|
XI
La partenza da Fontanetto sul carro,
la strada ferrata, che vide per la prima volta a Novara, non la distrassero
dalle sue fantasie.
Osservò con ispavento i facchini
che portavano i mobili verso i carri delle merci, lontani dalla carrozza di
terza classe, dove il carrettiere, dandole il biglietto, aveva indicato a lei
di salire; poi si avviò verso le merci per viaggiare accanto al suo deposito.
Ci vollero spiegazioni infinite
per farla tornare al suo posto. Guardava con diffidenza quel pezzo di carta che
doveva farle restituire i mobili a Milano e lo teneva preziosamente stretto in
mano, sebbene dubitasse del suo valore. Il carrettiere le disse: «Vedrete come
si va presto là dentro. Altro che sul carro!»
Ma lei non gli diede retta rispose
soltanto: «Siete sicuro che me li restituiranno quando sarò a Milano?»
Si avvide appena della rapidità
della corsa; non poteva essere bastantemente rapida pel suo desiderio.
Scendendo a Milano si gettò sul primo impiegato delle ferrovie che vide, col
suo biglietto in mano, e non badò a nulla, fuorché alla ricerca dei mobili.
Il facchino che li caricava,
vedendo quella specie di selvaggia, le disse: «È la prima volta che venite a
Milano?»
La Matta stese ansiosamente le
mani verso uno stipo sgangherato che egli stava sollevando e non rispose.
«Vedrete com'è grande e bella
Milano!» tornò a dire il facchino. «Più del vostro paese. Di dove siete?»
«Badate che non si rompa; posatelo
pianino» gridò la Matta tutta assorta nella responsabilità di quello stipo.
Percorse le contrade, a piedi,
dietro i due carri tirati dai facchini, cogli occhi fissi sui mobili, senza
badare ad altro. In piazza del Duomo il facchino ciarliero si voltò per godere
della sua meraviglia. Ma la Matta non guardava il Duomo. Pensava che stava per
veder Giovanni, per comparirgli dinanzi improvvisamente, le batteva il cuore,
ed aveva una inesplicabile paura. Poi pensava alla gioia che proverebbe
ricevendo i suoi mobili.
«Tanta bella grazia di Dio che
volevano vendere!»
Il facchino le gridò: «Ohe!
Guardate un po' in su. È più bello del San Gaudenzio di Novara».
La Matta alzò gli occhi; vide una
massa bianca e smisurata colla Madonna in cima, si fece il segno della croce,
poi riprese a camminare a capo chino.
«Stupidi villani!» mormorò il
facchino ambrosiano; e diede un urtone al carro dei mobili, per vendicarsi.
La Matta aveva un bigliettino che
le aveva dato il parroco coll'indirizzo di Giovanni, Via del Capuccio N... Non
aveva voluto darlo al facchino, l'aveva presentato tutto spiegazzato a due o
tre persone domandando ansiosamente: «Dov'è? Da che parte si va?»
Ed aveva preteso di dirigere i
facchini dietro quelle indicazioni. Furono essi invece che la guidarono, e si
fermarono al portone che a lei, incapace di leggere i numeri, sarebbe sfuggito.
Giovanni non era in casa. Lo
scrivano dello studio aperse l'uscio, e rimase sbalordito al vedere quella
contadina seguita da due uomini carichi di vecchi mobili. Il giovine avvocato
non aveva che lo studio, con un salottino annesso, e la camera da letto. Lo
scrivano esitava a lasciar ingombrare le stanze con quelle anticaglie. Ma la
Matta lo guardò ben bene in aria di sfida, e gli disse: «Sono i suoi mobili, ed
io sono la sua serva». D'altra parte i facchini grugnivano «che non potevano
rimaner sull'uscio eternamente con quei pesi sul capo». Bisognò lasciarli
deporre il carico, una volta, due, tre, finché ebbero vuotati i carri. C'era
una stia sulla scrivania dell'avvocato, e la vecchia libreria vuota, posata
contro l'armadio della camera da letto, ne nascondeva lo specchio. Nel vano del
balcone entrò come una nicchia il cassone dei libri, e dappertutto seggiole
zoppicanti, materassi rotolati, fodere da pagliaricci, credenze.
