|
X
Erano passati i primi sette anni
di matrimonio con una rapidità vertiginosa. La contessa Gemma correva con una
smania febbrile di festa in festa; lusso, divertimenti d'ogni sorta,
ricevimenti sfarzosi che assorbivano in una serata la rendita di un anno,
villeggiature splendide, l'avevano inebbriata. S'era abituata subito al suo
titolo, ma si compiaceva sempre di
sentirselo dire; e gli elogi alla sua eleganza, le ammirazioni, per quanto
iperboliche, non la saziavano mai.
Nei primi tempi il marito,
prendendo sul serio la sua missione di guida presso la giovine sposa, aveva
cercato di frenare quella foga esagerata, e ne erano nati dei dissensi, che
avevano rese anche più vive per la contessa quelle soddisfazioni che doveva
ottenere al prezzo di lotte acerbe. Era ancora un trionfo della sua vanità
l'aver vinta l'opposizione del marito.
Alla fine il generale s'era rassegnato
ad essere semplicemente una guida
materiale, per accompagnare sua moglie dovunque ella sapeva di trovare una
soddisfazione d'amore proprio o un diletto.
Alle
bagnature di Baden e di Vichy, alle invernate di Nizza, alle mostre mondiali di
Parigi e di Londra, ai ricevimenti di corte il vecchio soldato compariva
immancabilmente presentando la sua bella dama.
Con un simile treno di vita
cinquantamila lire di rendita sono ben poco; si fecero dei debiti, si tirò
innanzi finché si poté, ma all'ultimo s'era dovuto darsi vinti ai creditori, e
ridurre le spese alla modesta rendita che era rimasta per non finir male.
Allora la superba signora aveva
abbandonate le società aristocratiche dove, per nulla al mondo, avrebbe voluto
comparire meno splendidamente di prima, e s'era messa nei circoli della
borghesia, nei quali si poteva far buona figura anche con una carrozza ad un
solo cavallo, e senza nessun cavallo da sella. Ed ecco in che modo Giovanni
l'aveva incontrata in casa della signora Berti, e delle sue conoscenti.
La galanteria aveva sempre lusingata la vanità della contessa, ma la
passione non aveva mai parlato al suo cuore. Il suo stesso lusso, il suo
orgoglio, avevano intimidito gli amori nascenti. Quanto a lei, amava troppo se
stessa, troppo le premeva di far parlare di sé come della dama più elegante di
Milano, per aver mente e cuore ad innamorarsi.
Forte della sua bellezza e della
sua gioventù non aveva bisogno di civetterie per farsi ammirare: e quella
mancanza di civetteria, e l'altezza che le veniva dalla grande opinione che
aveva di sé, le avevano fatta una riputazione d'onestà ed era stata la sua
salvaguardia. Era considerata una fortezza inespugnabile.
C'era voluta tutta l'eccitazione,
il rapimento, la follia a cui era giunto Giovanni quella sera, nella lotta tra
la sua imperiosa vitalità giovanile ed i suoi desiderii d'amore insoddisfatti,
per gettare così in faccia ad una signora, che tutti giudicavano onesta, quelle
tre parole ardenti come un bacio: «Siete troppo bella!».
La contessa aveva ventotto anni, e
di tutte le ebbrezze dell'amore non aveva conosciute che le carezze del suo
vecchio marito.
La
passione, latente nel suo cuore, si accese come una fiamma all'urto di quello
sguardo, al suono di quella voce. Ella non pensò di resistere a quel fascino
come non aveva pensato mai di resistere a nessuno de' suoi desiderii. Il suo
egoismo era grande come una passione; non sapeva negar nulla a se stessa.
Quella
notte, rientrando dal ballo, sola nella sua stanza, pianse di gioia e
d'impazienza, ripensando le strette di mano e gli occhi neri e profondi di
Giovanni. Dove l'avrebbe riveduto? Quando? Era tutto un orizzonte inesplorato
di delizie che le si apriva dinanzi: una vita nuova. Dopo l'orgoglio di sapersi
ammirata e bella, l'orgoglio più intenso di sapersi amata e la gioia d'amare.
Giovanni
si sentiva attirato da quella donna. La ricercava, la seguiva, la avvolgeva in
una rete di passione. E quando la lontana immagine di Rachele gli si presentava
alla mente, non più come una visione di cielo, ma come una meta da cui si
allontanava, egli diceva come per tranquillarsi: «Questo amore passeggero per
una donna maritata è un fiore che si coglie per via. Non impegna a nulla».
