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XII
Quella lettera mise la febbre nel
sangue a Giovanni. Dopo il lungo studio e la lunga fatica di quel processo che
lo aveva occupato esclusivamente, si gettò con un ardore da assetato in quella
festa d'amore che la fortuna gli offriva.
Corse come un pazzo dalla
contessa, dimentico dell'ora, delle convenienze, di tutto.
Erano appena le undici del
mattino. Fu introdotto in sala da pranzo, dove il generale e sua moglie stavano
a colazione. Giovanni rimase istupidito come uno che si svegli improvvisamente
da un bel sogno. Non gli pareva possibile che quella signora, seduta
compostamente a tavola, che mangiava una bistecca discorrendo del più e del
meno con quel marito vecchio, fosse la stessa eroina da romanzo che gli aveva
scritto: «Non sapete che vi amo?»
In un momento tutta la sua
illusione inebbriante si dissipò, gli parve di aver delirato, e che non fosse
vero nulla, e che dovesse trattare sempre
quella bella donna come la trattava in quel momento davanti al conte.
Quell'ambiente tutto impregnato d'odori di vivande, colla mensa coniugale, coi
cerchietti dei tovaglioli marcati coi nomi dei due sposi, colle biancherie
colle loro cifre, con una quantità di cosette di uso comune che li vincolavano,
non era fatto per udire proteste d'amore, e le soffocava in gola.
Un momento Giovanni pensò che
quella lettera era stata un artificio per ottenere una visita che egli tardava
troppo, e forse anche per ischernirlo di quel momento d'aberrazione, in cui
egli s'era lasciato sfuggire quell'esclamazione stravagante: «Siete troppo
bella!»
Stette ad assistere alla
colazione, comprendendo appena le domande che gli facevano sui particolari del
processo, rispondendo lungamente come se, per giustificare in qualche modo la
sua presenza a quell'ora, volesse persuadere il generale che era andato appunto
per portare quelle nuove. Era imbarazzato di trovarsi là, e non sapeva come
andarsene. Guardava la contessa e la vedeva così tranquilla, sorridente,
felice, che non poteva più figurarsela tribolata da una grande passione. Senza
dubbio il solo pazzo era lui.
Finalmente il conte si alzò da
tavola, porse la mano al visitatore, e, coll'aria rassegnata d'un uomo avvezzo
a piegarsi alla volontà della moglie, domandò di uscire per fumare un sigaro:
«Gemma non può tollerare l'odor di tabacco in casa».
E se ne andò.
Appena egli fu scomparso parve che
l'ambiente della stanza si mutasse; la prosa era uscita con lui. La contessa,
ritta accanto all'uscio che aveva chiuso dietro il generale, sembrava trasfigurata. Le sue pupille turchine
mandavano lampi acuti come punte d'acciaio; tremava tutta.
Giovanni le si fece incontro, e
sentì che le parole d'uso, i saluti convenzionali non erano più possibili.
S'erano compresi e spiegati troppo; erano due innamorati, soli per la prima
volta, l'uno in faccia all'altra.
Stese le mani in silenzio; Gemma
gli porse le sue, e stettero così un momento colle mani strettamente congiunte,
cogli occhi fissi, muti, palpitanti, inteneriti. Poi Giovanni se l'attirò
accanto, la serrò in un abbraccio ardentissimo, silenzioso, mentre lei,
sopraffatta dalla violenza dei suoi sentimenti, si abbandonava ad un pianto
convulso.
Da quel giorno Giovanni e la
contessa Gemma divennero inseparabili. Dovunque essa andava, si era certi di vederla
accompagnata da lui. Alle sue serate, ai suoi pranzi d'invito il giovine
avvocato era immancabile come uno della famiglia. Era difficile giungere prima
di lui e partire dopo.
Dal canto suo la contessa era
assidua in tribunale quando Giovanni perorava qualche causa; si teneva al
corrente di tutti i processi che gli erano affidati, e si gloriava dei trionfi
di lui come d'una cosa che la riguardasse.
