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IV.
Appena oltrepassata la soglia dei Caccia, a sinistra, sotto
l'andito, c’erano due gradini e l'usciuolo che metteva allo studio
dell'esattore.
Era questo uno stanzino piccolo, con le mura imbiancate a
calce, abbellite da spugnature in tinta azzurrina, sotto un cornicione color
cioccolata. La piú assoluta semplicità
nell'arredamento non andava scompagnata da una certa burocratica importanza che
si rivelava principalmente in una scansia piena di carte d'ufficio, chiusa, se
non riparata, da un graticcio di fili di ferro; alla quale faceva riscontro una
piccola libreria, un po' tarlata, con qualche vetro rotto, e mobigliata a metà
di libri vecchi, disposti in bell’ordine. Addossato al muro, per non impedire
troppo il passaggio, un tavolaccio carico di carte scritte e stampate con un
calamaio d'osso nero nel mezzo, due penne e gli occhiali dell'esattore. Sopra,
il ritratto del re. Quattro sedie coperte di pelle scura completavano il
mobiglio, oltre il seggiolone vecchio in forma di biga romana, dove il signor
Caccia troneggiava, spesso burbanzoso, imponente sempre.
All'infuori dei contribuenti che venivano, nelle ore fisse,
a pagare le loro tasse nelle mani dell'esattore — e che egli accoglieva colla
superiorità di modi di un ministro — poche persone, e mai inutilmente,
entravano nello studio. La signora Soave, al mattino, per mettere un po'
d'ordine, timidamente, usando precauzioni infinite, onde non smuovere nessuna
carta, e non cambiare, neppure di un millimetro, il posto del calamaio.
Teresina, alle quattro precise, schiudendo l'uscio solamente per metà, coi
piedi fuori, dicendo: — È in tavola. — Carlino, quello due ore tutti i giorni,
quando veniva a casa dal ginnasio, con tutti i suoi libri latini e le sue
grammatiche.
Faceva i compiti sotto l'occhio severo del padre, obbligato
ad una perfetta immobilità, faccia a faccia colla libreria, i volumi della
quale egli conosceva tutti, pel cartone. Colla testa fra le mani, meditando
dolorosamente Virgilio e Cicerone, egli figgeva gli occhi su quei libri
allineati, immobili, sempre gli
stessi: La Divina commedia, Orlando furioso, La Gerusalemme liberata —
tutti legati in pelle rossa — un dizionario delle favole in carta pecora, altri
due o tre dizionari — Nicolò de Lapi, il Cimitero della Maddalena,
Le notti di Young, Botta Storia d'Italia, uno scaffale intero,
quest’ultimo, diciotto volumetti color cece, non legati.
C'erano ancora, negli angoli, delle strenne, degli
almanacchi, due o tre volumi scompagnati di Walter Scott, i Rimedi sicuri
contro ogni specie di insetti; ma Carlino non vedeva che quei primi,
augusti, seri, che contenevano, a detta di suo padre, una quantità grande dello
scibile umano; e gli incombevano, nelle ore penose de' suoi compiti, quasi una
minaccia continua, l’obbligo di diventare anche lui un grand'uomo, di scrivere
diciotto volumi, come il Botta, o una raccolta così straordinaria di versi
tutti fitti come nell'Orlando.
Il signor Caccia, pieno di sussiego, inarcando i
sopraccigli, stava a guardare il suo unico maschio, il rampollo che doveva
trasmettere alle future generazioni l'ingegno dei Caccia, rimasto fino allora
sconosciuto. Egli era persuasissimo che, obbligando Carlino a studiare, Carlino
avrebbe studiato; che, obbligandolo a capire, avrebbe capito; che, obbligandolo
a pensare, avrebbe pensato. E gli stava al pelo, assiduamente, rigorosamente,
terrorizzandolo co' suoi occhiacciacci e colla sua voce sgarbata di falsetto,
facendogli entrare il latino a furia di scappellotti.