Ma per nessuna cosa al mondo
avrebbe rinunciato a cogliere quel fiore. Andava dappertutto dove sapeva di
trovare la contessa; le stava sempre
accanto coll'occhio avidamente fisso sulla sua persona bella. Coglieva
l'occasione, nelle figure delle quadriglie, per stringerle la mano, e pareva
che tra quelle mani ci fosse un filo conduttore d'elettricità che le facesse
tremare all'unisono, e le congiungesse così fortemente, che il distaccarle era
una pena e, separate, si ricercavano.
Giovanni ballava poco. Ma una
sera, trovandosi accanto alla contessa mentre intonavano una polka, le porse la
mano in silenzio, ed ella accettò. Allora se la strinse al cuore come se
volesse rapirla, la riscaldò, la arse in quell'abbraccio, le sfiorò i capelli,
la accarezzò tutta quanta nella stretta delle due persone congiunte, poi, nel
ricondurla a sedere, le serrò le mani con una forza che compendiava tutte le
strette amorose, supplichevoli, ardenti, intime con cui aveva parlato a quella
mano cara durante il ballo.
Ma non le disse nulla. Era felice
di quella passione calda che lo invadeva tutto. Si sentiva amato, s'inebriava,
s'inteneriva in quelle mute dolcezze; amava di assaporarle; non sentiva il
bisogno di precipitare il romanzo colle spiegazioni che lo avrebbero
abbreviato. Sapeva che una spiegazione verrebbe. Vedeva la gioia suprema che lo
aspettava, e lasciava che venisse da sé, di tenerezza in tenerezza, temendo
quasi che, affrettando il momento supremo, avesse a perdere una di quelle
sfumature del sentimento, uno di quegli episodi puerili e muti, che lo
deliziavano. Pensava le spalle bianche, la vita flessibile, i capelli biondi
della contessa Gemma, ricordava fremendo le sue strette di mano febbrili, i
suoi lunghi sguardi innamorati; ed ardeva tutto all'idea che quella donna
sarebbe sua. Dove? Come? Quando? Non ne sapeva nulla, ma era certo di possederla;
e quella certezza lo inebbriava.
Un giorno la signora Berti gli
aveva dato appuntamento in casa sua, perché doveva presentarlo a qualcheduno
misteriosamente. Infatti Giovanni trovò nel salotto della sua amica la signora
del banchiere Ipsilonne, il quale era seriamente compromesso in un processo che
si stava iniziando per una grossa falsificazione a danno dello stato.
Una somiglianza fatale della sua
scrittura con una delle firme falsificate lo accusava, e, dei due periti
calligrafici chiamati dal tribunale, uno dichiarava di conoscere la mano di
scritto del banchiere, e l'altro esitava, senza osare di negare la sua
colpabilità.
Ma
in realtà egli era innocente. La moglie desolata giurava per lui, e si
raccomandava a Giovanni perché ne assumesse la difesa, coll'impegno, coll'amore
che aveva posto nella difesa del povero acquavitaio omicida. Era un processo
interessantissimo, che prometteva all'avvocato un nuovo trionfo, e la causa di
quell'uomo integro, fatalmente implicato in una truffa vergognosa, lo appassionò.
Mise
il suo tempo, la sua mente, il suo cuore al servizio del nuovo cliente. Impose
silenzio alla sua passione, e, senza accordarsi il tempo per rivedere e
salutare la contessa, si recò a Napoli, a Roma ed a Torino, per assumere
documenti, prove e testimoni in favore del banchiere. Poi tornò a precipizio,
perché la mattina seguente dovevano cominciare i dibattimenti.
Giunse
a Milano coll'ultimo treno della sera, dopo essere stato assente più di una
settimana. Rientrando in casa trovò un telegramma del parroco di Fontanetto che
lo aspettava da sei giorni.
Partecipo
con dolore morte dottor Mazza, tuo padre. Trovato esanime in letto stamane;
spirato, pare, iersera. Regolamenti sanitari vietano differire sepoltura oltre
ventiquatt'ore. Telegrafa ordini funerali.