Quel primo amore a trent'anni,
nella pienezza del suo sviluppo fisico, della sua esperienza di donna, s'era
rivelato alla prima imperioso, violento, intollerante d'ogni freno. Pareva che
ella si compiacesse a far pubblica la sua relazione con Giovanni come per dire
alla gente: «Badate, questo uomo è mio».
Vivevano quanto più potevano
insieme; in mezzo ad un circolo di conoscenti sapevano cogliere il momento per
rivolgersi qualche parola sommessa, per isfiorarsi la mano nel porgersi una
tazza di tè, nel leggere insieme un giornale. Davano appena, lui al lavoro, lei
alle esigenze della vita elegante, il tempo e l'attenzione che erano
strettamente necessari. Poi si cercavano, si rinvenivano, dimenticavano ogni
cosa per assorbirsi l'uno nell'altra.
Sovente, a tarda sera, uscendo dal
teatro, si facevano condurre fino ai bastioni lontani di Porta Nuova, poi
mandavano la carrozza ad aspettarli a Porta San Celso e facevano a piedi sulla
neve quel lungo tratto di strada, rabbrividendo di freddo, stringendosi l'uno
all'altra per riscaldarsi, correndo, parlando poco, beati di sentirsi uniti e
soli e liberi nella misteriosa oscurità.
Se per necessità di professione
Giovanni doveva allontanarsi da Milano, la contessa scompariva al tempo stesso,
e ricompariva soltanto quand'era tornato lui. Si dava appena la briga di
immaginare una parente lontana che era stata a visitare in campagna, ma senza
curarsi di farlo credere.
Inventarono alcune di quelle
follie temerarie che i giornali pettegoli amano di narrare, nascondendo male i
nomi dei protagonisti sotto il trasparente velo dell'anonimo. Fecero
l'ascensione del Monte Rosa vestiti tutti e due della medesima stoffa grigia,
colla stessa cravatta, gli stessi stivaletti, lo stesso cappello di feltro
ornato d'un pennacchietto e di una sciarpa bianca, gli stessi guanti. Sull'alpenstok,
sotto il nome del picco e la data dell'ascensione, fecero incidere le loro
iniziali riunite, e, lungo il viaggio, sugli album degli alberghi,
s'inscrissero sempre come sposi in
viaggio di nozze, mettendo accanto ai loro nomi delle frasi sentimentali.
Un'altra volta andarono a Monte Carlo,
giocarono fin all'ultimo soldo, e dovettero rimanere in pegno all'albergo
finché Giovanni ebbe telegrafato a Milano, e gli fu spedito il denaro del
ritorno.
Il generale ignorava forse quelle
spedizioni di sua moglie; oppure le conosceva, e si era rassegnato. Comunque
fosse, la relazione della contessa col giovine avvocato non era un mistero per
nessuno. Era una di quelle situazioni che la gente tollerante accetta malgrado
la loro illegalità, che le persone ammodo tengono a distanza, ma a cui tutti finiscono
per avvezzarsi. Anche i due amanti ci si avvezzarono, e dopo qualche tempo,
esaurito il repertorio delle follie amorose, tirarono via ad amarsi
tranquillamente come due sposi. Era un amore troppo sicuro e palese per creare
situazioni da romanzo. Non c'era il mistero né la paura affannosa d'essere
scoperti. Tutto procedeva liscio in quella passione spensierata e gioconda che
si alimentava più di monellate che di sentimentalità languenti; era un amoretto
più che un amore, e per questo durava.
Tuttavia Gemma, sotto
quell'apparenza giuliva d'amoretto galante, nutriva una forte passione nella
quale aveva concentrata tutta la poesia d'un primo amore, tutto l'ardore
dell'età matura. Mentre invece Giovanni, sedate le prime tempeste, s'era fatto
de' suoi rapporti con la contessa una dolce abitudine, che lo riposava da' suoi
lavori senza distrarnelo troppo, che non lo turbava con impazienze ardenti né
con gelosie, che gli lasciava tutta la sua serenità di spirito. E gliene era
grato, e le era affezionatissimo.