La Matta contemplò avidamente il
mobiglio del piccolo quartiere che le parve splendido.
«Questa però non è roba sua»,
pensava.
Aveva una vaga rimembranza di
discorsi uditi quando Giovanni era all'università, che non aveva bisogno di
portarsi un letto né altro perché gli dava tutti i mobili la padrona di casa.
«Sono più belli dei suoi» diceva
fra sé guardando il letto di ferro vuoto, e le modeste poltroncine di damasco
di lana, «ma sono troppo belli, danno soggezione. Non si potrebbe prendere la
rincorsa e saltare su quel tavolino, lucido a quel modo; ci resterebbe
l'impronta dei piedi...»
E, tutta rasserenata a quell'idea gioconda
dei salti che Giovanni faceva da fanciullo, riprese a sorridere alle vecchie
tavole che ingombravano il passaggio.
«Come si troverà più libero fra
questi mobili suoi che conosce...»
E si figurò di vederlo rallegrarsi
di quegli oggetti come di vecchi amici; le pareva che dovesse guardarli ad uno
ad uno, e ridere delle memorie che gli richiamavano, e quasi accarezzarli, e
poi dire a lei che era contento di riavere la sua roba, e che aveva fatto tanto
bene a portargliela, guai se l'avessero venduta! E fregarsi le mani, e saltare,
e dire: «Ora sì che mi sentirò in casa mia, e staremo bene!»
Era tutta animata evocando col
pensiero l'immagine del bel giovinetto che era partito dal paese cinque anni
prima, ma se lo figurava più gaio, più felice pel dono che lei gli portava.
Guardò i suoi abiti appesi ad un attaccapanni, li rivoltò da ogni lato,
introdusse timidamente una mano nella fodera d'una manica, poi sorrise e disse
forte: «È seta!»
Vicina al letto c'era una
poltroncina, e sul tappeto una pianella capovolta. La raccolse, cercò sotto il
letto la compagna, e le dispose una accanto all'altra. Accarezzò lo schienale
imbottito della poltrona, passò leggermente una mano sul sedile; le batteva
forte il cuore; si sentiva opprimere; cedendo ad un'attrazione irresistibile,
si guardò intorno come se temesse di venir sorpresa, poi si mise a sedere
sull'orlo di quella poltroncina dove sedeva lui. Una specie di ebbrezza la
invadeva; tremava tutta; era commossa e finì per abbandonarsi ad un pianto
silenzioso e dolce.
Finalmente s'udì il campanello. La
Matta balzò in piedi e corse all'uscio dello studio. Era lui che tornava di
certo; e lei era là in casa sua a riceverlo, a servirlo. Come doveva essere
contento di vederla là! Le si struggeva il cuore dalla tenerezza. Diede
un'occhiata rapida al letto laggiù in fondo alla camera, ed all'uscio, e le
splendevano gli occhi come due fiamme. Forse pensava se traverso la toppa si
potesse vederlo dormire, come laggiù nella stanza di Fontanetto.
S'udì lo scrivano aprire l'uscio del
salotto, poi una bella voce, sonora come una musica di chiesa, disse in tuono
di grande meraviglia: «Che cosa c'è?»
«È giunta una contadina... La sua
serva...» rispose lo scrivano.
La Matta che s'era sentita
commossa fin nelle viscere da quella voce, ringoiò un singhiozzo che la
strozzava, e s'affacciò all'ingresso del salotto gridando: «Son io, signor
Giovanni, son io!». Poi si mise le mani giunte fra le ginocchia, e stette a
guardarlo dondolandosi e ridendo, ridendo finché gliene rimasero gli occhi pieni
di lacrime.
«Oh! sei tu, poveretta! Come va?
Come va?» disse Giovanni cordialmente.
La Matta non poté che rimettersi a
ridere, perché quel gruppo in gola non la lasciava parlare.
«Mi fa piacere di vederti»
soggiunse l'avvocato, battendole una mano sulla spalla. «Brava! mi fa piacere».
Questa volta il gruppo uscì dalla
gola in un singhiozzo, e la povera donna si nascose il volto nelle cocche della
pezzuola del capo che le pendevano sotto il mento.
«Via via» tornò a dirle Giovanni
affettuosamente, «non agitarti. Siedi. Riposati. Parleremo più tardi». Ed entrò
nella sua camera.
