|
XIII
Quella sera Giovanni, rientrando
presto dalla festa, portò nel suo quartierino da uomo ricco, tutta la poesia
de' suoi vent'anni. Salì le scale canticchiando la vecchia romanza della
segretaria di Fontanetto, dimenticata da tanti anni, e che gli era tornata in
mente coi ricordi del suo paese:
«Non mi chiamate più biondina
bella,
Chiamatemi biondina sventurata...»
Entrò nelle sue stanze col passo
forte e la fronte alta, sorridendo come un giovinetto che torni dal primo convegno
d'amore. Non aveva fin allora nessuna idea precisa, ma si deliziava nella
dolcezza delle memorie; aveva la visione d'un paesaggio verde, d'un grande
isolamento, d'una pace soave nella quale egli s'abbandonava all'ebbrezza d'un
lungo idillio. E sorrideva al vuoto dinanzi a sé, come se dicesse: «Ora ho
trovato il mio pezzettino di paradiso; il mondo non mi gabba più».
Si buttò a sedere nella
poltroncina accanto al letto, e cominciò a svestirsi lentamente, distratto da
quei nuovi pensieri sereni, cercando collo sguardo i pochi mobili dell'eredità
paterna che non aveva relegati cogli altri sul solaio, contemplandoli con
amore, evocando da ciascuno una memoria, una persona, una scena d'altri tempi.
E tutte queste cose, nel
riapparire alla sua mente dopo tanti anni, si erano spogliate delle amarezze
che le avevano accompagnate altre volte. Rivivevano soltanto nella loro parte
bella, come le farfalle, che nel risorgere abbandonano la forma ingrata e lo
strisciamento del bruco. Giovanni vi fissava sopra il pensiero intenerito.
Quando fu coricato, prese il libro
che era avviato a leggere; una relazione dei processi famosi di Londra. Ma
quella sera le birbonate della grande capitale dell'Inghilterra non lo
interessavano punto.
Balzò dal letto, andò ad aprire la
libreria, ed in punta di piedi, col lume alzato quant'era lungo il suo braccio,
si mise a cercare nel piano più alto, dove teneva le opere letterarie, che non
erano la sua lettura abituale.
Ad un tratto fissò gli occhi sopra
un volume ricoperto di marocchino rosso, lo prese vivamente come se avesse
trovata una cosa smarrita e cara, e tornò a coricarsi lasciando la libreria
spalancata.
Era la seconda edizione dei Promessi
Sposi che, tanti anni prima, aveva prestata a Rachele. Era il libro che
aveva ridomandato al momento di abbandonare definitivamente il suo paese, nella
speranza di trovare fra quelle pagine una promessa implorata, e che gli era
tornato senza una parola, portandogli invece una delusione.
Se allora vi avesse trovata quella
promessa, sarebbe venuto a Milano vincolato da una parola d'onore; e non
avrebbe badato ad altro che a mantenerla ad ogni costo. Appena fosse stato
nella condizione di farlo senza paura di nuove umiliazioni, sarebbe corso a
ridomandare la sua fidanzata; e la sua vita avrebbe preso tutt'altro indirizzo.
Ora si troverebbe da parecchi anni ammogliato, alla testa d'una famiglia, e
quel triviale disinganno della contessa non l'avrebbe avuto.
Egli pensava queste cose colla
rapidità vertiginosa con cui si pensa, mentre andava sfogliando quel volume,
nel quale aveva fatte delle note in margine, degli appunti, dei segni che gli
richiamavano tante memorie giovanili.
Ad un tratto, nel voltare un
foglio trovò una lettera.
Una lettera un po' sucida, un po'
gualcita ma ancora suggellata nella sua busta.
Si sentì tutto rabbrividire, e gli
prese un tremito, un batticuore, come se avesse veduto ricomparire un morto.
Era la scrittura di Rachele. Era la lettera implorata tanti anni prima; era la
promessa che avrebbe dato tutt'altro indirizzo alla sua vita. E non l'aveva
trovata allora!
La aperse agitatissimo, colle mani
tremanti, colla mente ottusa. Gli pareva di essere appunto ancora a quell'epoca
remota, e di stare aspettando, coll'angosciosa ansietà d'allora, quella
sentenza che doveva decidere del suo avvenire. Erano poche parole: «Non mi
metterò in ostilità con mio padre per esser tua (perdona questa debolezza al
mio cuore di figlia). Ma non isposerò mai altri che te. Lo giuro».
Giovanni rimase sbalordito,
convulso. Era certissimo che quella lettera non era nel libro quando la Matta
glielo aveva riportato.
«Quella stupida donna!» pensò.
«L'avrà tolta fuori per la curiosità di cercare gli o sulla
soprascritta. Poi l'avrà rimessa a posto troppo tardi».
E si ricordò con una lucidezza
fenomenale tante circostanze che gli erano sfuggite allora. L'improvviso
voltarsi della Matta per evitarlo quand'egli era andato, nella sua impazienza
amorosa, ad incontrarla per via; il suo imbarazzo, la resistenza a dargli il
libro, l'insistenza con cui reclamava ancora di portarlo lei quand'egli lo avea
già ripreso; e finalmente l'averla trovata nella sua camera col libro in mano
quand'era salito l'ultima volta per pigliare il baule. Coll'abitudine delle
induzioni e delle ricerche acquistata nella sua lunga carriera legale, tutto
questo gli risultò chiaro, e disse: «Allora aveva riposta la lettera nel
volume».
