in aria. Si figurava d'aver compiuti gli studi, e
d'essere riuscito a fare qualche cosa di bello; non sapeva definire
precisamente che cosa; variava a seconda delle impressioni del giorno, delle
letture che aveva fatte.
Una volta sognava un trionfo
ottenuto con un grande lavoro drammatico; un'altra volta una causa importantissima
vinta in tribunale; o aveva stampato un libro a cui tutta la critica
applaudiva; o veniva eletto deputato per acclamazione, portato in Parlamento
dalla stima e dall'amore di tutto un paese; o otteneva la votazione d'una
legge, giusta ma insperata, grazie ad un prodigio d'eloquenza parlamentare...
Qualche volta immaginava guerre, atti d'eroismo; si vedeva ferito, decorato sul
campo, insignito di alti gradi militari; l'uomo più illustre d'Italia.
E quando era giunto al punto più
alto del suo sogno, si metteva ai piedi di Rachele, e le diceva: «Tutto questo
l'ho fatto per rendermi degno di te».
Ed allora gli pareva che la
Rachele delle sue visioni lo accettasse con tenerezza, quasi con riconoscenza.
Erano soli e, vinta dalla passione, si abbandonava nelle sue braccia, e gli
confessava che lei pure lo aveva amato sempre,
che lo aveva aspettato perché aveva fede in lui.
Finì per sommergersi talmente di
quelle sue fantasie, che sfuggiva la gente per non distrarsene. Era un mondo
illusorio che s'era creato, e nel quale gustava dolcezze ineffabili. Là, la sua
timidezza, la sua sguajattaggine, non gli creavano imbarazzo o vergogna. Là era
come avrebbe voluto essere, e si sentiva pienamente felice.
A poco a poco riuscì a persuadersi
che quei sogni dello spirito fossero fondati su qualche cosa di reale; che
Rachele ne fosse a parte veramente, come lui ne la metteva a parte nella sua
fantasia; non le considerava più come un suo sogno, ma come un suo segreto, ed
un segreto comune con lei.
Una sera, salendo la collina,
contrò in Rachele, con una brigata di signori che scendevano dal vigneto. Ella
si sentì arrossire, perdette il filo del discorso che stava facendo, e fu presa
da tanta commozione al vederlo, che non osò alzar gli occhi su di lui, e lo
salutò appena con un lievissimo cenno del capo. In realtà, tolto di mezzo
l'amore il quale non era stato confessato, non c'era nessuna ragione perché il
saluto di quella signorina, unica erede del primo possidente del paese, dovesse
essere più espansivo verso quello studente povero. Ma Giovanni aveva tanto
riunite le loro esistenze ne' suoi sogni d'amore, s'era tanto dato a lei,
l'aveva tanto fatta sua coll'immaginazione, che aveva finito col persuadersi
che vi fosse un vincolo reale fra loro, e quel saluto freddo gli fece l'effetto
d'un secchio d'acqua tra capo e collo, lo meravigliò come un fatto strano, gli
parve un'infedeltà, un abbandono.
Si sentì offeso, infelice; ripensò
i grandi argomenti che aveva per credere all'amore di Rachele: i fiori che lei stessa
aveva posti accanto a lui sulla tavola dei bambini; il dolce che gli aveva
offerto per impedirgli di bisticciarsi col signor Pedrotti... Non c'era altro;
ma su quella magra tela, e su quel saluto freddo, egli ricamò tutta una storia
d'amore e d'abbandono, nella quale si assegnava la parte interessante della
vittima... E la mattina seguente, che era appunto domenica, andò in chiesa, si
mise in capo al banco dei signori Pedrotti, nell'atteggiamento che pigliano nei
romanzi gli amanti infelici, e per tutta la durata delle funzioni perseguitò
Rachele con uno sguardo pieno di dolore e di rimprovero.
Rachele ne fu profondamente
turbata.
Quando Giovanni fu per partire, il
signor Pedrotti lo invitò ancora una volta a pranzo. Il Dottorino portò quella
notizia al figlio, ed era giubilante. Un pranzo signorile era sempre un avvenimento felice per lui.
Giovanni ne fu invece
agitatissimo, e fantasticò i più strani disegni, che gli tolsero il sonno.