Ma ne uscì presto, stette un
momento sull'uscio per assicurarsi che il primo impeto di commozione era
passato poi disse: «E così? Com'è che hai portati questi mobili?»
«Sono suoi» rispose la Matta, ed
il suo volto s'irradiò di gioia nel dargli quella nuova consolante.
«E tu hai fatto il viaggio apposta
per accompagnarli?» domandò Giovanni, senza esternare il piacere che la Matta
s'aspettava. «Sei stata ben buona, e te ne ringrazio».
La Matta ripeté ancora: «Era
giusto; sono suoi».
«E non ci sono debiti da pagare
laggiù?»
«No, no. È pagato tutto».
Giovanni aveva mandato sufficiente
denaro a suo padre per poter credere facilmente che fosse morto senza lasciar
debiti, ed avanzando da pagare i funerali. Fece un giro nello studio, guardando
la stia sulla scrivania, due panche da letto ritte contro un casellario,
pigliando in mano una vecchia cassetta pel sale, che era sulla tavola dello
scrivano; poi tornò dalla Matta e ripeté i ringraziamenti.
«Sei stata troppo buona davvero.
Non metteva conto di venire fin qui per questi cenci. Si sarebbe potuto
venderli là; oppure avresti potuto tenerli».
«Oh, sono suoi» disse per la terza
volta la povera donna col cuore serrato.
«Non importa» riprese Giovanni,
«te li regalerei volentieri in compenso delle cure che hai avute pel povero
babbo».
La Matta si sentiva gelare il
sangue di dentro. Non era l'accoglienza che s'era aspettata; le pareva che la
mettesse fuori dell'uscio, e tremava tutta di vedersi sola nel mondo. Giovanni,
vedendo che rimaneva a capo chino senza rispondere, credette di comprendere, e
ripigliò: «Ma forse non sapresti dove metterla questa roba; non puoi portartela
in casa dei padroni. Dove andrai ora?» le domandò con affettuosa premura. «Hai
trovato da collocarti?»
Fu
un colpo di pistola in mezzo al cuore per quella serva devota. Non la voleva!
Non ci pensava nemmeno di tenerla con sé! Quella delusione la colpì così
dolorosamente che si lasciò ricadere sulla sedia e si mise a piangere ed a sospirare:
«Oh povera me! O povera donna me!»
Giovanni le sedette accanto, cercò
di consolarla.
«Non affliggerti così. Se non hai
padrone, lo troverai; intanto puoi rimanere qualche giorno qui, e poi ti darò del
denaro perché tu possa aspettare in casa della tua balia finché non ti capiti
da collocarti bene. Sai che non sei una donna abbandonata. Ho de' doveri verso
di te, e li riconosco volentieri...»
Passeggiò su e giù per la stanza,
come impacciato dalla presenza di quella donna, poi guardò l'orologio e vide
che erano le sei: «Ma tu avrai fame» disse con premura. «Io pranzo alla locanda
e qui non ho nulla da darti. Ti farò accompagnare ad un albergo qui accanto,
dove ti daranno da mangiare, ed anche da dormire. Potrai fermarti due, tre
giorni, fin che vorrai. Sono buona gente. Le ragazze ti condurranno fuori a
vedere Milano».
La Matta non si moveva. S'era
tirata giù la pezzuola fin sulla fronte, e rimaneva muta colla testa bassa.
«Non vuoi venire? Che cosa vuoi
fare?» domandò Giovanni con un lieve tono d'impazienza.
Lei sentì che doveva rispondere, e
facendo uno sforzo sovrumano balbettò: «Io non so».
Egli era avvezzo a quella parola
inconsapevole della povera scema, ma in quel momento, vedendo che rifiutava di
andare a mangiare e dormire, mentre doveva averne tanto bisogno, pensò che
forse le mancava il denaro, ed aprendo il cassetto della scrivania, ne trasse
un biglietto da cento lire, e glielo mise in mano dicendole: «Prendi. Questo è
per te. Ti pagherai le spese all'albergo, ed il viaggio quando vorrai tornare
al paese. Ed in ogni occorrenza che tu abbia bisogno, fammi scrivere, perché
sei sempre stata buona e non ti
abbandonerò».