Tratto tratto ripensava le sue
lontane ambizioni di farsi ricco per strappare al signor Pedrotti il consenso
di sposare Rachele. Ora era ricco, guadagnava cinquantamila lire all'anno. Ma
quanto tempo c'era voluto! Fortuna che quella giovinetta non s'era impegnata ad
aspettarlo. Ormai doveva essere maritata, e madre di famiglia. In certi giorni
noiosi, monotoni, sospirava che anche lui avrebbe voluto esser padre di
famiglia, e che invecchiava solo, e più tardi non avrebbe nessuno intorno per
amarlo... Ma poi rivedeva la contessa, passava delle buone ore con lei, e non
ci pensava più.
Così passarono degli anni, durante
i quali la fama, la fortuna, la situazione sociale di Giovanni si
consolidarono. Non era più un giovinotto; aveva trentacinque anni: era un uomo
serio; si trovava alla testa di uno dei principali studi legali di Milano;
possedeva un appartamento signorile; era decorato della croce dei Santi
Maurizio e Lazzaro, ed era certo d'essere portato candidato alle prime
elezioni.
La contessa era sempre bella, e, con quella tenacità che è
particolare alle donne, sempre
innamorata. Finché Giovanni fu assiduo presso di lei, e devoto ai suoi
desideri, fu felice anche lei di quell'amore sereno in cui tutto era piacere e
diletto. Ma venne il tempo in cui anche le formalità della galanteria furono
messe da parte, e, gradatamente, senza quasi avvedersene, Giovanni trascurò di
mostrarsi innamorato, e lasciò troppo comprendere che considerava l'amore
coll'occhio d'un uomo serio.
«Questa» diceva, «è la parte
privata della mia vita: non deve invadere il terreno della parte pubblica. Ho
altri doveri: lo studio, il tribunale, gli affari, la politica. Debbo leggere i
giornali, frequentare i circoli. Quando sono libero non domando di meglio che
stare con te. Ma non posso passare le giornate a farti la corte. Sai che ti
voglio bene...»
La bella Gemma invece s'era fatta
delle idee da romanzo; sognava la passione esclusiva ed eterna, non poteva
rassegnarsi a quel cambiamento di Giovanni, ne cercava le cause, scriveva
lunghe lamentazioni, e quando rivedeva l'amante, occupava le poche ore ch'egli
poteva dedicarle a fare scene di risentimento e di gelosia.
Giovanni, in realtà non aveva
fatto nessun cambiamento. Egli, che l'aveva sempre
amata ad un modo, e soltanto aveva smessa un po' la galanteria e le
dimostrazioni a misura che era cresciuta l'intimità, non capiva di che cosa
ella si lagnasse, la trovava esigente ed ingiusta.
«Alla nostra età» le diceva, «non
possiamo più abbandonarci alle follie amorose come due giovinetti».
Quelle parole sembravano crudeli alla contessa. Si disperava
ch'egli la trovasse vecchia.
«Ecco» diceva, «è per questo che
non mi ama più».
E si torturava di gelosia se egli
avvicinava una donna più giovine di lei. Giovanni ci metteva della buona
volontà per renderla contenta; tornava studiatamente alle frasi amorose, si
metteva in ginocchio, le baciava le mani. Ma era troppo uomo per non avere un
certo sussiego in società: ed in presenza della gente ripigliava il suo
contegno serio che affliggeva tanto Gemma.
«Debbo farlo per rispetto alle
convenienze» diceva, «per rispetto a te stessa».
Ma lei, che ripensava sempre con rimpianto il tempo in cui egli pure non
si curava di quel rispetto, non rinunciava alla speranza di vederlo rinascere,
ed insisteva a cercare la causa che rendeva freddo il suo amante.