Il ragazzo che a spinte era arrivato alla quarta, procedeva
come succede talvolta, a qualcuno, trovandosi in mezzo alla folla, di non
camminare colle proprie gambe, ma di lasciarsi portare dalla massa; e studiava,
studiava, stringendosi colle mani la zucca, finché il terribile babbo lo stava
guardando — salvo a prendersi poi la rivincita, fuori, nelle vie solitarie
coperte d'erba, dove i suoi compagni lo aspettavano, bighellonando, nelle ore
tiepide del meriggio; e sull'argine, verso i boschi, dove la riva digrada a
filo d'acqua, dove crescono abbondanti i cespugli delle more sotto l'ombra
lunga dei pioppi.
Dirimpetto allo studiolo nel quale Carlino compiva il suo
tirocinio forzato di genio in erba, dall'altra parte dell'andito, si apriva una
gran camera bislunga, scura e triste, il gineceo della famiglia; lì stavano le
donne a cucire, a ripassare il bucato, a fare i conti della spesa giornaliera;
vi si pranzava anche, e si passavano le sere d'inverno, intorno a una vecchia
lucerna ad olio, accomodata per uso di petrolio. Il mobiglio, poco su poco giù,
somigliava a quello dello studiolo; invece della libreria, un armadione di
legno bianco, un cantonale, dove si riponeva il pane e i cibi avanzati, la
tavola nel mezzo, un piccolo divano incomodo, angoloso, duro come un macigno,
parecchie sedie di differenti forme e colori, di cui una molto bassa collocata
sopra un gradino di legno nel vano della finestra. Ciò che dominava e
schiacciava questo modesto arredamento borghese, era un gran quadro appeso alla
parete maggiore; quadro massiccio, dello spessore di un palmo, entro cui si
nascondevano i segreti di una meccanica ingenua, destinata a mettere in moto
contemporaneamente le braccia di un mulino a vento, l'asinello del mugnaio e
l'orologio incastonato nel campanile.
Orologio e asinello erano fermi da gran tempo, ma il mulino
continuava ad agitare, come un fantasma irrequieto, le sue scarne braccia in
mezzo agli alberi di cartone dipinto, che formavano lo sfondo del paesaggio.
Come decoro volante, calze incominciate,
gomitoli, fascie distese, giocattoli usati, quaderni, panierini.
La signora Soave allattava la piccina, stando seduta sul
divano, con uno sgabello sotto ai piedi; pallida sempre,
disfatta dalla sua recente maternità. Teresina andava e veniva colla pappa,
colle vesticciuole, portando ordini e contro ordini alla serva in cucina.
Quando poteva riposare un momento, si metteva sulla seggioletta in alto del
gradino, e lavorava ancora.
La madre la guardava, intenerita, struggendosi dietro quella
sua figliuola così buona. Chi sa se sarebbe fortunata! — almeno fortunata piú
di lei…
Quando era assalita da questi pensieri, la signora Soave
chinava gli occhi sul seno magro, da cui pendeva un'altra bambina ancora, e si
faceva vieppiú triste.
Difficilmente il signor Caccia entrava nel gineceo, e se
per caso appariva, sembrava
sospendersi subito quella dolce intimità di madre e figlia. Entrambe lo
guardavano, attente, paurose di vederlo di cattivo umore, pronte ad obbedirlo
ne' suoi minimi cenni.
Partito lui, la madre riprendeva la sua calma melanconica,
contemplativa, e Teresina, nella felice serenità dei quindici anni, trovandosi
sollevata da un incubo, sorrideva.
Carlino faceva delle irruzioni tempestose, spaventando sua
madre, mettendo a prova la pazienza della sorella, gettando a soqquadro i
gomitoli, baccanone irriflessivo, toccando tutto colle sue mani sudicie di
monello e di scolaro imbrattacarte.
La pace finiva del tutto col ritorno delle gemelle dalla
scuola. Allora erano liti sicure. La signora Soave vi perdeva gli ultimi avanzi
d'energia, sollevando al cielo gli occhi neri, opachi, incrociandosi sul seno
lo sciallino di lana bigia, con un movimento scorato.