Il giorno dopo, al momento di
presentarsi in casa Pedrotti, era estenuato d'aver vegliato tutta la notte su
quel pensiero, in un'alternativa febbrile di fantasticherie amorose, di sdegni,
di rimproveri, di scene di riconciliazione, sulle quali aveva pianto lacrime
bollenti nel segreto del suo guanciale.
Per questa volta era ben sicuro
che lo butterebbe fuori quel segreto che lo torturava. Gli pareva che, dopo
quanto aveva sofferto, gli riuscirebbe più facile parlare che tacere. «Perché
mi ha salutato con quella freddezza? Che cosa le ho fatto? Non si ricorda i
fiori che ha messi per me sulla tavola dei bambini? Crede che io non abbia
capito cosa volevano dire quei fiori? Erano una dichiarazione, erano una
promessa...». Tutto questo gli pareva di doverlo dire spontaneamente, a bassa
voce, e che Rachele non potesse meravigliarsene, dopo quanto c'era stato fra
loro.
Come accade sempre
ai sognatori, la realtà dissipò tutti i fantasmi della sua immaginazione. Gli
bastò di vedere la tavola apparecchiata, e i soliti invitati, i soliti bambini,
ed il volto di Rachele che gli sorrideva cortesemente,
per capire che aveva sognato, e che tra lui e quella giovinetta non c'era nulla
di comune. Questa delusione lo mortificò; si sentì scoraggiato, triste, e non
badò più a mostrarsi disinvolto come l'altra volta. Vedendolo cogli occhi
bassi, muto, e che non mangiava, il signor Pedrotti si sentì riconciliato col
suo protetto, e non gli parve vero di riprendere la parte di protettore,
d'incoraggiarlo, di predirgli una carriera splendida.
«Devi diventare un grand'uomo per
giustificare la fede che ho avuta in te; ed io avrò la mia parte di gloria per
avere scoperta una gemma nascosta...»
Quando il Pedrotti parlava così,
Giovanni si sentiva incoraggiato davvero, non solo per la sua carriera, ma per
le sue speranze d'amore. «Se ha fede in me...» pensava. E le asprezze, le
alterigie, le umiliazioni che gli aveva fatto patire, gli si toglievano dalla
mente.
Il Dottorino, sempre pronto a divertire il suo ospite, riprese la
sua parte di bello spirito; ed alla fine del pranzo i commensali erano in tale
ilarità, che la presenza d'una giovinetta diveniva importuna; ed anche quel
ragazzo, che non si sapeva ancora quanta esperienza avesse della vita,
paralizzava l'allegria dei vecchi amici.
Uscirono tutti a prendere il caffè
sotto la veranda fuori della stanza da pranzo ed il signor Pedrotti
disse a Rachele ed a Giovanni: «Badate un po' ai bambini, che non
s'arrampichino al terrazzo laggiù».
Gl'innamorati s'avviarono in
silenzio senza guardarsi. Dalla veranda al terrazzo c'era un pergolato
dritto: si sentivano sotto gli occhi dei vecchi; ma sopratutto erano in
soggezione di loro stessi.
Il pranzo s'era prolungato, ed in
autunno le giornate sono brevi. Era sull'imbrunire. Il terrazzo in fondo al
giardino dominava la pianura del basso Novarese e, dietro il castello, le
colline addossate ai monti nascondevano il sole che in quei giorni d'autunno
tramontava presto. I bambini, disturbati nei loro giochi, risalirono il viale,
e si rimisero a giocare ad una certa distanza. I due giovani si appoggiarono al
parapetto del terrazzo. La campagna era deserta; si udiva appena qualche
grillo, una cicala che prolungava sola il canto, dopo che le sue compagne
avevano finito il loro romoroso concerto, nella vasca del giardino il tonfo
d'una rana di tratto in tratto, e giù nel viale il cicalìo dei bimbi. Da
lontano le acque del Sissone facevano il rumore d'una sega. Il terrazzo era
coperto da una vite vergine, le cui foglie s'erano fatte rosse, ma erano ancora
foltissime. Giovanni si ricordò che appunto là aveva sognato di fare la sua
confessione, e di stringersi al cuore Rachele in un'estasi d'amore.