Più d'una volta lo mise
nell'imbarazzo frapponendosi tra lui ed una supposta rivale. Una sera, mentre
egli si disponeva ad accompagnare al pianoforte la giovine sposa d'un suo amico
che doveva cantare una romanza, la contessa dichiarò che stava male, che aveva
bisogno di ritirarsi immediatamente perché si sentiva svenire, e obbligò
Giovanni ad uscire per ricondurla a casa, prima che la signora avesse potuto
cantare.
Giovanni uscì irritatissimo, ed
appena fu solo in carrozza con lei si lagnò che lo rendesse ridicolo con quelle
scene. Ne seguì una lite aspra, che durò per tutta la strada, poi un lungo
malumore, uno scambio di lettere desolate, supplichevoli, umili da parte della
contessa, fredde da parte di lui, e finalmente una riconciliazione stentata.
Così tirarono avanti del tempo
ancora, un po' in pace, un po' in guerra, ritrovando tratto tratto qualche
raggio della passata felicità, illudendosi d'averla ricuperata, poi ricadendo
nelle liti, nei malumori per una puerilità, per un saluto che Giovanni
rivolgeva ad un'altra, per un atto di poco riguardo verso Gemma.
Nell'inverno una signora, artista
di canto, che aveva una lite con un impresario teatrale, andò a consultare
l'avvocato Mazza e gli affidò la sua causa. Giovanni dovette recarsi più volte
da lei per avere informazioni ed istruzioni. Era una bella donna e la gente
pettegola non perdette l'occasione di ciarlare a proposito di quella nuova
relazione dell'avvocato.
La contessa divenne inquieta,
sospettosa, pazza di gelosia. Pretendeva che Giovanni rinunziasse a quella
causa. Implorava questo come una prova d'amore, e non poté ottenerla. Giovanni
era infastidito di quelle esigenze strane, e diventava meno condiscendente ogni
giorno. Fu un tristo carnovale per la contessa, che si sentiva trascurata, e
vedeva con dolore il suo amante sfuggirle a misura ch'ella metteva più passione
e studio per trattenerlo; sfogava il suo malcontento in dispettucci meschini
che inasprivano tutti e due. Una sera in teatro uscì improvvisamente dal palco
a metà dello spettacolo perché Giovanni aveva salutata la sua cliente, che era
nel palco di contro.
Poi venne la quaresima; non
c'erano più spettacoli teatrali, e poteva meno sorvegliare Giovanni. Se non andava
da lei, se non lo incontrava in qualche casa di comuni amici, si figurava che
fosse dalla cantante; nessuna ragione valeva a persuaderla del contrario.
Giovanni finì per impazientarsi e non iscusarsi più.
Allora ella s'abbandonò ad una
vera persecuzione contro l'artista. Fece inserire degli articoli malevoli sul
suo conto in un giornale teatrale, e giunse persino a scriverle delle lettere
anonime, accusandola di fingere una lite per sedurre un avvocato illustre e
ricco.
Giovanni, a cui la cantante comunicò
quelle lettere, rimase male; s'irritò della situazione ridicola in cui lo
metteva la contessa, e nel suo giusto sdegno le rimproverò acerbamente la sua
ignobile azione.
Fu la crisi decisiva che doveva
rompere quella relazione già troppo prolungata e violenta. La contessa, quando
si vide abbandonata, nella sua gelosia insensata, non pensò che a ravvivare
l'amore di Giovanni rendendo lui pure geloso. E si fece vedere in pubblico
accompagnata da un giovinotto che la corteggiava da qualche tempo, ed ostentò
di trattarlo con confidenza, di accordargli delle libertà che lasciavano
supporre relazioni molto intime fra loro.
Giovanni
lo vide, e ne provò un profondo disgusto; ma non fu geloso, non andò a
rimproverare alla bella infedele la fede tradita, non scrisse lettere
disperate. Il suo cuore s'era fatto freddo per lei e rimase freddo.
Allora, nella sua nervosità
febbrile, la contessa si abbandonò davvero ad un amore che non sentiva, per
vendetta, o per dispetto, o per amor proprio, o per tutte e tre le ragioni
unite; ed, eccessiva in tutto, prese una risoluzione pazza, che annunciò lei
stessa a Giovanni, in un'epistola insensata e crudele. Forse prese quella
risoluzione unicamente per scrivere quella lettera.