E si perdé a fantasticare da che
piccole cause dipendono i nostri destini; e che cosa sarebbe stato di lui, se
da bambino non gli fosse venuta l'idea di insegnare ad una serva scema le
lettere dell'alfabeto...
E
tutto quel romanzo alla Dickens d'amor puro, di gioie intime, di vita casalinga
che sarebbe stato la sua vita senza quella circostanza affatto casuale, gli si
presentò alla mente, e gli parve un sorriso di cielo.
Si fermava con compiacenza su
certi particolari d'una dolcezza calma e serena, su certe scene tenerissime
d'un amore senza lotte, senza vergogne, senza paure. E tutto codesto gli
appariva tanto più bello, quanto più era differente dall'esistenza avventurosa
e dagli amori burrascosi che lo avevano disgustato.
A forza di fissarsi su quel
pensiero, il rimpianto del tempo passato si dissipò. La gioia, la fede, l'amore
gli rinacquero nell'anima.
Infatti non gli avevano detto
quella sera stessa che Rachele aveva rifiutate tutte le offerte di matrimonio?
Ecco. Era appunto, com'egli pensava poc'anzi, per amor di lui. Aveva mantenuto
il suo giuramento; l'aveva aspettato. Ed egli era libero, e l'amava più che non
l'avesse amata mai. Cosa importava che quella lettera non gli fosse pervenuta?
Che egli avesse ignorata la fedeltà generosa di lei? La situazione era la
stessa; ritardata di parecchi anni, ma non alterata. Rachele era buona ed
intelligente; era onesta, incapace di menzogne. Da lei non avrebbe mai a temere
una bassezza né un atto sleale.
Vegliò, vegliò a lungo, pensando a
lei. Non poteva più essere una giovinetta. Doveva avere, poco più, poco meno,
l'età della contessa: ma la contessa era piacevolissima, giovine ancora, e per
lungo tempo. Rachele era bella e bionda come lei, ma i suoi lineamenti erano
più regolari. Era certo di trovarla ancora più bella nel suo pieno sviluppo di
donna. Se la figurava più alta, un po' più tondeggiante che a diciotto anni, e
più disinvolta, più spiritosa, colle maniere cordiali ed espansive che si
acquistano cogli anni e coll'abitudine del mondo. Aveva fin da giovinetta molta
grazia naturale, un gusto fine, un'eleganza di modi, ed un'intelligenza...
Doveva essere ormai una donna affascinante. Ed era orfana; l'avrebbe accolto
sola, coll'ospitalità d'una castellana.
Dopo tanto tempo forse non lo
sperava più. Che commozione doveva provare al rivederlo! Doveva essere una
scena da medio evo, rappresentata da una bella donnina moderna e da un lion.
Si figurava di giungere a cavallo, sollevando un nembo di polvere, e
di vedere la sua dama salita sull'alto della torre come la moglie desolata di
Malbourough, pour voir s'il reviendra.
S'addormentò in mezzo a quelle
fantasie rosee, e sognò sogni di poesia e d'amore.
La mattina si alzò presto,
impaziente di correre a Fontanetto, di rientrare in quel romanzo d'amore
giovanile e puro, di portare quella sorpresa di piacere alla donna
onesta e fedele che lo aveva aspettato.
Ma dovette occupare molte ore a
riordinare le cose sue, a dare le disposizioni necessarie perché i suoi
sostituti potessero supplirlo nello studio durante la sua assenza.
Soltanto nel pomeriggio poté
partire. Quanto poteva stare assente? Non lo sapeva, non volle dirne nulla.
Andava incontro a tali gioie, che voleva esser libero d'abbandonarvisi senza
misura di tempo, senza sopraccapi d'affari.
Alla stazione di Novara dovette
aspettare circa un'ora il treno per Borgomanero.
Si ricordò come gli era sembrato bello altre volte il caffè della stazione.
Appunto nella primavera era il ritrovo del mondo elegante di Novara. A
Fontanetto se ne parlava come d'un luogo di delizie. Chi ne tornava, raccontava
per un pezzo il lusso della sala, le cornici dorate ed i grandi specchi, i
mobili di velluto, il marmo candidissimo delle tavole ed il sontuoso buffet apparecchiato
con ogni ben di Dio. E poi si facevano descrizioni enfatiche dell'eleganza
sfrenata delle signore, che nel pomeriggio di estate stavano ad udire la banda
dai tavolini esterni nel giardino del caffè, mentre prendevano un gelato.
Questa volta invece Giovanni si
sentì soffocare entrando in quella piccola sala, che era rimasta fin allora
senza riforme dopo la sua inaugurazione.
I mobili di velluto di lana erano
scoloriti, ed andavano perdendo il pelo come teste di vecchi. Le cornici dorate
erano annerite e scrostate malgrado la mussola rosa ingiallita che le
ricopriva. Sugli specchi migliaia di generazioni di mosche avevano depositate
tante traccie che il viso vi si rifletteva cosparso di puntolini neri come dopo
una malattia di vaiuolo. Il marmo delle tavole era deturpato da scritte e
figure stupide. Era una rovina, tanta rovina, che poco dopo venne rimesso a
nuovo ed ampliato, per farne una sala confortable.
