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IX
È impossibile descrivere la
commozione prodotta in Milano dai dibattimenti di questo processo. E non solo
in Milano, ma in tutta Italia se ne parlò. Era capitato in un momento in cui le
cose politiche offrivano poco interesse, ed i giornali si gettarono affamati su
quel dramma criminale. La passione di partito, come al solito, concorse ad
infiammare gli spiriti. I fogli repubblicani e socialisti descrissero
l'assassino come un eroe, e portarono a cielo persino le sentenze tracciate sul
muro, ed i bigliettini sgrammaticati che scriveva Galbusera nel carcere. Mentre
qualche giornale conservatore insinuò a mezza bocca che l'ingerenza attribuita
al marchese Trestelle era una macchina montata per spillargli del denaro, e per
diffamare la classe sociale a cui apparteneva.
Il sapersi fatto segno
all'attenzione generale, fu un colpo di sprone potentissimo per l'ingegno di
Giovanni. Fino dalle prime udienze, nella discussione di alcuni incidenti, fu
meravigliato egli stesso del calore della sua parola e del vigore dei suoi
ragionamenti.
L'udienza in cui comparve il
marchese Trestelle — udienza i cui particolari furono la sera stessa
telegrafati distesamente a tutti i giornali d'Italia — fu un trionfo per
l'avvocato Mazza, tanta fu l'arte con cui riescì ad ottenere dal teste la
confessione completa della verità, e tanto felici furono le apostrofi, ora
sarcastiche, ora sdegnose, con cui umiliò l'albagia di quell'individuo, e
gl'inflisse la condanna morale che la sua condotta si era meritata.
La sua arringa, che coronò i
dibattimenti, superò l'aspettativa dell'uditorio, ed è tuttora ricordata nel
foro milanese come un modello d'eloquenza.
Non fu una difesa legale; fu uno studio
psicologico e sociale, nel quale le figure dell'imputato, della vittima, del
seduttore e della giovinetta, furono ritratti come tipi impersonali, per modo
che la discussione prese un carattere elevatissimo. Quella causa, la quale,
alla prima, era sembrata nulla più
che uno scandalo volgare, si trasformò grazie all'arringa del Mazza, e prese
aspetti affatto nuovi. Si mutò in una grande tragedia, piena di profondi
insegnamenti.
Quando
Giovanni si pose a sedere, affranto dalla fatica durata, il presidente non ebbe
forza di frenare il clamore degli applausi e delle acclamazioni. Quanti erano
nella sala, avvocati, letterati, magistrati, giornalisti, tutti unanimi
pensarono: «Un grande ingegno s'è rivelato».
Nessuna fortuna mancò in
quell'occasione a Giovanni; il verdetto de' giurati non fu completamente
negativo, ma, escludendo la premeditazione e ammettendo la «forza semi‑irresistibile», ridusse leggera la pena.
I giornalisti offersero un
banchetto al nuovo criminalista illustre. I giovani legali ne organizzarono un
secondo. Ed egli, in mezzo a quelle feste, ripensò sorridendo il lontano
banchetto di cinque lire dei praticanti dello studio, che gli era costato tante
umiliazioni e tanti sacrifici.
E ripensò con un tripudio di gioia
alle speranze che aveva credute morte. Le vide risorgere più belle, perché d'un
tratto, da un giorno all'altro, aveva raggiunta quella rinomanza, che sembrava essergli sfuggita per sempre. Ormai la sua situazione era assicurata;
l'avvenire gli si presentava glorioso, ed i denari non potevano mancar di
venire. Ad ogni articolo di giornale che gli giungeva pieno d'encomi, pensava:
«Lo leggerà Rachele; suo padre pure lo leggerà».
E tornava colla fantasia a quel
triste giorno d'autunno, in cui passando, sconsolato e respinto, lungo il fossato
del castello, aveva esclamato: «Anche lei! Ebbene, vedrà!».
Ecco;
ora lo vedeva di che cosa era stato capace.
«Ah! M'è costato caro, ma sono
riescito!» diceva. Ed era glorioso della sua costanza, degli stenti sofferti.