Era una sentenza definitiva. Non
voleva tenerla con sé. Era finita, non c'era più speranza. Il lungo sogno della
sua povera vita svaniva, il suo grande amore da schiava era respinto dal
padrone. In quella immensa rovina parve alla Matta che il mondo crollasse
intorno a lei, che la spingessero sola in un immenso deserto. Le venne in mente
l'asino del mugnaio che girava sempre
sempre intorno ad un palo per far
girare la macina, e, quand'era vecchio e non girava più, lo conducevano a
Borgomanero e lo vendevano per poche lire. E pensò che lei era come
quell'asino. Si rizzò convulsa, scese le scale barcollando, Giovanni la seguì.
Provava una grande pietà per quella povera creatura. La condusse egli stesso in
un piccolo albergo modesto, dove altre volte aveva mangiati i suoi modesti
pranzi da una lira, e la raccomandò all'albergatrice. Poi le disse prendendole
una mano come avrebbe fatto con una signora: «Sei stanca, poveretta. Ora
mangerai bene, berrai un buon bicchiere di vino, e ti metterai a letto. Addio;
stai di buon animo. Vieni a trovarmi prima di partire. E se hai bisogno di me,
ricordati».
Se ne andò commosso e pensoso.
Quella comparsa gli faceva tornare alla mente vaghe e lontane le immagini del
passato: il suo poetico amore, mezzo morto, soffocato dalla passione che lo
divorava. Ma quello era l'amore dell'avvenire, l'amore dell'età tranquilla, il
riposo, la pace. Ora aveva nell'anima la tempesta. Quell'ultimo giorno la
contessa lo aveva magnetizzato, bruciato coi suoi lunghi sguardi. In certi
momenti era penetrata nel suo cuore fino a fargli tremare la voce, a mettergli
un singhiozzo in gola. Colla fissità innamorata di quegli occhi larghi e chiari
gli aveva detto ancora ed ancora che lo amava, che era sua.
Ed egli sentiva che era vinto, che
non potrebbero più vivere separati, che avevano assaporate tutte le note
dell'incantevole preludio dell'amore, che erano giunti a quello stato
d'esaltamento che rende felici od uccide. E per essi non c'erano ostacoli, non
dovevano morire.
Quella notte vegliò febbrilmente
sognando l'ultimo rapimento dell'amore confessato, la gioia ineffabile e crudele
di possedere quella donna, d'abbandonarsi a lei, di confondere le loro vite in
una passione colpevole.
Il mattino fece sgombrare lo
studio dei vecchi mobili di suo padre. Incaricò lo scrivano di farli mettere
sul solaio, e di riporre i libri nella libreria. Aspettava qualche cosa; era
agitato; avrebbe voluto che la sua casa fosse bella. Non osava pensare che la
contessa poteva venire; ma aspettava qualche cosa da lei; era certo di vederla;
quel giorno sarebbe andato e le avrebbe detto che la amava. Ma sperava che lo
scrivesse prima lei.
Andò a sedere alla scrivania; ma
era impaziente. Ad ogni scampanellata guardava l'uscio ansiosamente; se
tardavano ad entrare, gridava allo scrivano che era andato ad aprire: «Chi è?»
Una volta lo scrivano gli rispose:
«È il cameriere della locanda. Viene per quella donna di ieri...»
«Ah! Va bene, pagalo» rispose
Giovanni distratto.
Ma poco dopo lo scrivano rientrò:
«Dice che vuol parlare con lei».
Giovanni accennò col capo di sì, e
guardò il cameriere per invitarlo a parlare. Questi crollò il capo, poi disse:
«Era disperata, povera donna!»
«Disperata! Perché?»
«Non so. Non ha voluto parlare.
Andò a rannicchiarsi in un angolo della bottega e rimase tutta la sera cogli
occhi da spiritata. Urlava come un cane rabbioso, e si cacciava le unghie nella
fronte».
«Ma cosa aveva?» domandò Giovanni.
«Sie... Aveva un bell'interrogarla
in tutti modi, anche la padrona. Non rispondeva nulla, la respingeva ed urlava
più forte. C'è voluto tutto a farla andare in camera quando si dovette chiudere
l'albergo. E tutta notte l'abbiamo udita gemere. Poi questa mattina la padrona
la trovò ancora rannicchiata in terra; non s'era messa a letto. Disse che
voleva tornare al suo paese, e non ci fu verso. Bisognò metterla nell'omnibus e
condurla alla stazione pel primo treno di Novara. Non sapeva neppure prendere
il biglietto; l'ho preso io...»