Al banco stava una giovine, a cui
due giovinotti maturi, tra il cittadino ed il campagnuolo, facevano dei
madrigali che ella accettava come roba che le fosse legalmente dovuta. Se ne
stava impettita nel busto con una vitina sottile sottile da perderne il fiato:
ed il capo, ornato da una pettinatura piramidale, liscia e simmetrica da
parrucchiere, troneggiava dietro due piramidi di scatole da biscottini che
ingombravano i due lati del banco.
Di fuori un organetto suonò una
polka, e la giovine caffettiera, con quella mania sfrenata pel ballo che distingue
le provinciali, corse a pigliare un'altra ragazza in cucina, ed uscì a danzare
con lei sotto il porticato della stazione, sbirciando i suoi due galanti, e
ridendo colla compagna in modo provocante ad ogni osservazione un po' temeraria
che essi facevano sulla sua persona.
Poi cominciarono a giungere alcune
famiglie borghesi; le signorine camminando innanzi coi vestiti chiari, ed i
cappellini più stravaganti dei figurini di moda, il babbo e la mamma pochi
passi indietro. Alcune giovani spose, in gran lusso, con molti gioielli,
sfoggiando le ultime mode con più esagerazione che le signorine. Finalmente dei
giovani eleganti che salutarono con un cenno la bella caffettierina, senza
togliersi il cappello per non farsi scorgere dalle signore.
Quella non era la società scelta
di Novara; era la piccola borghesia; ma era quella appunto di cui si parlava
molto a Fontanetto, dove si diceva una Novarese come in un villaggio del
Poitou si direbbe una Parigina.
Giovanni guardava quelle scene di
provincia, e sorrideva tra sé dell'impressione che gli avevano fatta nella sua
prima gioventù, e si abbandonava alle riflessioni di circostanza.
«A misura che ci veniamo
raffinando, avvezzandoci al benessere, al lusso, a tutte le delicatezze della
vita signorile, ci rendiamo più difficile l'esistenza, perché soffriamo se ci
troviamo in una cerchia meno eletta di quella in cui viviamo; troviamo tutto
meschino, tutto brutto, tutto ridicolo, a torto ed a ragione, e non siamo mai
contenti... Cos'aveva guadagnato lui diventando un personaggio ricco ed
illustre? Di stare a disagio in quello ed in altri luoghi che altre volte
l'avevano abbagliato addirittura...»
Per fortuna il treno stava per
partire, ed il sermone fu interrotto. Giovanni prese un coupé per esser
solo e comodo, si sdraiò sul sedile, e, coll'occhio fisso sul vasto piano verde
che gli si stendeva dinanzi traverso la vetrata, pensava Rachele, la sua
visita, il loro incontro. Si ricordava benissimo il disegno grandioso del
castello, le sale vaste dalle volte immense, dai cornicioni a bassorilievo; i
mobili di lusso. Rachele, che aveva ricevuta un'educazione fine, aveva certo
saputo mantenergli il suo carattere antico. Ma lei era moderna, e doveva
essersi fatto un nido più simpatico. Si figurava un salottino un po' piccolo, con
dei mobili piccoli, delle poltroncine basse e morbide, delle sedie a dondolo,
dei piccoli divani turchi, dei tavolini di lacca, un pianoforte, una tavola da
lavoro ingombra di ricami e di fiori; dei begli arazzi antichi drappeggiati
artisticamente da un lato della parete, delle statuine di terra cotta, delle
mensole di ceramica, una pelle di tigre, un tappeto turco, una scrivania aperta
con tanti oggetti di bronzo artistico, calamaio, tagliacarte, premicarte,
portapenne, tutte le inezie costose e belle che sa trovare il buon gusto delle
signore. E dei libri, i libri moderni, che una donnina intelligente si fa
mandare dal suo libraio man mano che escono. E dei fiori sulle tavole, sulle
mensole, nelle giardiniere di ferro a rabeschi addossate alle finestre, dei
fiori da per tutto. Ed in mezzo a quell'eleganza semplice
e di buona lega, Rachele, vestita con uno di quegli abiti neri o scuri,
tagliati col garbo inimitabile delle sarte più rinomate, che disegnano le forme
senza stringerle, che adornano senza sfarzo, e senza impacciare i movimenti
della persona. Colla sua ricchezza le era stato facile di procurarsi tutti i
raffinamenti delle dame cittadine; vivendo in quel castello isolato aveva
potuto mantenersi esente dal pettegolismo, dalle grettezze, dalle ridicolaggini
delle donne di provincia. Egli conosceva una signora che viveva da parecchi
anni in una sua villa della Brianza, ed era una delle donne più attraenti che
frequentasse. La trovava sempre in
una serra di cui aveva fatto il suo salotto da lavoro. Una grande vetrata che
occupava il posto di tutta una parete apriva sulla campagna, chiusa in
lontananza dalle montagne rocciose ed irte del lago di Lecco. Le altre pareti
ineguali, formate di tufi su cui crescevano delle felci, dei licopodii,
delle edere, ogni sorta di sempre
verdi, davano l'illusione d'una grotta naturale, alla quale si fosse applicata semplicemente quella vetrata per abitarla anche
l'inverno. Accanto alla serra c'era il salottino; e là quella dama giovine,
bella ed elegante, viveva solitaria tra i fiori, la musica, i libri, vedendo
appena qualche amico ogni tanto, scrivendo delle lunghe lettere piene di
spirito, passando la sera con pochi conoscenti, spesso uno solo, che venivano
da Milano per vederla; senza teatri, senza feste. I suoi discorsi avevano sempre un'elevatezza speciale, perché erano scevri
da qualsiasi personalità. Il tempo che non perdeva nelle visite e nelle corse
come si fa a Milano, le rimaneva tutto libero di dedicarlo alle letture, alla
musica, al disegno; e dal suo stesso isolamento traeva una certa indipendenza
dai pregiudizi e dalle convenzioni sociali, che le dava una superiorità sulle
donne comuni.
