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X.
Quantunque nell'affetto di suo fratello Teresina non
trovasse una vera soddisfazione, anzi molte volte le accadesse di pungersi alla
ruvida indifferenza maschile, gustava in quei rapporti un piacere acre, dove la
curiosità cercava un pascolo, e dove lo cercava pure il nascente, irresistibile
bisogno di amare.
Saliva spesso nella camera di lui, toccava i suoi libri, ne
leggiucchiava qualcuno, a sbalzi, nelle pagine dove si parlava di relazioni tra
uomo e donna, apriva i tiretti, lisciava le cravatte disponendole in
bell'ordine.
Anche gli abiti guardava, contando quante tasche avevano, sembrandole sempre
che fossero troppe. Che mai riponeva in tutte quelle tasche?
Le piaceva sopratutto mettersi accanto a suo fratello,
quando egli fumava, osservando in che modo arrotondasse le labbra per tenere il
sigaro, come ne facesse uscire quelle nuvolette bianche, quei cerchiolini
azzurri; li affrontava tossendo un poco, ma volendo resistere ai buffi caldi, fortemente
odorosi, che egli le lanciava sul volto. Chinandosi con certe mosse improvvise,
giocherellava colla catena d'acciaio del suo orologio, facendo scattare la
molla del ciondolo, vuoto, e domandandogli:
— Perché non ci metti nulla?
Era un suo desiderio ascoso quello di possedere un ciondolo
per riporvi capelli o ritratto.
Qualche volta lo interrogava sopra i suoi amici, chi erano,
quanti, e come si chiamavano. Ella seppe così che aveva due amici intimi, tutti
e due studenti del liceo: uno piccolo, brutto, butterato dal vaiuolo, che
suonava la chitarra e si chiamava Edmondo: l'altro alto, forte, coi capelli
ricciuti, i baffetti color d'oro, e rispondeva al nome di Franceschino.
S'arrabbiava. Avrebbe voluto che il nome di Edmondo appartenesse
al giovane bello, coi baffetti color d'oro.
Anche Orlandi era suo amico? Sì, anche Orlandi; ma un po'
meno; c'era differenza d'età. Orlandi aveva i suoi ventisei o ventisette anni,
forse anche piú. Era iscritto al corso di diritto, ma non lo frequentava mai;
si poteva cercare Orlandi dappertutto fuorché all'università.
— È dunque un cattivo giovane? — chiedeva Teresina.
— Un cattivo studente sì, ma un cattivo giovane no. Ha
moltissimo ingegno, moltissimo cuore, ma gli piace divertirsi. È naturale.
Tutte queste notizie, che in fondo potevano interessarla
ben poco, Teresina le assorbiva avidamente; popolava la sua fantasia vergine
coll'immagine di tutti quegli ignoti; a poco a poco le sembrava
di conoscerli, e che fossero veramente amici suoi.
Cucendo, sotto la finestra del salotto semi-buio, ella si figurava le riunioni degli
allegri giovanotti, come dovevano ridere e far chiasso; e davanti a lei, nel
palazzo Varisi tutto nero e tutto chiuso, le sembrava
adesso di veder passare in un'aureola luminosa la bella marchesina, vestita di
bianco, col fiore di velluto nero sul petto.
In mezzo a queste fantasticherie, un grido dell'Ida, un
lamento della madre, la destavano bruscamente, e passava, senza transizione, in
lunghe geremiadi economiche, recitate dalla signora Soave colla sua voce
rassegnata. Non vi erano piú lenzuola in guardaroba, le gemelle avevano bisogno
di un abito, non si poteva differire la stagnatura del rame. E Carlino costava
tanto!... Tuttavia, che fare? L'unico maschio, era pur necessario dargli una
buona educazione, e colla educazione veniva tutto il resto.
Questi discorsi Teresina gli aveva nel midollo delle ossa;
facevano parte del suo cibo quotidiano, li respirava coll’aria.
Quando poi il signor Caccia tuonava contro il lusso delle
donne, predicando ad esse la modestia, l’umiltà, l’attività silenziosa nelle
pareti domestiche, l’ubbidienza al sesso forte, la ricognizione spontanea dei
propri doveri messi a fronte coi diritti dell’uomo, allora la fanciulla si
sentiva così piccina, quasi avvilita, che le restava per tutto il giorno un
senso di scoramento; e piú a fondo le penetrava la voce spenta di sua madre, ne
comprendeva meglio lo sguardo dei grandi occhi malinconici ed opachi.