Vi avevo giudicato troppo bene —
diceva per concludere una serie di periodi amari e pungenti —. E voi non
meritate il mio amore. Finché aveste bisogno d'una relazione nella società alta
per farvi strada, fingeste d'amarmi. Ora che avete una situazione, mi
abbandonate come un ingrato. Ma non vi state a figurare d'avermi avvilita col
vostro disprezzo, e ch'io debba passare il resto de' miei giorni a
rimpiangervi; non siete degno di tanto. Se voi non mi trovate più troppo
bella, e neppure bella a sufficienza per riscaldare il vostro cuore
d'uomo positivo, c'è chi mi trova ancora bastantemente bella per consacrarmi
tutta la sua vita, per sacrificarmi la sua posizione come voi non avete saputo
sacrificarla mai, per sfidare l'opinione del mondo, il vostro idolo. Siate
felice colla vostra conquista da palcoscenico; io cercherò di dimenticare,
nell'amore d'un uomo generoso, un altro che non lo fu mai...
Prima che Giovanni ricevesse
quella lettera violenta e verbosa da amante offesa, tutta Milano parlava della
fuga della contessa Gemma col suo nuovo amante.
Quella vendetta mostruosa di
passare freddamente, e per pura pazzia gelosa, da un uomo che amava ad un
indifferente, finì di disgustare Giovanni; si sentì deluso, oltraggiato,
diffidò della dignità umana.
Certo, nel suo amore per la
contessa, non aveva mai posta molta idealità. Aveva subito il fascino della
bellezza, dell'eleganza. L'aveva conosciuta quando egli era nel completo
sviluppo della sua gioventù, dopo una vita di privazioni, e col cuore e la
fantasia eccitati da un lungo amore contrariato. Aveva ceduto alle tendenze
della sua età, ed era stato felice ed infelice con quella donna, senza averne
un alto concetto morale, curandosi appena del suo animo, del suo carattere. Era
certo di non trovarsi mai nel caso di darle il suo nome, e s'appagava di
trovarla bella, spiritosa, ammirata. Era un'amante che lusingava il suo amor
proprio, che lo rendeva felice e lo manteneva di buon umore, senza che egli la
mettesse nel suo pensiero al disopra di tutte le donne.
E tuttavia, la sua parte di vanità
umana non gli avrebbe mai permesso di credere che la donna amata da lui potesse
scendere tanto in basso. E quando dovette riconoscerlo, dubitò di tutte le
donne, pur di non credere che gli era toccata appunto la peggio. E, mentre, non
amando più la contessa, non provava alcun dolore nel perderla, si sentiva
desolato, infelice, solo.
Era la sua ultima illusione che la
bella fuggitiva s'era portata con sé; ed era quella che egli rimpiangeva.
Ebbe un momento di aberrazione, in
cui si buttò a corteggiare disperatamente la sua cliente artista di canto, come
per ravvivare con un'altra passione, o apparenza di passione, i sentimenti che
si sentiva morire nell'anima. Ma quella giovine era talmente avvezza ad essere
corteggiata, che trovò naturale di esserlo da lui, e non ne fece caso. Soltanto
quand'egli volle spingere le cose più innanzi, gli disse netto netto che, in
quel momento, aveva una relazione di cuore.
Era facile capire che, senza
quella circostanza, avrebbe accolte ad ogni modo le sue profferte, quand'anche
la sua relazione con lui non avesse potuto essere di cuore.
Fu una nuova amarezza per
Giovanni. Egli si trovava appunto in quell'età in cui l'esperienza della vita è
completa. Aveva provate tutte le illusioni poetiche della gioventù. Poi ne
aveva compresi gli errori, aveva imparato a considerare il mondo dal suo lato
più positivo, a riguardare come sogni giovanili i sentimenti puri, le passioni
disinteressate, a prendere il mondo dal suo lato piacevole e gaio.