Giovanni si figurava Rachele così,
e pensava che conducendola a Milano, dove egli doveva continuare a stare in
causa della sua professione, non le lascerebbe frequentare che le signore più
ammodo, d'un'educazione squisita, d'una riputazione immacolata. Ed invocava le
immagini di quelle sposine del gran mondo che lo accoglievano amichevolmente
nei loro salotti; e si compiaceva di immaginarsi la sua sposa a far parte di
quel gruppo eletto, ed a figurarvi al pari e meglio delle altre.
Alla stazione di Borgomanero prese
un carrozzino per Fontanetto. Era domenica, e quando vi giunse era l'ora della
benedizione. Le strade erano deserte. Il castello nereggiava in lontananza co'
suoi muraglioni vecchi ed il largo fossato. Era la sola cosa che avesse
conservato l'aspetto solenne d'altre volte; era la dimora signorile che
conveniva alla sua bella castellana. Tutte le finestre erano aperte per lasciar
entrare l'aria profumata della primavera, ma non ci si vedeva nessuno
affacciato, non c'era movimento, pareva un maniero disabitato. Infatti, quando
Giovanni scese dal carrozzino, tutto freddo e pallido per la commozione, e
bussò al portone, il giardiniere che venne ad aprirgli disse che la signora era
alla benedizione.
Giovanni lasciò andare la
carrozza, e s'avviò a piedi verso la chiesa. Il sole era tramontato, ma c'era sempre quella bella luce chiara ed uguale dei lunghi
giorni di primavera, che non hanno serata. Tutta la campagna era verde, del bel
verde lucido e fresco dell'aprile, e l'aria era leggiera e profumata. Tuttavia
Giovanni si trovava un po' perduto in quel paese silenzioso, con tutti i
portoni chiusi, che pareva un paese di morti. Si ripeteva ancora ed ancora che
era l'ora dei vespri, che tutti erano in chiesa; ma che dopo le funzioni e
prima, le case erano abitate, e nelle contrade circolava la gente.
Avvicinandosi alla chiesa, udì il
canto alto e stonato del Tantum ergo. Dovevano star poco ad uscire. Si
mise a passeggiare di fuori aspettando. Era veramente strano di vedere quella
bella figura da gentiluomo su quel rustico sagrato di villaggio. Da tutta la
sua persona traspariva la lunga abitudine del lusso e della ricchezza. Nella
furia di partire non aveva pensato a provvedersi una toletta da viaggio, e la
sua vestitura da città, lucida, scura, attillata, le scarpine scollate, le
calze di seta a colori, i guanti di pelle del Tirolo, stonavano in quella scena
campestre.
La chiesa era affollata e la porta
era aperta. Molti devoti, che non erano giunti in tempo per prender posto di
dentro, erano inginocchiati fuori sul sagrato.
Appena alcune donne s'avvidero di
quel bel signore, urtarono col gomito le vicine, si misero a ridere, poi tornarono
a sbirciarlo ripetutamente, e tornarono a ridere fra loro, guardandosi e
dimenticando di cantare. Gli uomini intanto, avvisati da quella mimica, si
voltavano colla bocca spalancata nello sforzo del canto, e fissavano lungamente
quel nuovo venuto, mandandogli contro le note rauche, come se fosse lui il
Padre Eterno dal quale imploravano il raccolto, nel suo stravagante linguaggio
latino che non capivano.
Finalmente tacquero. S'intese la
voce del prete dire l'oremus, poi tutti chinarono il capo, si sparse
intorno un buon odore ed un fumo denso d'incenso, vi fu un momento di silenzio
profondo, poi, senza organo, senza canto, sorse la voce baritonale del parroco
a dire: «Dio sia benedetto!»
E tutti risposero: «Dio sia
benedetto!»
E per una decina di minuti s'udì
il cinguettio alto ed ingrato dell'orazione di Pio Nono, come il gracchiare
d'un volo di cornacchie.