Per sua madre Teresina aveva una tenerezza, un culto; e la
madre la ricambiava con un affetto triste, pieno di sottintesi dolorosi. Non si
erano mai fatte confidenze, non ne avevano il temperamento, fors’anche era
mancata l'occasione di incominciare: ma quando nelle ore di riposo, durante i
sonni o le assenze dell’Ida, le due donne sedevano accanto alla eterna
finestra, il loro silenzio aveva una voce.
Dopo il ritorno di Carlino, un soffio di vita nuova correva
nella casa, ma correva senza diffondersi e senza partecipare agli altri la
propria vita. Talvolta era una canzone che si sentiva cantare a squarciagola,
lassù nell'ampia camera soleggiata; tal'altra erano i passi affrettati e il
ridere sommesso di due o tre amici che venivano a trovare il liceale, i quali
passando davanti al salotto aperto, salutavano le signore a scappa e fuggi,
impacciati e timidi.
La canna d'India di Carlino, il sigaro di Carlino, le
ghette bianche che Carlino portava imitando gli eleganti di Parma, si trovavano
in ogni luogo; e poi Carlino andava a caccia; il suo fucile, ritto nell'angolo
della cucina, era cagione di continui terrori per la signora Soave; così come
le casacche scucite, le calze inzaccherate e le pezzuole fatte in due, davano
pensieri e lavoro a Teresina.
Insensibilmente quel giovanottino di diciotto anni, l'unico
maschio, la speranza futura, assorbiva tutta la famiglia.
Quando egli si ritirava nella sua camera
a studiare, era un silenzio generale; anche l’Ida doveva frenarsi, perché i due
esami che Carlino avrebbe ripetuti in ottobre, erano la piú importante
quistione che si agitasse, per il momento, in casa dell'esattore.
Lui, il padre, uomo da poco e presuntuoso, che nascondeva la
propria nullità sotto una grand’aria boriosa ed arcigna, ligio alle vecchie
consuetudini aristocratiche, tirannuccio volgare, aveva già stabilito, col suo
precedente, il dominio assoluto del sesso forte.
Carlino trovava il terreno preparato, nessuna resistenza,
nessuna battaglia; vi si adagiava come in un letto.
Era un buon figliuolo, poi. Molte volte entrando nel
salotto, dove la madre e la sorella cucivano, sepolte sotto una montagna di
cenci, saltava al collo di entrambe, e prendendo Teresina per la vita, la
trascinava sotto il portico, suffolando un valzer.
E Teresina tutta rossa, scapigliata, gridava: — Basta! basta!
— cogli occhi che le lucevano, con un formicolìo per tutto il corpo.
Un giorno le disse:
— Sorellina, oggi vado a mangiare i cocomeri.
— Oggi, quando?
— Dopo pranzo.
— Dove?
— Dalla signora Letizia, la zia dell’Orlandi, che ha una
bella cocomeriera poco lontana di qui, sulla strada della fontana. Vuoi venire
anche tu?
— Oh! ... ma io non conosco la signora Letizia.
— Sì che la conosci; la vedi in chiesa le domeniche, nel
terzo banco a destra; distratta tutto il tempo della messa per osservare se suo
nipote si trova in chiesa. Lei ti conosce; mi ha detto che le sembri una buona ragazza e se volevo condurti
qualche volta a trovarla.
— No, no, — tornò a dire Teresina — io non la conosco.
Verso le sei del pomeriggio, intanto che Carlino si calcava
il cappello in testa, fu bussato alla porta di strada, e la signora Letizia,
con un velino nero in capo e una mantiglia sul braccio, si fermò sulla soglia.
La signora Soave andandole incontro, la invitò ad entrare;
ma era la prima volta che si parlavano e un certo imbarazzo le tratteneva;
rimasero sulla soglia.
La signora Letizia spiegò che, passando davanti alla porta,
si era permessa di fermarsi per domandare il permesso di condurre anche
Teresina.
La fanciulla stava a udire, imbarazzata, divisa tra due
pareri. La signora Letizia soggiunse:
— Mi farà compagnia lungo la strada.
La mamma voleva che Teresina salisse a mutar l'abito.
— Che! che! Andiamo in campagna, non ci vedrà nessuno.
Prese la mano della ragazza e se la pose dolcemente sotto il
braccio.