Era felice di sentirsi giovine e d'avere tanto avvenire dinanzi a sé.
Dopo quel processo cominciò per
Giovanni una vita nuova, tutta movimento, tutta azione, in cui le ventiquattro
ore del giorno non bastavano ai suoi affari. I clienti si facevano sempre più numerosi. Un circolo politico lo nominò
relatore per le elezioni. Fu invitato a collaborare in vari periodici legali, e
scrisse articoli sopra un progetto di legge pendente, che furono commentati dai
più accreditati giornali. Il suo ingegno, la sua dottrina, rimasti ignorati fin
allora, si rivelarono potentemente, ed in breve tempo il suo nome acquistò
grande notorietà e divenne popolare.
In cinque anni che aveva passati
coll'avvocato Berti, non era mai stato presentato alla moglie del principale.
L'aveva veduta parecchie volte entrare con un grande fruscio di seta nello
studio del marito, lasciandosi dietro un'ondata di profumo alla violetta, che
gli aveva data una grande idea della sua eleganza. Qualche volta lei lo aveva
guardato traverso il velo di trina, ma non gli aveva mai rivolta la parola.
Il giorno dopo il famoso processo
dell'acquavitaio Galbusera, l'avvocato disse a Giovanni: «Mia moglie desidera
conoscerti. Vieni domani a sera a prendere il tè da noi. Ti presenterò».
Non c'era mai stata intimità fra
loro. Il principale gli dava del tu come ad un subalterno, ad un giovinetto,
non come ad un amico. Tuttavia Giovanni aveva acquistata bastante esperienza,
per comprendere quel cambiamento improvviso; e sorrise di quell'uomo d'ingegno
che, conoscendolo da cinque anni, aveva aspettato, ad apprezzarlo, che lo
avessero apprezzato prima il pubblico ed i giornali.
L'entrare in casa di quel
superiore diretto, il presentarsi a quella matrona, alla quale egli attribuiva
quasi il doppio della sua età, lo metteva in soggezione. Infatti la signora
Berti aveva varcata di qualche anno la quarantina. Ma non aveva figli, era
bella, prendeva una cura grandissima della sua persona, vestiva con eleganza,
frequentava i teatri e le feste da ballo, scollata, colle braccia nude, coi
fiori in capo: danzava, faceva le chiacchierine galanti coi giovinotti, amava
che le facessero la corte, e lo lasciava comprendere.
Giovanni aveva capito facilmente
da' suoi modi leziosi, e dalle occhiate, e dal vestire, che quella signora
aveva delle pretese giovanili; ed era impensierito del modo di mettere
d'accordo quelle aspirazioni coll'età di lei, e colla qualità di moglie del suo
principale; due cose che lo intimidivano.
Quando
entrò in casa Berti, l'avvocato lo accolse come un camerata; appena lo vide,
gli andò incontro colle mani stese; poi gli prese il braccio confidenzialmente
e, nel fargli traversare due sale per condurlo da sua moglie, gli disse:
«Trattiamoci da amici, dammi del tu. Qui non c'è più principale né sostituto.
In casa mia ricevo i miei amici...». E fermandosi per ripetere una stretta di
mano soggiunse: «ed i miei colleghi».
Poi gli affermò che ormai, dopo il
processo Galbusera, egli aveva preso posto fra gli avvocati più valenti di
Milano, e tirò via a discorrere del suo genere di eloquenza forense, confrontandolo
col proprio, discutendo le sue argomentazioni, ammirando le sue trovate.
Giovanni fu commosso, e strinse
egli pure cordialmente la mano di quell'uomo, che aveva giudicato artifizioso e
rettorico, e che ora cominciava a conoscere sotto un altro aspetto. Il Berti
non ci metteva studio nelle tirate sentimentali che da tanti anni formavano la
sua gloria; era realmente un uomo sentimentale malgrado i suoi cinquant'anni.
Aveva la fantasia poetica, il cuore appassionato; era una natura romantica. Durava
fatica a tenersi un po' in sussiego coi giovani di studio, perché amava la
gioventù, si univa volontieri ai suoi spassi, ne aveva l'ingenuità, la
spensieratezza, lo spirito avventuroso.