Giovanni rimase impensierito.
Aveva ascoltato un po' distrattamente, ma pure s'interessava della povera
serva; disse a mezza voce: «Cosa potrà avere? Ma!». Poi pensò che i campagnoli
non sanno stare lontano dai loro paesi. Quella poi non se ne era scostata mai,
ed era un po' scema; s'era spaurita...
Prima che il cameriere uscisse,
s'udì un tocco del campanello; e portarono una lettera a Giovanni. Era la
lettera della contessa.
Egli si alzò, e corse a leggerla
solo nella sua stanza. Alla Matta non pensò più.
La
bella contessa Gemma, avvezza ad appagare tutte le sue brame ad ogni costo,
appena s'era sentita nascere nel cuore un amore, vi si era abbandonata senza la
minima resistenza; l'aveva anzi fomentato coll'immaginazione, aveva pregustate
con delizia le sorprese di quella nuova gioia che si prometteva.
S'era figurata l'ora inebbriante e
soave della confessione; le parole ardenti, gli sguardi innamorati e profondi,
le carezze febbrili; ed aveva vissuto quell'ora col pensiero, coll'ansia del
desiderio; ne aveva provate le emozioni, intense fino allo spasimo, fino al
delirio; e di giorno in giorno aveva detto: «Sarà domani».
Poi i domani s'erano succeduti monotoni
e lenti senza portare nessun avvenimento nel suo romanzo d'amore; ed allora la
contessa s'era sentito stringere il cuore da apprensioni paurose: «Se non lo
vedessi più? Se non mi amasse? Se quella sera avesse ceduto ad un'eccitazione
momentanea e poi l'avesse scordata come si scorda un'ora d'ubbriachezza?».
Ed allora le era parso che le
mancasse qualche cosa di profondamente caro, di necessario alla sua esistenza;
aveva provato un bisogno potente che, comunque fosse, ubbriachezza,
eccitazione, delirio, quella sensazione durasse nell'animo di Giovanni; oppure
si rinnovasse, se quel breve tempo l'aveva dissipata. E s'era data a cercarlo
affannosamente nelle case ch'egli frequentava, ai teatri, alle feste, studiando
le abbigliature e le scollature più provocanti, facendosi bella e seducente per
riconquistare quella dolcezza, che l'aveva inebbriata un momento ed era
svanita. E da ogni ricerca tornava prostrata, irritata, nervosa; s'abbandonava
a pianti convulsi, ed accessi di furia; spezzava quanto le cadeva sotto mano,
maltrattava la cameriera, lacerava abiti e trine, scriveva lettere disperate,
poi le lacerava anch'esse.
Finalmente
aveva saputo che egli era assorto in un processo di grande importanza; e lei
era corsa a cercarlo alle udienze, aveva preso il posto più in evidenza nella
tribuna, aveva fatto pompa delle commozioni che provava nell'ascoltarlo, s'era
gloriata superbamente di quel sentimento tutto nuovo pel suo cuore frivolo, e
che metteva una nota romantica nella sua vita.
Per tutta la durata dei
dibattimenti, aveva scandagliato il giovine avvocato colla fissità delle sue
pupille metalliche; gli aveva trasfusa nell'anima traverso gli occhi un'onda
d'amore, l'aveva attirato a sé colla potenza d'una passione imperiosa, d'una
volontà irresistibile. E lo aveva veduto arrossire, impallidire, tremare,
commoversi sotto suoi sguardi, ed aveva riprovata la gioia suprema di sapersi
amata.
Ma ancora i giorni s'erano
succeduti, e Giovanni non era andato da lei.
Tornando dalla grande seduta
quell'ultimo giorno, ardente d'entusiasmo, ardente d'amore per quel giovine
dalla voce armoniosa e profonda che strappava lacrime ed applausi a tutti, la
contessa aveva rotto ogni freno di riserbo femminile, e, nella sua impazienza,
aveva scritto: «Perché non venite? Non sapete che vi amo?»
|