Le gemelle, in un canto, guardavano con invidia. Teresina se
ne accorse e ne provò un vivo dispiacere. Voleva restare, ma come?
Le gemelle già grandette — avevano dodici anni — nutrivano
un sentimento di gelosia per quella sorella a cui tutti volevano bene e che, nella
sua qualità di sorella maggiore, godeva qualche piccolo privilegio.
Ella tentò di farsi perdonare l'involontario spasso,
abbracciandole teneramente; ma una di esse la respinse e l'altra girò la
faccia.
Col cuore grosso, Teresina s’avviò insieme alla signora
Letizia; non era ancor fuori dalla porta che l’Ida, arrivando di corsa dal
fondo del giardino, le si aggrappò alle vesti, strillando.
Tornò indietro, scusandosi colla signora, riprendendo
rassegnata il suo posto di Cenerentola, vedendo già sulla bocca delle gemelle
un maligno sorriso di compiacenza.
— Quanti capricci! — disse Carlino; e, prendendo la bimba
per le spalle, la fece piroettare all'indietro; indi chiuse la porta.
In fondo Teresina andava senza entusiasmo a fare quella passeggiata,
avrebbe preferito restare in casa e non vedere il nicchio delle gemelle e non
udire gli strilli dell’Ida.
Però, quando fu uscita dall'abitato, davanti al bel viale
che si perdeva a vista d’occhio, sotto il cielo rosseggiante dei fuochi del tramonto,
nella calma della pianura silenziosa, fu presa da quel dolce benessere che la
invadeva sempre nei rari momenti in
cui, secondo la sua espressione, faceva la signora. Alle ultime case del paese,
Orlandi era sbucato fuori, e accompagnandosi con Carlino, precedeva le due
donne. Era la prima volta che Teresina si trovava con Orlandi, la prima volta
che lo vedeva bene.
Alto e ben fatto, il suo portamento aveva la disinvoltura
graziosa e fiera di una persona perfettamente equilibrata: ogni suo movimento
rispondeva con armonia mirabile alla giusta proporzione delle forme. Il volto,
di un pallore bronzato, molto regolare nei lineamenti, usciva spiccatissimo
dalla barba nera, corta, ricciuta; aveva una fronte alta da poeta, attraversata
da una vena che si gonfiava facilmente nell’impeto della gioia o dell’ira. La
bocca tagliava il nero cupo della barba con un mezzo arco sanguigno, spesso
dischiuso, e tutto il volto si illuminava della gaiezza di quel riso, dove la
spensieratezza, la bontà, lo scetticismo si alternavano, in una mobilità strana
di espressione. Gli occhi erano molto belli, larghi, audaci, e col loro sguardo
mobile e cangiante riflettevano le stesse gradazioni indecise del sorriso;
gradazioni che davano a quella fisionomia un fascino naturale, quasi
irresistibile, il solo che potesse spiegare le ardenti simpatie che Orlandi
destava così nelle donne come negli uomini.
Era un gran parlatore; non diceva cose straordinarie, ma
vestiva sempre il suo pensiero di
una forma vivace, spontanea, che poteva non persuadere ma che trascinava. Gli
amici gli pronosticavano una brillante carriera, come avvocato.
Strada facendo, la signora Letizia parlò di suo nipote; era
l'argomento favorito. Del resto la buona donna non ne aveva parecchi a sua
disposizione.
Quando furono innanzi un tratto, a sinistra, si presentò
sulla spianata di una modesta piazzetta, il Santuario della Fontana.
— Entriamo un momento? — disse la signora Letizia.
— Farai tardi — le gridò suo nipote senza voltarsi.
La signora Letizia e Teresina entrarono egualmente,
lasciando fuori i due giovani.
La signora mostrò alla ragazza i lavori fatti da lei per
quella chiesa; un pizzo da mensa a maglie ricamate, rappresentanti le scene
principali della Passione; un velario di spumiglione di seta, color giaggiolo,
che era stato il suo abito da sposa; e poi tovaglie comuni e paramenti per le
colonne, tutti tenuti un po’ alti da terra, a motivo dei cani.
— Visitiamo la Madonna.
La Madonna, colla sua fontana miracolosa, stavano in un
coretto sotto l’altare maggiore. Vi si scendeva da una scala che metteva
direttamente alla cappella circolare; graziosa cappella, simpatica, dipinta a
colori chiari, con un pozzo nel mezzo e due finestre, dalle quali entrava
l'odore di basilico dell’orto del curato, mischiandosi all’odorino svanito dei
fiori secchi che ingiallivano sull’altare.