La guardò così estranea a lui,
così contegnosa e bella, e quel pensiero gli parve addirittura mostruoso. Ne
ebbe vergogna, e volle dire qualche cosa d'indifferente, per paura che Rachele
indovinasse la sua stravaganza. Ma non sapeva cosa dire. Laggiù sotto la veranda
si vedevano balenare un momento le vampe dei fiammiferi, poi si spegnevano,
e le punte luccicanti de' sigari rimanevano come occhi di fuoco a guardarlo
fisso. Echeggiò una risata sonora dei vecchi, e Giovanni disse colla voce
commossa: «Come ridono!».
Rachele non trovò nulla da
rispondere. Disse: «Già!» e, come per temperare il laconismo di quella parola,
sorrise al suo compagno. Nell'incontrarsi dei loro sguardi, Giovanni si ricordò
come l'aveva guardata in chiesa, gli parve d'essere ancora in quella
situazione, ma senza l'impossibilità di parlarle che allora lo aveva
incoraggiato. Anche Rachele aveva il volto infiammato, e s'inchinò a guardare
la pianura per non farsi scorgere.
Giovanni capì ch'ella risentiva
un'impressione nuova dalla loro vicinanza e dal loro isolamento. La contemplava
tutto tremante. Quel rossore, quel turbamento di Rachele, erano suscitati da
lui, gli appartenevano, e non voleva che gli sfuggissero come i suoi sogni. Ma
non trovava nulla da dire, e non era neppur sicuro di poter parlare. Quegli
occhi di fuoco sulla punta dei sigari gli davano soggezione; e tratto tratto un
bambino lo pigliava per le gambe e gli si rimpiattava dietro, mentre l'altro
gli saltellava dinanzi strillando e ridendo. Tutto questo lo confondeva, gli
faceva perdere l'equilibrio. Ed intanto gli batteva il cuore, gli battevano i
polsi in modo assordante, si sentiva venir meno le forze come se svenisse. Fece
un passo verso Rachele come per dirle: «Ti amo!», ma un impeto di pianto gli
gonfiò il cuore; non disse nulla, e si abbandonò sul parapetto di marmo
singhiozzando disperatamente.
Rachele alzò il capo e domandò:
«Giovanni, che cos'hai?». Ma la sua voce era mutata. Anche lei piangeva.
Un momento tutte le esitazioni
cessarono. Giovanni si rizzò col volto infiammato e cominciò con un impeto di
passione: «Ho che sono pazzo, ho...».
Due bambini si gettarono fra loro
a capo fitto strillando di gioia, e li respinsero contro il parapetto, e tutti
i sigari dei vecchi luccicarono infocati.
«Ho che...» ripigliò Giovanni a
bassa voce ed esitando; e non trovò più altro. Rimasero muti tutti e due, a
capo chino, poi egli stese per la prima volta la mano in atto di congedarsi, e
Rachele vi pose la sua. Entrambe erano diacce e tremavano forte. Giovanni
strinse quella mano disperatamente, poi colla voce oscillante come un ubbriaco,
susurrò: «Non glielo posso dire che cos'ho». E se ne andò quasi correndo,
finché fu vicino a quelle punte di sigari che parevano avanzarsi per divorarlo.
Quando fu lontano dalla fanciulla,
tornando a casa pei violotti bui, accanto al padre che traballava camminando,
Giovanni fu preso da un impeto di sdegno contro se stesso, si die' con
persistenza dello sciocco ad alta voce, e pianse rabbiosamente. Aver lasciata
fuggire un'occasione tanto favorevole senza approfittarne, senza dire tutto ciò
che aveva nel cuore! E doveva passare un anno intero prima di rivedere Rachele!
E Rachele, contemporaneamente, chiusa a chiave nella sua camera, si scioglieva
in lacrime, e chiedeva mentalmente perdono al giovine di non aver saputo dirgli
nessuna parola gentile per consolarlo, d'essere rimasta là come una sciocca,
come una donna senza cuore e senza giudizio. S'amavano tutti e due, e sapevano
d'essere amati; che altro ci vuole a questo mondo per essere felici? Ed erano
come disperati.
|