Dopo
sei giorni i funerali dovevano essere fatti e dimenticati. Non era molto che
Giovanni aveva spedita al padre una piccola somma; poi c'erano i mobili di
casa. Egli pensò che ormai non c'era più bisogno de' suoi ordini, e tanto meno
della sua presenza a Fontanetto, che del resto il processo del domani rendeva
assolutamente impossibile.
Egli aveva fatto il suo dovere,
anche a costo di grandi sacrifici, sovvenendo il padre nella sua miseria; ma
non era un figlio devoto. La vita da parassita, le ubbriacchezze del Dottorino,
la sua servilità verso i signori, le sue violenze in casa, e l'ultimo
degradamento del delirium tremens a cui lo sapeva ridotto, non lo
invogliavano a correre al suo paese, per raccogliere l'eredità di sprezzo, che
doveva essere l'unica successione del povero morto. Sapeva che in quel momento
non avrebbe inspirata nessuna simpatia, perché era troppo viva la memoria di
quell'ignobile vita e di quell'ignobile morte. E d'altra parte non gli premeva
più tanto di produrre un'impressione favorevole a Fontanetto. Non s'era
bastantemente arricchito per domandare Rachele, pensava. Ma in realtà, mentre
cinque anni prima quel momento gli era sembrato
tanto lontano, ora trovava che era troppo presto per ammogliarsi. Rispose con
un telegramma, che la notizia gli era pervenuta troppo tardi e per conseguenza
non aveva potuto assistere ai funerali; che confidava nel parroco, il quale
certo aveva fatte le cose ammodo.
Giovanni pensò con profonda
tristezza la vita miserabilmente trascinata per trent'anni da suo padre, la sua
morte vergognosa, tutta quell'esistenza oscura, senza elevatezza e senza
affetti, e ne sentì un infinito rimpianto
Il Dottorino aveva forza ed
ingegno. Senza dubbio avrebbe potuto far qualche cosa; ed era passato così. Ed
egli era suo figlio; forse aveva ereditato il germe del carattere paterno;
forse le passioni abbiette che avevano rovinato il padre gli stavano latenti
nel cuore aspettando un momento di snervatezza, d'inerzia, per svilupparsi e
per vincerlo.
Questo pensiero lo impaurì, gli
riaccese più viva nel sangue la smania del lavoro, l'ambizione della gloria che
incalza, il desiderio della ricchezza per assicurarsi l'indipendenza. E passò
tutta la notte allo studio del suo grande processo per prepararsi alla difesa.
I dibattimenti durarono una
settimana, e furono una serie di trionfi pel giovine avvocato. Ormai era noto e
famoso; ogni sua parola era aspettata, ripetuta in giro, riferita dai giornali.
Il fatto solo ch'egli doveva parlare, faceva accorrere una folla di gente, stenografi,
giornalisti; le sue frasi erano ridette, commentate nelle conversazioni, i suoi
criterii facevano legge per molti, ed erano discussi e presi in considerazione
anche dalle persone più serie. Ogni sera egli trovava alla sua porta un fascio
di biglietti da visita, riceveva lettere di congratulazione, parole
d'ammirazione e d'amicizia.
Egli però era ancora sotto
l'impressione triste della morte del Dottorino. Rientrando in casa, gli pareva sempre di doverci trovare il cadavere di suo padre,
decrepito anzi tempo, morto nell'ubbriacchezza. Avrebbe voluto non pensarci, e
non poteva.
Ogni
giorno vedeva nella tribuna la contessa che stava ad ascoltarlo. Era splendida
di bellezza e d'eleganza, ed attirava tutti gli sguardi. Ma lei non guardava
che il giovine difensore. Giungeva presto; quand'egli entrava era già là ad
aspettarlo. Gli fissava in volto i suoi occhi d'un turchino metallico, e
rimaneva immobile, cogliendo al volo lo sguardo di lui quando alzava il capo,
lanciandogli un'occhiata tagliente, acuta, penetrante, che gli andava all'anima
traverso le pupille. Durante la sua difesa, più volte egli la guardò; era
appassionato e commosso, e sentiva il desiderio d'un volto amico. Lei era sempre nella stessa posizione, coll'occhio intento
su lui, come per forza magnetica. La pupilla azzurrina era velata da uno strato
vitreo: piangeva; non colla pezzuola, né con una mano sugli occhi; piangeva
lasciandosi cadere lungo le guancie le lacrime lente, che pendevano tremolanti
ai lati del mento, e si staccavano come perle per caderle sul seno, dove
segnavano dei larghi dischi plumbei sulla seta cenerina del vestito.