Poi i contadini cominciarono ad
uscire pigiati e lenti, parlucchiando tutti del bel signore di Novara, che era
arrivato durante le funzioni e non s'era inginocchiato, e non aveva fatto il
segno della croce: «Quella Novara era una Gomorra, un centro di corruzione, uno
scandalo. Non era per nulla che ogni anno c'erano tempeste, o siccità, ed i
raccolti andavano male, ed i bachi pure. I proprietari non avevano più
religione, e il Signore li castigava, ed intanto i poveri contadini non avevano
da mangiare; pativa il giusto pel peccatore...»
Le donne non la pensavano tanto
lunga, e s'accontentavano di dire: «Hai visto gli scarpini lustri? Oh! Ha le
calzette di seta. Ha la pezzuola col ricamo come una signora» e nel passargli
vicino si accorsero che aveva buon odore; e risero nascondendosi l'una dietro
l'altra.
Soltanto i bambini, che non si
pigliano tante soggezioni, gli facevano cerchio intorno, e, col capo rovesciato
indietro fin sulla nuca, e le mani dietro il dorso, stavano a guardarlo fisso,
come se fosse uno spettacolo messo là per divertirli. E, man mano che ne
sopraggiungevano di nuovi, davano spinte di qua e di là per entrare nel cerchio
che i primi avevano fatto intorno al signore, e, se questi tenevano sodo,
dicevano rinnovando le gomitate: «Fammi un po' di posto. Vuoi veder tu solo?»
Le ultime ad uscire furono le
signore. La moglie del farmacista, una donnina bruna, piccina, la quale era sempre stata tanto scarsa di capelli e di denti, e
tanto incartapecorita, che il tempo le era passato sopra senza poterle fare
gran danno; la segretaria che non si sarebbe potuta più chiamare né biondina
bella né biondina sventurata, perché era tutta incanutita, ma che
camminava sempre solennemente,
diritta, colla testa alta ed il viso arcigno, mentre discorreva con due
giovinette di cose affettuose; quelle due giovinette cresciute troppo di
recente perché Giovanni potesse conoscerle, e finalmente Rachele.
Era vestita di seta nera, con un
velo nero. Il suo bel colorito roseo da bionda aveva presa una tinta un po'
troppo viva; la persona alta e ben fatta, ingrassando aveva perduta la sua
sveltezza. I capelli, sempre d'un
biondo cinereo, erano ravviati e lisci, tirati sulle tempia, e raccolti stretti
stretti sulla nuca; una pettinatura che scopriva la fronte, ed incorniciava
l'ovale del volto alla maniera di certe Madonne di Raffaello; ma, come quelle,
apparteneva all'arte antica. Ella non portava, come le eleganti di provincia,
le mode dell'anno precedente, e neppure l'ultima moda, copiata troppo
fedelmente dal figurino con tutte le sue esagerazioni di cattivo gusto e gli
ardimenti di colori. Il suo vestito si componeva semplicemente
d'una vita e d'una gonna, senza guarnizioni né gale: ed il bel velo di trina di
Chantilly era messo semplicemente
sul capo e sulle spalle, e raccolto dinanzi come il pezzoto delle donne
genovesi. Quella vestitura che non ostentava nessuna pretesa d'eleganza, e
realmente non ne aveva, non era neppure ridicola perché nella sua estrema semplicità non attirava l'attenzione, ed in quel
paese rusticano era più adatta che i fronzoli cittadini. Ma le dava un'aria
vecchia.
Giovanni ebbe una rapida visione
della figura che avrebbe fatta quella giovine matronale vestita come una
massaia ricca, in mezzo alle donnine nervose, brillanti, graziose della società
ch'egli frequentava; e gli parve che dovesse riescire ridicola; e stette ad
esaminarla con espressione di malcontento. In quella Rachele rivolse verso di
lui i suoi grandi occhi limpidi ed il suo volto calmo, e quell'espressione
quasi sprezzante non le sfuggì. L'aveva subito riconosciuto; ma a lei pure
avevano fatta un'impressione dolorosa la figura giovanile, l'apparenza di lusso
e d'eleganza di Giovanni, ed aveva sentita la distanza enorme che li separava.
Si fece rossa fino sulla fronte, rivolse altrove la faccia e continuò la sua
strada senza più guardarlo, come se non l'avesse riconosciuto.
Nell'isolamento in cui viveva, non
aveva potuto avvezzarsi a nascondere i suoi sentimenti sotto l'apparenza d'una
cordialità gioviale, a salutare sorridendo un uomo che, al solo apparire, mette
il cuore in sussulto, a porgergli la mano con apparente serenità, ed a
parlargli delle cose più estranee ai loro rapporti.
Il suo primo impulso al vedere
Giovanni era stato di corrergli incontro colle braccia stese, e di sfogare nel
suo seno l'impeto di pianto che quella sorpresa di gioia le faceva salire alla
gola. Ma la timidezza naturale, che cogli anni e colla solitudine era
aumentata, la paralizzò. Tutto questo non aveva occupato che il primo istante,
l'attimo del vederlo e del conoscerlo; nel secondo istante aveva indovinato il
sentimento di spiacevole sorpresa che aveva prodotto in lui, s'era sentita
ricadere dal sommo della gioia ad uno sconforto infinito.
Giovanni le tenne dietro
coll'occhio lungamente. Camminava lenta, a passi lunghi e misurati. Era alta e
forte, ed il suo incedere riesciva un po' pesante e matronale come la sua
persona.