Durava la ribellione fino all'ora del desinare; fino a che
il signor Caccia, sedendo a mensa, girava intorno quegli sguardi feroci che
incutevano terrore a tutta la famiglia.
Dopo, alla sera, quando l'esattore andava al caffè di
piazza a leggere i giornali, lo schiamazzo ricominciava fra Carlino e le
gemelle, aiutato dai vagiti lamentosi della poppante, rotto dalle supplicazioni
di Teresina e dai gemiti della signora Soave.
Così tutti i giorni.
Trascorse novembre. Alle nebbie grigie successe la neve, la
folta neve che si addensava intatta nella via, coprendo l’erba, coprendo i
sassi, smorzando i passi dei rarissimi viandanti; la neve bianca che gravava
sui tetti, gettando intorno un riflesso fastidioso; l’eterna, instancabile neve
che scendeva lenta, eguale, senza posa; tanto fitta, qualche volta, che sembrava una cortina davanti alle finestre.
Allora il salotto dei Caccia diventava ancor piú buio;
Teresina era obbligata a stare in piedi sul gradino di legno, colle tendine
alzate, la fronte appiccicata sui vetri, cucendo rapidamente nelle ore brevi
del giorno. Stanca, di tratto in tratto sollevava gli occhi e guardava nella
via, dirimpetto a lei, il palazzo Varisi, ermeticamente chiuso, tutto nero, in
mezzo alla neve.
— Tralascia di lavorare; moviti un poco — diceva la madre.
Ma dove muoversi? Fuori del salotto tutta la casa era di
gelo; Teresina soffriva il freddo, aveva qualche screpolatura nelle mani;
preferiva starsene nella sua triste nicchia, lavorando e guardando la neve.
La voce interna della giovinezza non parlava ancora
all’anima tranquilla. Teresina era calma e casta. Appena un sollevamento
insensibile del petto, in certi momenti, un languore nella pupilla accennavano
il leggero fermento che si formava a sua insaputa. Guardava allora piú
intensamente il velo bianco che le stava davanti, e le alte muraglie e il cielo
con una fissità prolungata e distratta che le faceva intravedere lontani
orizzonti, indeterminati.
Venne dicembre, colle sue feste, col movimento gaio della
casa, colle solenni funzioni religiose; dicembre, il mese dei fanciulli, in cui
le due gemelle acquistarono una puppattola nuova, che Carlino si incaricò
subito di rompere, sotto pretesto di migliorarla. In dicembre pure, Ida, la
piccina, fece mostra del suo primo dente.
Gennaio spazzò la neve. Il sole brillava, ma
il freddo era piú vivo che mai. Il signor Caccia avvertì che bisognava
economizzare la legna, se si voleva giungere alla fine dell'inverno.
In casa Portalupi c'era un movimento insolito.
Le tre signorine andavano ai balli di casa Arese, una volta ogni quindici
giorni; e grande era l'andirivieni delle cassette, delle scatole della piccola
sarta che correva a provare e riprovare; mentre la sarta principale, da
Cremona, faceva certe spedizioni misteriose, a grande velocità, e mandava
pacchi di campioni.
Le sere del ballo, Teresina spiava accanto
alla finestra l'uscita del carrozzone, e figgendo lo sguardo negli sportelli,
vedeva oggi un biancheggiamento di veli, domani un riflesso di raso azzurrino;
ora il luccichio di una gemma, ora un guanto di pelle rosea morbidamente
provocatore e la carrozza passava, pesante, rumorosa al trotto di due buoni
cavalli romagnoli, lasciando negli occhi di Teresina il barbaglio luminoso di
una visione.
— Che sfoggio, eh? — disse una sera la moglie del pretore,
che era una linguetta (veniva ogni sei o sette giorni, colla pezzuola in testa,
da buona vicina, le sere che i suoi marmocchi si addormentavano presto): e
soggiunse:
— Vogliono proprio maritarli i loro tre scorpioncini.
— È della seconda che si parlava, credo — obbiettò la
signora Soave.
— Per il sottoprefetto? Ma essi tentano di gabellargli la
prima. La mia opinione è che non ne prende nessuna. Andare a fidarsi di questi
meridionali! Io ci sono stata quattro anni laggiú, e li conosco.