Giovanni era turbato da quegli
sguardi, da quelle lacrime, da quella bellezza affascinante, da quell'amore
prepotente che sfidava le convenienze per rivelarsi a lui. In quei giorni di
tristezza sentiva d'amare la contessa con una tenerezza dolce da sposo.
Non provava gl'impeti di passione
sfrenata di un mese prima, non aveva il desiderio febbrile di stringerla, di
stritolarla sul suo cuore, di mordere le sue carni rosee da bionda. Avrebbe
voluto sederle accanto in un misterioso silenzio, e piangere sul suo seno. Ogni
giorno si proponeva di andar da lei; ma differiva sempre.
Si deliziava di quell'aspettativa, della stessa intensità del suo desiderio. E
non cessava di pensare a lei.
Il Dottorino era caduto in un tale stato d'ebetismo,
che era passato dall'ubbriachezza alla morte senza forse avvedersene, certo
senza poter chiamare aiuto, né aiutarsi.
La Matta l'aveva trovato freddo,
stecchito nel suo letto, ed era corsa ad avvertire il parroco, e questi l'aveva
mandata a chiamare il procaccio per spedirlo subito a fare il telegramma a
Borgomanero. «È pel signor Giovanni» diceva la Matta al procaccio. Ed era in
tale orgasmo all'idea di rivedere Giovanni che non pensava più alla tragedia
che era avvenuta in casa. Si fermava all'ingresso delle botteghe, e susurrava
come chi teme di destare qualcuno che dorme: «È morto il padrone! È morto
briaco!».
E faceva atti di meraviglia; pareva
che ricevesse lei quella notizia invece di darla. E quando lo stupore dei
bottegai era passato un pochino, ripigliava, raggiante di gioia, come se
fossero trascorsi degli anni, e non ci fosse nessun rapporto tra la nuova
luttuosa della morte, e l'avvenimento felice che annunciava: «Ora il padrone è
il signor Giovanni; servirò lui».
La sera il parroco, vedendo che il
figlio non veniva né rispondeva, disse che bisognava seppellire il cadavere.
La Matta rimase atterrita. Guardò
il morto, che aveva la bocca contorta come se la schernisse dalla sua cassa, e
pensò che stava per andarsene. Poi pensò alla lontananza ignota del padrone
giovine, e si mise a piangere ed a gemere: «Oh Dio! Come farò a trovarlo? Come
farò?»
Era sempre
stato il suo ideale, povera donna, di servire un giorno Giovanni, di vivere con
lui. Nella devozione del suo amore da schiava, non aveva mai desiderato altro
che di servirlo; ma lo aveva desiderato con un'intensità passionale, ne aveva
fatta la méta della sua vita in questo mondo; e quando in chiesa pensava
vagamente al paradiso si figurava ancora Giovanni in alto, e lei a' suoi piedi;
un atteggiamento cui non avrebbe osato aspirare nel suo stato presente, ma che
le pareva d'una dolcezza paradisiaca.
Intanto pregustava piaceri più
terreni. Passava delle ore incantevoli ad immaginarsi di preparare un pranzo
per Giovanni. Sapeva che amava il risotto, pensava tutta la cucinatura d'un
risotto squisito; vi aggiungeva idealmente dei funghi, e fin dei
tartufi; e rideva di gioia all'illusione di vederglielo mangiare e
di sentirsi dire: «Com'è buono!».
Si
faceva insegnare dalle cuoche del farmacista e del parroco una quantità
d'intingoli complicati, per nutrire i suoi sogni d'amore.
Ed ora dov'era mai quel padrone
che voleva servire con tanto cuore? Dove trovarlo? E se si fosse smarrita per
via? Ed anche il morto se ne andava. Lei non lo aveva amato; ma ne aveva presa
cura perché era il padre di Giovanni, e perché sentiva vagamente che quel
vecchio inebetito era un legame tra la casa ed il giovine assente.