In quella vasta cornice di
campagna e di monti, quella figura semplice,
quell'abbigliatura semplice, quei
modi d'una timidezza selvaggia, stavano bene e piacevano. Un pittore avrebbe
copiata Rachele per farne appunto una Rachele figlia di Labano. Uno scultore
avrebbe ammirate quelle belle forme da Giunone. E Giovanni pure l'ammirava, ma
come si ammira la bellezza d'una contadina un po' matura. L'idea ch'egli si era
fatta della sua sposa era tutt'altra.
Come per istinto, provò il
desiderio di correre daccapo a Borgomanero, e di riprendere il treno per Milano
senza neppur presentarsi a Rachele; di fuggire.
Pure, un pensiero lo intenerì. Gli
tornava in mente la bella fanciulla che aveva lasciata dodici anni prima, con
tanto avvenire dinanzi a sé, e tanta gioventù, e tanta grazia naturale ed
intelligenza da poter diventare una delle più attraenti fra le signore della
sua età. Era ricca; avrebbe potuto maritarsi in una grande città, fare una vita
brillante. Ed invece s'era rinchiusa nel suo vecchio castello, aveva trascorsi
solitari gli anni più belli della vita, lasciando spegnersi la vivacità
giovanile del suo carattere, trascurando le grazie della persona, secondando le
tendenze di calma, di gravità, che il tempo veniva sviluppando nella sua anima,
rinunciando onestamente ad ogni ambizione, ad ogni arte per rendersi piacevole,
dacché aveva rinunciato a piacere a quelli che l'avvicinavano, ed il solo a cui
avrebbe voluto piacere era lontano. E tutto questo per lui.
Poi si ricordava la sera del
fossato quando le aveva detto con tutto l'ardore della sua giovine anima: «Vuoi
esser mia?»
E la giovinetta arrossendo aveva
risposto una parola d'amore. Ed egli, graffiandosi le mani, lacerandosi gli
abiti, era riuscito ad arrampicarsi sulla sponda del fossato fin alla base del
terrazzo, ed aveva afferrato un piede della fanciulla, e l'aveva baciato.
Da quel giorno egli aveva patito
ogni sorta di privazioni, di dolori, aveva lavorato degli anni, ed avevano
sofferto in due, per giungere al momento in cui si trovavano. Ed ora, che quel
momento era giunto, egli avrebbe data volentieri tutta la sua gloria e la
ricchezza faticosamente acquistata, per risentire la gioia ineffabile che aveva
provata allora, nello stringere e nel baciare quel piede.
Invece quella gioia era morta e
morta per sempre. Il tempo l'aveva
uccisa. Bastava di vedere Rachele, per esser convinti che una lunga abitudine
l'aveva trasformata così in una campagnola.
Era ancora Rachele, ma non era più
il suo ideale; ed il cuore di Giovanni rimaneva freddo e calmo nel ritrovarla.
Fece un giro intorno al sagrato
per lasciare che si disperdesse la folla; ma i bambini lo seguivano sempre, facendo un gran rumore di zoccoletti. Egli
allora costeggiò un tratto il Sissone, da un lato dove la sponda addossata ad
un muraglione è tanto stretta che ci può passare una sola persona alla volta;
ed i piccoli selvaggi, meno insistenti di quelli dei dintorni delle città,
vedendo che il signore li sfuggiva, rimasero un tratto aggruppati sulla strada
a guardarlo, poi si dispersero.
Giovanni percorse un lungo tratto
di quella sponda dove aveva passeggiato tante volte solitario per non essere
distratto ne' suoi sogni d'amore. Poi tornò in su lentamente, e si diresse
verso il castello.
Non gli riusciva più di figurarsi
la serra pittoresca, le poltroncine a dondolo, i mobilucci artistici, e tutto
il nido elegante e profumato nel quale aveva collocato la bella solitaria nella
sua immaginazione. Era triste e scoraggiato.
L'aria cominciava a farsi meno
chiara. Tutt'intorno i colli e la pianura prendevano una tinta grigia, e dai
prati sorgeva una nebbiolina bianca che dava l'illusione d'un lago. I contadini
s'erano ritirati nelle case per la cena. Le cicale tacevano, ed appena qualche
grillo interrompeva tratto tratto l'alto e mesto silenzio della campagna.
Giovanni guardò il castello, e
vide Rachele che era rimasta sul portone, curva sul ponte come se guardasse nel
fossato.
«Mi aspetta» pensò.
Ma Rachele era così assorta ne'
suoi pensieri che non l'aveva veduto. Soltanto quando fu a poca distanza lo
sentì venire; si rizzò sgomentata, ed invece di movergli incontro, rientrò
precipitosamente in casa come se fuggisse.
Quell'eccesso di selvatichezza
sconcertò più che mai il gentiluomo cittadino. Il rossore che l'aveva
infiammata tutta al riconoscerlo laggiù sul sagrato, e quel fermarsi sola e
pensosa sul ponte, erano prove che la presenza di lui l'aveva commossa. E
tuttavia scappava dinanzi a lui come una selvaggia. Egli crollò il capo in atto
di sconforto, e passò sotto il portone sospirando.