Ed ora, anche di questo secondo
apprezzamento comprendeva gli errori, e, fatto il confronto, si persuadeva che
gli errori di prima erano preferibili.
E ricordava con rimpianto il
nobile ardore che lo infiammava altre volte per le prime cause sostenute, il
lavoro fervente ed amoroso del giorno, le veglie, impazienti d'altro lavoro e
d'altre scoperte. Ora le cause affluivano al suo studio senza procurargli
nessuna gioia. Le esaminava coll'occhio freddo e sicuro dell'esperienza, le
sosteneva senza eccitazioni, senza lacrime, qualche volta senza metterci
neppure interessamento.
Ricordava il suo punto di
partenza. Un'estrema povertà, ed un grande amore. E ricordava la meta che s'era
prefissa. La gloria e la ricchezza, sempre
per quell'amore.
Ora aveva ottenute la ricchezza e
la gloria; ma l'amore lo aveva perduto per via.
Forse, se, appena conseguita una
situazione onorevole ed agiata, si fosse affrettato a domandare Rachele,
sarebbe giunto in tempo prima che altri l'avesse ottenuta. Ma allora le mille
curiosità della vita cittadina lo spronavano per un'altra via; la poesia serena
di quell'amore verginale, la pace del matrimonio non l'avrebbero reso felice;
avrebbe portate nella calma della vita coniugale le febbri ardenti del suo
cuore giovine, le aspirazioni illusorie della sua inesperienza.
C'eran voluti la vita burrascosa del
mondo galante, gli amori adulteri ed avventurosi, per appagarlo, e restituirgli
la pace; e lo avevano, più che appagato, saziato, deluso. E lo lasciavano
malcontento di sé, sfiduciato degli altri, solo, senza speranze, col cuore
assiderato.
Furono i giorni più tristi della
sua vita. Nel suo quartierino elegante, o nei salotti aristocratici dov'era
accolto, ripensava con invidia il mezzanino del fornaio, l'assito mal connesso.
Nell'aula affollata del tribunale, fra ammiratori, giornalisti, stenografi, che
pendevano dalle sue labbra, fra gli applausi e le lodi, ripensava la sua prima
arringa fatta agli zoccoli appesi nella sua stanza; ed avrebbe voluto tornare a
quei tempi, povero ed ignorato, pur di avere ancora la speranza e la fede
d'allora in quel trionfo che, conseguito, lo lasciava freddo.
Non aveva fatto nulla di tanto
anormale che dovesse rimproverarsi. Giovine e libero, aveva seguite le
inclinazioni naturali della sua età. Ognuno al suo posto avrebbe fatto
altrettanto. Ma gli doleva che le inclinazioni naturali fossero così;
s'accorgeva troppo tardi che la prima strada era la buona; ed avrebbe voluto
riprenderla; ma ormai non era più in tempo.
La seconda festa di Pasqua
ricevette un invito per una festa da ballo; e per abitudine vi andò. Si era
fatto talmente alla vita elegante, era egli stesso così raffinato, così
gentiluomo, e così uomo di mondo, che si trovava nel suo centro nelle sale
sfarzose e nelle società delle belle dame, degli uomini illustri, dei
diplomatici, degli artisti celebri, della nobiltà eletta. Da qualche tempo non
danzava più, non giocava, non si divertiva; ma era nel suo ambiente.
Quella sera era più triste del
solito, e s'era messo a discorrere di politica con un vecchio senatore. Nel più
bello d'una discussione seria sul macinato, che era allora la questione più
interessante, il senatore sorrise da lontano a qualcuno, che poi s'avvicinò a
salutarlo.
«Il conte Tale; uno dei nostri
futuri diplomatici...» disse il vecchio presentando a Giovanni il nuovo venuto,
un giovinotto sui venticinque anni.
Giovanni balbettò una delle solite
frasi: «che era fortunato di fare quella conoscenza».
«Ma la nostra conoscenza non
comincia ora» rispose il giovinotto; «e se non mi sbaglio data per lo meno da
sedici anni».