Il morto fu messo sotterra; e
quando la Matta tornò dal cimitero, sfigurata dal piangere lungo e disperato,
trovò il parroco, che era tornato prima di lei, e faceva esaminare a parecchi
creditori i mobili del defunto. I denari che riceveva dal figlio il Dottorino
li spendeva all'osteria, dall'acquavitaio, dal tabaccaio; ed aveva lasciati dei
debiti presso tutti i bottegai e presso il padrone di casa.
«È un debito di quattrocento lire
in tutto» diceva il parroco. «Poi ci sarebbe quel poco funerale, e la messa...
Sul figlio non c'è da contare, perché non ha nemmanco risposto e non è venuto;
ma, vendendo i mobili, se ne caverà una piccola somma che forse basterà a pagar
tutti».
La Matta, che era stata ad
ascoltare a bocca aperta, si fece pallida e tremò. Vendere i mobili! I mobili,
fra i quali aveva sognato di vivere il resto de' suoi giorni con Giovanni! Il
suo letto; la tavola dove pensava sempre
d'apparecchiargli da pranzo. E quei libri che gli piacevano tanto!
Rimase un poco assorbita in
riflessioni difficili, senza più badare ai discorsi degli altri che parlavano
di vendita amichevole, di asta giudiziaria, di
altre cose che lei non capiva. Poi se ne andò, corse ad aprire la sua cassa, e
ne tolse il libretto della cassa di risparmio, che portò al parroco, ridendo di
gioia cogli occhi ancora gonfi di pianto. «Cosa vuoi farne?» domandò il
parroco.
«Comperare i mobili...» implorò la
povera donna.
«Sarebbe un prestito che faresti
al figlio del tuo padrone?»
«Sono suoi» disse la Matta con
generosa convinzione. «E il padrone è lui».
«Ma dei mobili cosa vuoi farne?»
«Portarli al padrone. Ma bisogna
insegnarmi la strada».
Il parroco rimase perplesso. Non
voleva abusare della generosità stupida della povera serva. D'altra parte
sapeva che i mobili del Dottorino non potevano fruttare in tutto che un
centinaio di lire. Invece, le cinquecento lire all'incirca che offriva la Matta
erano bastanti per pagare i creditori ed anche la parrocchia. Ci pensò a lungo,
perché non aveva la mente molto svegliata; ma finì per trovare una soluzione:
«Tu comperi i mobili per conto dell'avvocato» disse alla Matta. «Più, gli
presti il rimanente della somma per pagare i debiti di suo padre. Io farò in
modo che ti rimanga da pagare il viaggio ed il trasporto dei mobili. E tu,
andando a Milano colla roba, gli dirai la cosa com'è, e ti farai restituire il
fatto tuo. Gli dirai che, se non ha fede nella tua parola, scriva pure a me,
ch'io attesterò del prestito che gli hai fatto di cinquecento
lire...».
Di tutto questo la Matta non capì
nulla, assorta com'era nell'idea d'andare a Milano da Giovanni e di portargli i
suoi mobili, che dovevano fargli tanto piacere. Dove fosse Milano, come
potrebbe arrivarvi, non ci pensava più. Il parroco le avrebbe insegnata la
strada.
Andava
a servire Giovanni, a fargli da pranzo, a spazzolargli i vestiti, a rifargli il
letto. Come si proponeva di rivoltare le foglie del pagliericcio! di farle
stare sollevate perché il letto fosse morbido! Lei non conosceva ancora i
pagliericci elastici. Diceva alle vicine: «Ora non gli mancherà più nulla,
poveretto. Ora sono io che lo servo!». E lo diceva con un intenerimento, con un
senso d'abnegazione, come se, dacché era lontano da lei, nessuno gli avesse più
resi quei servigi, e stesse squallidamente abbandonato, aspettando lei.
Era trasfigurata dalla gioia.
Salutava tutti dicendo: «Non mi vedrete più». Ma quella parola tristissima
delle separazioni eterne, la ripeteva giubilando: non poteva cessare di ridere;
quel riso era diventato una contrazione involontaria del volto; una convulsione
di gioia.
Passò parecchi giorni e spesso
vegliò anche la notte per pulire, involgere, imballare, sempre
col pensiero smarrito nelle visioni, lungamente vagheggiate, di piatti in
cucinatura, destinati a Giovanni, delle scarpe di lui infilzate nel suo
braccio, e lustrate, lustrate, fino alla lucentezza d'uno specchio, fino ad
indolorirle la spalla pel resto della giornata.
|