Nel cortile trovò una serva che lo
introdusse nella grande sala del castello. Quella sala, che gli aveva imposta
tanta soggezione il giorno della sua ultima visita al signor Pedrotti, ora gli
parve grottesca. I grandi seggioloni panciuti erano vecchi senza essere
antichi, e la loro forma moderna, e le imbottiture stonavano coi cornicioni e
le portiere medioevali della sala. Sul camino troneggiava un grande orologio di
bronzo dorato, fiancheggiato da due candelabri monumentali, tutti e tre
religiosamente protetti da campane di vetro. Accanto al vecchio pianoforte a
coda, erano disposti in ordine sulla scansia dei fascicoli di musica fuor di
moda. Non c'erano gingilli artistici, né libri, né fiori, né piante, né
giornali, né fotografie, né incisioni, né nessuna delle cose interessanti e
belle di cui amano circondarsi le donne di buon gusto. Invece del profumo acre
dei coni fumanti, o di quello soave della violetta, si sentiva quell'odore di
ammuffito delle stanze lungamente rinchiuse. Era la sala inutile e disabitata
delle case dove non si riceve punto. La solitudine di Rachele non era quella
della elegante amica di Giovanni, interrotta dalla visita di pochi eletti, da
un tè con alcuni privilegiati, che mantengono viva l'abitudine della
conversazione, tengono lo spirito in esercizio, e non lasciano morire
quell'ombra di vanità femminile che serve a conservare ed a mettere in risalto
le attrattive naturali. Era solitudine vera, era obblio, era distacco del mondo
nel quale egli viveva, e del quale s'era fatto una necessità come dell'aria che
respirava.
Rachele entrò rossa in volto e con
fare impacciato. S'inchinò dicendo: «O signor Giovanni, come sta?»
Poi si pose a sedere sul divano.
Anche Giovanni provò un minuto di
soggezione dinanzi a quella matrona timida e muta. Ma, senza spiegarlo ben
chiaro a se stesso, si sentiva più rinfrancato da quell'accoglienza contegnosa,
che non sarebbe stato da dimostrazioni d'affetto più vive. Prese dunque
coraggio, e porgendo la mano, nella quale Rachele pose la sua lentamente, per
ritrarla subito, le disse: «Ho tardato molto a venire, Rachele?»
Ella arrossì più vivamente. Dunque
era venuto per lei? Si ricordava la promessa? Non era tutto finito?
Non poteva quasi crederlo. Dopo
tanto tempo, s'era avvezza a considerarsi dimenticata, a pensare che non si
mariterebbe mai più... Quella grande sorpresa di piacere le diede un tal
sussulto al cuore che quasi le mancava il respiro, e non le fu possibile di
rispondere. Giovanni, imbarazzato da quel silenzio tornò a dire: «Non mi
rimprovera questo lungo ritardo?»
«Meglio tardi che mai» rispose
Rachele tanto per parlare. Ma il senso preciso di quelle parole applicato al
caso suo le sfuggiva. Troppi pensieri le turbinavano nel cervello, nuovi,
vitali, e che la coglievano di sorpresa.
Quel sogno della sua gioventù non
era morto; s'era creduta vecchia per l'amore, ed invece poteva ancora essere
amata; ed il suo cuore si risvegliava! Ma era possibile che quel bel signore
dal volto altero e freddo fosse lo stesso Giovanni di tanti anni prima? E
sentisse allo stesso modo? O no; tanti anni prima si sarebbe commosso al
vederla, i suoi occhi fissandosi su di lei si sarebbero empiti di lacrime, o
avrebbero mandato lampi di passione. Quelli che aveva dinanzi non erano occhi
da innamorato; quei modi sicuri, disinvolti, quella voce tranquilla, quello
sguardo acuto, indagatore, che la esaminava come per contarle i capelli sul
capo e per cercarle una ruga sul viso, non avevano nulla di comune coll'amore.
Quel bel cittadino non l'amava. Ed allora perché era venuto? Perché? Ecco; era
lui che rispondeva a quella domanda che lei non aveva espressa.
«Ah! sicuro; meglio tardi che mai»
aveva ripetuto dietro lei. E dopo una pausa, una breve pausa durante la quale
Rachele aveva fatte tutte quelle riflessioni rapidissime, riprese: «Dunque
crede che non sia troppo tardi?»
Troppo tardi! Eccola la spiegazione di quella freddezza. Credeva
suo dovere di tornare a lei, ma dopo esser tornato, dopo averla veduta, s'era
accorto che, sulla giovinetta che amava altre volte, erano passati dodici anni;
dodici anni di vita solitaria, fra gente zotica, fra occupazioni triviali; e
quei dodici anni l'avevano invecchiata, inselvatichita; avevano distrutto
l'ideale ch'egli aveva vagheggiato giovine, elegante, gentile, per farne
una buona donna campagnola.
O
di certo era troppo tardi. La bella fanciulla aveva perdute le sue grazie, ma
aveva serbato il suo buon senso per comprenderlo.
«È vero» pensò. «Sono troppo
vecchia per l'amore, sono troppo provinciale per lui; è disposto a sposarmi per
sentimento d'onestà, soltanto per questo».