Giovanni lo guardò attentamente,
ma non lo riconobbe.
«Non avevo che otto anni allora»
riprese il giovine sorridendo. «E quand'ero invitato a pranzo mi mettevano alla
tavola dei bambini...»
Allora Giovanni si risovvenne del
nome di quella famiglia, e riconobbe uno de' suoi piccoli commensali di casa
Pedrotti. Tutta quella scena fresca, quell'ombra estiva, quelle mense
signorili, quei vecchi barbassori, quella giovinetta bionda, gli si ravvivarono
al pensiero come in quel giorno lontano; e stringendo le mani con effusione al
suo nuovo conoscente esclamò: «Come mi fa piacere! Come mi fa piacere!»
Era vero; gli faceva un grande
piacere quel ritorno sul passato. L'imbarazzo che aveva provato allora, i suoi
risentimenti feroci contro gli orgogliosi mecenati, la paura d'avvilirsi che lo
rendeva scontroso, si erano dissipati per sempre
colle circostanze che li avevano suscitati, colla gioventù che non torna.
Quel quadro remoto di agiatezza e
di pace gli appariva nella luce simpatica che gli dava l'esperienza de' suoi
trent'anni, raggiunti traverso un lungo periodo d'avventure e di disinganni.
Non si figurava d'esser laggiù ragazzo, seminarista,
selvatico e disprezzato come era allora; ma nelle sue circostanze attuali, col
suo bel nome, la sua sicurezza, e l'anima stanca anelante alla quiete.
Gli rinacque in cuore tutt'ad un
tratto una grande tenerezza pel suo paese patriarcale, per le sue colline
verdi, pel vasto giardino del castello, e pei muraglioni neri che lo
ombreggiavano. Tutto codesto gli parve bello e grandioso e pittoresco; e
pensava che sarebbe stata una delizia di ritirarsi là, e di vivere in pace...
S'impadronì del giovine
diplomatico, e pel rimanente della serata se lo tenne al braccio,
interrogandolo su Fontanetto e sulla gente ch'egli vi aveva lasciata.
Quel giovinotto aveva dei ricchi
possedimenti in paese, e vi faceva una corsa ogni anno, per cui era bene
informato.
Il signor Pedrotti era morto di
gotta da parecchi anni e Rachele aveva continuato a vivere solitaria nel suo
vasto castello. Né prima della morte del padre né poi, non aveva voluto saperne
di prendere marito. L'aveva domandata l'ingegnere X di Maggiora, che era
divenuto famoso fra gli architetti di Roma. Poi le avevano proposto il figlio
d'Ipsilonne, quel possidente proprietario di quasi tutto il territorio di
Fontanetto e Cavaglio e Ghemme, tanto ricco che lo chiamavano il Rotschild
d'Italia. Poi era tornato a stabilirsi in paese quel fabbricante di violini,
figlio della Tognina la mugnaia, il quale s'era fatto un patrimonio colossale
ed un'educazione in America, e anche lui aveva offerto la sua mano ed il suo
cuore ed i suoi milioni ed i suoi violini alla signorina Pedrotti; ma lei aveva
rifiutati tutti. Alcuni dicevano che avesse un amore segreto, altri la
credevano bigotta.
Giovanni, nella disposizione di
spirito in cui si trovava da qualche tempo, preferì la prima supposizione: che
Rachele coltivasse un amore segreto nel cuore.
Infatti perché non ammettere che
avesse aspettato lui? Quando era partito da Fontanetto era certo che lo amava.
Alla prima s'era lasciata intimidire dall'autorità del padre, e non aveva osato
scrivergli né fargli una promessa contro la volontà espressa di lui. Ma col
tempo aveva trovata la forza di resistere; dopo aver rifiutata una prima
proposta di matrimonio, aveva capito che le era possibile, persistendo in
quella via, restar fedele al suo primo amore senza mettersi in aperta
ribellione con suo padre. Si sapeva amata, aveva fede nel suo innamorato, e
rimaneva fanciulla per aspettarlo.
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