— Hanno una bella dote.
— Almeno si dice; noi però, cara signora, non ci siamo
maritate per la nostra dote, nevvero?
La signora Soave incrociò il suo sciallino sul petto, quasi
a nascondere i rimpianti che essa sola conosceva, e rispose:
— Si fa quel che si può.
— Sicuro, capisco, quando si hanno delle figlie da
maritare... le mie, per fortuna, sono ancora piccine. Lei no, che ha qui una
ragazza grande fatta...
Guardò Teresina, la quale arrossí violentemente, e si sentì
presa da una improvvisa vergogna.
— Teresina è ancora giovane.
— Sì, ma se le capitasse un buon partito?…
— Tutto è destino — interruppe la signora Soave, gravemente,
con quella inflessione lamentosa della voce, che andava compagna allo sguardo
spento de’ suoi occhi neri.
E venne febbraio e venne marzo.
La primavera non portava nessun cambiamento alle abitudini monotone
della famiglia; ma si aprivano le finestre, e dalla via entrava un raggio di
luce nuova, il rumore dei passi, il bisbiglio delle voci.
Anche le finestre delle altre case si aprivano, scoprendo i
tendoni di mussolino, insaldati di fresco: sui davanzali sporgevano i vasi di
fiori tenuti chiusi per il freddo; rami secchi di geranio, fusti polverosi di
cedrina; le violacciocche sole, verdi e rigogliose, mettevano già i primi
boccioli.
Alla finestra della vecchia Tisbe danzavano al vento i
scialli d'inverno, le sottane tricoté e le vite di flanella.
La casina di don Giovanni Boccabadati stava piú chiusa che
mai. Egli era partito, un mattino, vestito elegantemente, con una valigetta di
pelle di Russia a lucchetto e borchie niellate. Il vecchio servitore, muto come
una sfinge, lo aveva accompagnato sulla soglia; poi la porta si era rinserrata
ermeticamente, come se il vecchio avesse dovuto seppellirvisi.
— Don Giovanni è a denari, — disse in quell'occasione la
moglie del pretore — prende il volo come le rondini...
Teresina pensò un pezzo a questa frase della
“pretora”. Le sembrò che dovesse
essere una bella cosa il volare, volare, volare, come don Giovanni, in un bel
mattino d'aprile, con una valigetta in mano, via per il mondo, incontro
all'ignoto; per campagne verdi e fiorite, per laghi azzurri, per monti
fantastici, per città incantate; o volare come le rondinelle del suo giardino,
ai dolci nidi piccini, così piccini che appena in due vi si poteva stare.
Teresina li guardava con tenerezza quei nidi, appiccicati
alle travi del portico, lieti di giovani amori, festanti per le nuove covate.
Uno solo restava abbandonato nella tristezza della vedovanza, nella
irreparabile tristezza dei giorni che non sono piú.
Dopo il portico, si stendeva fuori irregolare uno spazio di
terreno, chiamato abusivamente giardino. In realtà aveva sul davanti qualche
aiuola che poteva, a prima vista, confermare l'illusione; specie in quel tempo
dell'anno, poiché tutte le viole del pensiero erano fiorite, nelle loro
infinite gradazioni, nel velluto intenso delle foglie scure, nel raso luminoso
delle foglie pallide; e al di sopra di esse ondeggiavano, tremolanti, due
arbusti di quel fiore che somiglia ad una nevicata.
Pochi metri dopo incominciava un tentativo di orticello
domestico e di frutteto; rimasti e l'uno e l'altro all’esposizione rudimentale
di un solco d'insalata, tra masse di salvia, di rosmarino e di finocchio, colla
compagnia di un gracile pesco coperto di scarsi fiorellini rosei.
Oltre non c'era piú nulla. Il terreno ghiaioso, ingombro di
calcinacci, si rifiutava alla vegetazione. Solamente in un angolo, un fico,
l'albero delle terre sterili, innalzava le sue ramificazioni nodose fin oltre
il muro di cinta.
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