Dapprincipio le difese di
Giovanni, serrate, positive, senza quelle tirate declamatorie colle quali egli
faceva piangere le signore ed abbarbagliava i giurati, gli erano sembrate fredde: «Non ha sangue nelle vene, costui»
diceva. «Non sa commovere; non fa nulla pei suoi clienti». Ma quando aveva
udita nel processo Galbusera la parola del giovine avvocato attingere tanta
efficacia dalla semplice esposizione
dei fatti, ne era stato vivamente impressionato, ed aveva risentito un sincero
piacere del trionfo del suo sostituto. Rimanendo rettorico, perché era nato ed
invecchiato così, capiva il merito d'un sistema differente e più verista.
La cordialità della signora fu
meno candida. Lei pure era contenta realmente d'avere nel suo salotto il
giovine avvocato che faceva parlare di sé tutta Milano; ma era contenta per
vanità, non per sentita ammirazione di lui.
Tanto lei che il marito avevano
delle aspirazioni giovanili. Ma nel Berti erano effetto d'una natura
entusiastica e sentimentale, che l'età non era riescita a disilludere. Nella
signora erano vanità e civetteria.
Tutta la sera ella prestò
un'attenzione quasi esclusiva a quel nuovo venuto illustre; lo presentò alle
signore, che fecero a gara nell'invitarlo alle loro serate, e ad ogni invito
rispose per lui: «Sì; te lo condurrò martedì, te lo condurrò domenica. Sono io
che lo patrocino, come allievo di mio marito...». Poi soggiungeva, ridendo come
chi dice una cosa stravagante: «Gli faccio da mamma».
E Giovanni era obbligato a
protestare che era troppo giovine, e bella, e che una mammina così inspirava
tutt'altro che riverenza, tutt'altro...
Un po' colla sua protettrice, un po' da solo, Giovanni fece il
giro delle conversazioni di Milano. La sua bella figura, i suoi modi d'una semplicità elegante, il contegno dignitoso, l'umore
giocondo, e soprattutto il suo spirito brillante, lo rendevano simpatico a
tutti. Gli uomini lo consultavano sulle questioni politiche e sociali, e
facevano gran caso del suo parere. Le signore si dolevano perché non ballava,
dicevano che alla sua età era una pedanteria, e lo invitavano loro stesse per
una polka, per una quadriglia, col pretesto d'insegnargli a danzare, ma, in
realtà, perché amavano di passeggiare al suo braccio per le sale, di conversare
con lui, di sentirlo dire dei complimenti, un po' diversi da quelli
convenzionali che udivano sempre.
Infatti
Giovanni cominciò a ballare, e nel carnovale seguente prese parte alle danze,
sebbene molto moderatamente, e divenne uno dei giovani più ricercati ed alla
moda.
Ma l'impianto di uno studio e d'un
piccolo quartiere, il vestire elegante, il vivere in una locanda buona e ben
frequentata, come conveniva alla sua nuova situazione, erano cose dispendiose
assai. C'era sempre nel suo cuore lo
sgomento di avvezzarsi a farla da parassita come suo padre, e che un giorno
s'avesse a dire di lui: «Vive alla mensa dei signori come il Dottorino».
Misericordia!
Per
evitar questo, prodigava mazzi di fiori, gingilli artistici, palchi in teatro
alle famiglie che lo invitavano a serate ed a pranzi.
Tutto
questo gli costava caro. I suoi guadagni bastavano appena per le sue spese e
pel sussidio che mandava a suo padre; ed in mezzo a' suoi trionfi, era sempre lontano, lontano assai, dall'ideale del
signor Pedrotti: «Un marito ricco per sua figlia».
Ma questo pensiero non lo
perseguitava più tanto. La memoria di Rachele, sempre
soavissima quando gli tornava alla mente, vi tornava con minore insistenza.
L'idea di sposarla era sempre fissa
in lui, come un patto contratto con sé medesimo, come un destino. Ma le impazienze
ardenti di raggiungere quella meta non le provava più, ed altri ardori, altre
impazienze ne avevano preso il posto nel suo cuore.