Teresa, che non usciva quasi mai di casa, e che in fatto di
chiese non si dipartiva da quella di San Francesco, la piú vicina, si guardava
attorno con piacere, respirando il fresco profumato, osservando le pitture.
C’era stata una volta sola alla Fontana, e adesso le faceva un’impressione
nuova, come di raccoglimento, di dolce mistero, d’estasi contemplativa.
Sollevata in punta di piedi, guardava fuori da una delle
finestre i ciuffi rigogliosi di basilico. In mezzo ad essi vide spuntare
improvvisamente la testa dell’Orlandi.
— Vengo a vedere se mia zia ha terminato di pregare per
me... poiché sono sicuro che prega per me.
Teresina, sorridendo per confusione, gliela mostrò
inginocchiata sull'orlo del pozzo.
Il giovane s'era arrampicato sull'inferriata esterna della
finestra, cacciando avanti la testa, ma invece di guardare sua zia, fissò gli
occhi in quelli della fanciulla. Non si erano mirati prima, nella via, quando
ne avevano tutto l’agio. I loro occhi si incontrarono là, in quello strano
ravvicinamento, divisi da un'inferriata e quasi soli. Teresina, nella penombra
calma e pura della cappelletta, come una santa vergine staccata dal muro; egli,
ardito, in attitudine aggressiva, col bel volto irradiato nella porpora del
tramonto.
La fanciulla distolse gli sguardi, ma a malincuore,
lottando contro un fascino prepotente, sentendosi salire dal petto alla gola
uno stringimento, come un dolore di ferita.
La signora Letizia si alzò, dopo aver baciata devotamente
la balaustra che cingeva il pozzo benedetto; non aveva visto suo nipote, egli
era già scomparso. Teresina la seguì sopra pensieri, e quando sul sagrato
incontrò Orlandi che usciva dall'orto del curato, arrossì, abbassando gli
occhi.
Dopo mezz’ora si trovavano tutti e quattro nella casa di
campagna.
Orlandi, pazzo di gioventù e d'allegria, trascinava Carlino
ai giuochi i piú arrischiati. Saltarono fossi, ruppero siepi, si schernirono,
si accapigliarono, con un rimbalzo di parole frizzanti, di canzonature mordaci;
inebbriati dall’onda del loro sangue, dalla forza dei loro muscoli.
La visita alla cocomeriera occupò il restante della serata,
sempre in mezzo alle risa ed al
chiasso: finché Teresina, avvicinandosi al fratello, gli fece osservare che era
tardi.
Il ritorno fu tranquillo.
La signora Letizia, appoggiata al braccio di Teresina,
pronunciava tratto tratto qualche frase insignificante, ammirando la bella
sera. La ragazza taceva.
— Potremmo essere un po’ piú galanti, — disse un tratto Orlandi
— Carlino, dà il braccio a mia zia.
Egli stesso offerse il suo, con molta disinvoltura, a
Teresina; camminarono così buon tratto di strada, ciarlando tutti insieme.
All'estremità del viale, Orlandi e la ragazza si accorsero
di aver perduto i loro compagni e si fermarono per aspettarli.
— Non la si vede mai in paese.
— Esco poco.
— Ma nemmeno alla finestra.
— Oh! non ho molto tempo da stare alla finestra, io.
Teresina diceva la verità, senza ostentazione e senza
vergogna, con quella sua schiettezza ingenua.
Orlandi non soggiunse altro, ma parve alla fanciulla che
egli la guardasse fissando gli occhi nella semi
oscurità del viale; e quello sguardo piú sentito che visto, la turbò tutta.
Ai primi fanali, egli disse ancora:
— Sarà stanca?
— No, niente affatto.
Teresina pensava che ella era troppo sciocca per interessare
Orlandi; era naturale che il giovane non sapesse che cosa dirle, dal momento
ch’ella stessa si trovava imbarazzata a rispondergli.
Sulla porta il signor Caccia venne loro incontro, pieno di
sussiego, imponente. Teresina lasciò il braccio del suo cavaliere.
— Ci rivedremo, nevvero? — così la signora Letizia.
Teresina ringraziò, salutando, ricambiando la stretta di
mano della signora.
Anche Orlandi tese la sua mano, che la fanciulla toccò appena,
lasciando la propria inerte per mezzo minuto in quella del giovane.
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