Ed un gran dolore, un immenso
sconforto le strinse il cuore. Il dubbio che l'aveva colta per via d'avergli
fatta un'impressione sfavorevole, si confermò, divenne certezza. Si sentì
morire di dentro, mentre stava là ritta, immobile sul divano, colle mani
incrociate in grembo e gli occhi sulle mani. Giovanni dovette ricominciare a
parlar lui; ma andava cauto; era andato là col proposito di sposare Rachele; ed
ora aveva paura di compromettersi. Ma tuttavia era impossibile evitarlo. La
loro situazione reciproca, tutto il passato li comprometteva. Bisognava parlare
di quello ad ogni costo, abbandonarsi al destino.
«Sicuro; meglio tardi che mai»
disse. «Siamo ancora in tempo a mantenere le nostre promesse...»
«O
Dio! No» esclamò Rachele col pianto alla gola dinanzi a quella calma fredda che
la umiliava. «Non parliamo del passato».
«Perché?» domandò Giovanni col
tono di voce indulgente che si usa per confortare una persona a cui si vuol
molto perdonare.
«Perché non è più tempo per me di
pensare a... certe cose...».
Egli l'ascoltò con aria afflitta,
e disse per cortesia: «Ma che, le pare? È ancora molto giovine...»
Ma
i suoi occhi la fissavano con aria di pietà come se dicessero: «Pur troppo è
vero, che peccato!»
«No no» riprese lei. «Ci
siamo avviati per due vie differenti...»
Aveva cominciato a dire con
fermezza; ma intanto che parlava, le si erano empiti gli occhi di lacrime e la
voce s'era alterata; se avesse aggiunta una parola di più, se avesse detto come
aveva in mente di dire: «Le nostre promesse erano ragazzate» sarebbe scoppiata
in pianto; perché, soltanto il pensiero di dire quella cosa crudele, le aveva
gonfiato il petto d'un singhiozzo, e l'aveva obbligata a star zitta per
frenarlo.
Giovanni, vedendola turbata a quel
modo volle lasciarla sola, e se ne andò dicendo: «Ci ripenserà, Rachele. Ora
l'ho presa all'improvviso; ci ripenserà; tornerò quando sarà più calma...»
Sicuro; Giovanni pensava di
tornare. Non poteva decorosamente troncar tutto così.
A Fontanetto non c'erano alberghi
dove una persona a modo potesse alloggiare. Dovette riprendere solo ed a
piedi la strada di Borgomanero.
«Mi
fermerò alcuni giorni» diceva, «intanto lei rifletterà meglio».
La strada era lunga, e tutta
dritta e bianca alla luce fredda della luna. Durante quella camminata solitaria
di più d'un'ora, egli ripensava tutto quello che s'erano detto laggiù al
castello. Pur troppo era vero; quei dodici anni contavano per venti su Rachele.
Non aveva più nulla della giovinetta svelta, rosea, elegante d'altre volte. Non
era lusinghiero pel suo amor proprio presentare nelle società di Milano quella
sposa matura. Si sarebbe riso; si sarebbe detto che la sposava pel denaro;
perché Rachele era anche ricca.
Finché aveva vagheggiata una bella
fanciulla, non s'era mai dato pensiero di questi commenti della gente sulla sua
ricchezza; ma ora aveva bisogno di pretesti per giustificare le sue esitazioni.
Un momento rifletteva che quei dodici anni erano passati anche per lui; ma
tutti pretendono che gli uomini non invecchiano. Infatti egli ne conosceva
molti che a trentasei, trentotto anni avevano sposate delle giovinette di
diciotto o venti; e non erano ridicoli, per questo. Ma del resto non era
all'età per se stessa ch'egli badava; che! era superiore a codeste leggerezze.
Considerava la necessità in cui era di vivere nel mondo; era un avvocato
famoso, doveva essere deputato alle nuove elezioni; aveva bisogno una moglie
avvezza alla vita cittadina, ai ricevimenti, che sapesse presentarsi in società
e fare gli onori della sua casa...
Rachele tal quale l'aveva trovata,
impacciata, selvatica, antiquata in tutto, non poteva convenirgli. Lei stessa
l'aveva riconosciuto; aveva dato prova di buon senso, e sarebbe stato
indelicato da parte di lui ritornare su quell'argomento, rinnovarle una scena
che evidentemente le era riescita dolorosa. Il suo amor proprio di donna ne
avrebbe sofferto, perché non è mai senza pena che una donna si rassegna a
riconoscere la sua età ed i guasti che il tempo ha fatti sulla sua persona.
Era una triste, triste cosa, che
il suo ideale fosse svanito così. Ci pensò lungo la notte, e ci pensò il
mattino in ferrovia, mentre, tutto considerato, tornava a Milano senza aver
cercato di rivedere Rachele. Poi ci pensò a Milano, lungamente, sempre. Ma sempre
all'ideale, come l'aveva adorato tanti anni prima, giovine, bello, gentile...
Forse lo trovò ancora più tardi sul suo sentiero, perché la donna matura di
Fontanetto non era più quella, non era il suo ideale.
E Rachele, appena rimasta sola,
s'era lasciata cadere sul vecchio divano scolorito, e s'era abbandonata ad un
pianto convulso, lungo, disperato. Lei lo sapeva che Giovanni non sarebbe
tornato.
|