Dacché era liberato dalle cure
affannose della vita materiale d'ogni giorno, dacché s'era adagiato in
un'esistenza comoda e si vedeva circondato dal lusso e dalla bellezza, la sua
potente vitalità giovanile gli aveva ridestata nell'anima la sete dei piaceri,
tanto più viva, quanto più lunga ne era stata la privazione. Si sentiva
affascinato dalla bellezza provocante delle dame, che gli sorridevano e gli
stendevano la mano. Contemplava avidamente le loro spalle e le braccia nude, e
quando non eran vestite da serata, le ripensava, le rivedeva
coll'immaginazione, traverso i velluti e le sete.
I fuggevoli amoretti delle sartorine
e delle crestaie, che avevano interrotta di tratto in tratto l'uggia della sua
vita da giovinotto povero senza occupargli né la fantasia né il cuore, ormai
non lo allettavano più.
Nella sua natura da poeta era
istintivo l'amore dell'eleganza. Amava le donne belle, ben vestite, che parlano
bene. Amava di entrare nella loro atmosfera signorile, di mettersi ai loro
piedi sopra un ricco tappeto, di sedere con esse sui divani di raso, di sentire
il profumo dei loro capelli e dei loro guanti. Anelava alla sua parte di
felicità, al romanzo tempestoso della gioventù, si trovava nell'ambiente che
poteva crearlo, e si compiaceva, coll'immaginazione appassionata, a figurarselo
pieno di emozioni e di gioie.
Una sera, che in una festa da
ballo s'era nascosto fra due vasi di camelie, per abbandonarsi all'estasi
snervante di quei sogni, si vide dinanzi un braccio meravigliosamente bello, ed
una voce soave ed affannosa gli disse: «Per carità, venga a ballare questa
quadriglia. Ho dovuto ritirarmi per ravviarmi i capelli, e sono rimasta senza
ballerino».
Egli si rizzò sbalordito, cogli
occhi fissi su quelle braccia, su quelle spalle, su quel seno, su tutta quella
pelle bianco‑rosata da bionda, che gli pareva la realtà della sua visione
d'amore. Seguì la bella donna trasognato e muto, sbagliò tutte le figure della
quadriglia a cui non badava punto; non cessò mai di fissare la sua ballerina
con uno sguardo avido. Si sentiva oppresso.
Aveva incontrata parecchie volte
quella signora, era stato in casa sua, la conosceva, sapeva che era bella, ma
non aveva mai provata nessuna commozione accanto a lei. Si erano trattati con
quella certa confidenza compagnevole e gioviale che le donne avvezze alla
società accordano spesso ai gentiluomini, e spesso Giovanni parlando di lei
aveva detto: «Mi piace, perché non ha la pretesa che le si faccia la corte. Si
può parlare con lei come con un amico».
Invece, in quel momento
d'eccitazione gli parve che quella bellezza fosse fatta per lui, che la
rivelazione di quelle forme, provocantemente nude, fosse una conseguenza delle
sue fantasticherie amorose; che le avesse evocate, e gli fossero apparse. Non
parlava affatto, ed aveva l'aria turbata ed infelice.
«Che
cos'ha, avvocato?» gli domandò la contessa.
«Siete
troppo bella!» rispose Giovanni colla voce sommessa ed affannosa d'un uomo
appassionato.
La contessa rimase sbalordita.
Ebbe un sussulto come se avesse ricevuto un colpo nel petto. Comprese che
avrebbe dovuto risentirsi, rimproverare il suo cavaliere troppo audace, oppure
voltargli le sue belle spalle e piantarlo solo. Ma in realtà non provò nessun
risentimento. Aveva infatti ricevuto qualche cosa come un colpo nel petto, come
l'urto d'una pila elettrica. Lo stesso turbamento che opprimeva Giovanni
oppresse anche lei.
Finirono la quadriglia muti,
agitati, in uno di quegli affannosi silenzi d'amore, più eloquenti ed espansivi
di qualunque parola. Le loro mani s'incontravano tremando, si stringevano a
lungo, si separavano lentamente e con rammarico; i loro sguardi s'incrociavano
e rimanevano avvinti come due lame calamitate; i loro petti erano oppressi da
una grande malinconia, da uno sgomento ignoto, e lei aveva voglia di piangere.
La contessa Gemma Castellani di
Monte era una donna ambiziosa e scettica. Fin dall'adolescenza aveva amato il
lusso sfrenatamente, e quella passione, crescendo cogli anni, aveva invaso
tutto il suo cuore. Da bimba in collegio aveva sempre
ricercate le compagne ricche e nobili, disprezzando quelle che non avevano una
mamma elegante, delle carrozze e dei servitori in livrea. Fatta più grande,
poi, desiderava un ricco matrimonio ed un titolo di nobiltà con tale ardore che
non le rimaneva cuore per altri sentimenti. L'amore la faceva sorridere. Se
udiva di due sposi innamorati che si isolavano per vivere l'uno all'altra, crollava
le spalle con disdegno e diceva: «Che gusti!».
In fatto di matrimonio
s'interessava soltanto di conoscere la rendita, il corredo e le toelette della
sposa; se questa andrebbe in società, se riceverebbe molto, se avrebbe molti
cavalli e belle carrozze.
Per conto suo, in fondo in fondo
all'anima, aveva anche una speranza vaga di cavalcate eleganti e di lunghi
abiti all'amazzone. Ma era figlia d'un banchiere che aveva una numerosa
famiglia e che, per non dissestare i suoi affari, non poteva darle più di centomila
lire di dote. Sua madre le aveva fatto capire che con una dote così modesta non
bisognava manifestare molte esigenze per non impaurire i pretendenti. E la
bella Gemma, che per nulla al mondo non avrebbe voluto diventare una zitellona,
s'era tenuto in cuore il suo cavallo da sella, salvo a tirarlo fuori e ad
imporlo al marito quando fosse ben sicura che questi non potesse sfuggirle. Ma
faceva grande assegnamento sulla sua bellezza, e non volle sacrificare i suoi
sogni d'ambizione ai giovani agenti di cambio, avvocati, piccoli possidenti,
che le offersero il loro cuore ed una situazione modesta.
Un giorno le fu presentato, in una
casa aristocratica, un generale in ritiro, che aveva il titolo di conte, trenta
capelli bianchi per tutta capigliatura, e sessant'anni sonati. Qualcuno bene
informato disse che era milionario, e la bella Gemma confidò alla padrona di
casa che nessun giovinotto le aveva mai fatta un'impressione tanto buona come
quell'uomo «dall'aspetto nobile e dalla fronte intelligente». Del resto non era
vecchio; lei non credeva che avesse più di cinquant'anni; certo non li
dimostrava; ed a cinquant'anni un uomo è sul fiore dell'età. Lei aveva
diciannove anni appena; ma era sicura che, se l'avesse domandata in moglie, non
avrebbe avuto difficoltà a sposarlo; un marito deve avere acquistata una lunga
esperienza della vita, per essere guida sicura ad una giovine sposa. Lei non
capiva come si potesse affidare il proprio avvenire, la propria felicità ad un
giovinotto spensierato...
Sapeva con chi parlava, la bella Gemma. La sua
confidente riferì i discorsi della giovinetta al generale milionario; riferì di
nuovo a lei l'espressione della gratitudine del conte, e quanto avrebbe
desiderato di possedere una giovine sposa così bella e ragionevole; ma, alla
sua età, non osava domandarla; temeva di rendersi ridicolo...
«So bene che lui non ci pensa»
disse Gemma. «Neppur io ci penso; non ho mai sognato che mi toccasse una simile
fortuna. So che il babbo ha in vista un banchiere ricchissimo, un giovinetto...
Lo sposerò; ma se m'avesse domandato quest'uomo serio, l'avrei accettato con
maggior fiducia...»
Daccapo la signora confidente
riferì quegli incoraggiamenti impliciti della sua giovine amica, e, dopo due mesi,
la figlia del banchiere diveniva contessa e milionaria, ed aveva fra i suoi
doni di nozze un bel cavallo da sella.
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