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XI.
L’organo aveva terminato di suonare il Gloria in excelsis;
le ultime note vibravano ancora sotto la navata oscura della chiesa di San
Francesco.
Intanto che il prete recitava a voce bassa le orazioni, i
fedeli facevano i loro preparativi per il Vangelo. Chi tossiva, chi si soffiava
il naso; le donne tiravano adagio adagio la sedia per appoggiare i piedi sulla
sedia davanti; quelle che stavano nei banchi deponevano sulla cornice, fatta a
modo di davanzale, il libro, gli occhiali, il fazzoletto. Tutti si mettevano
comodi, allargando i gomiti per non essere troppo pigiati, raschiandosi in gola
e abbandonandosi di peso, colla testa in dietro, il naso per aria, emettendo un
piccolo sospiro rassegnato, quasi a dire: Ci siamo.
Il curato di San Francesco predicava male, con una voce
monotona sempre afflitta da
raucedine; le sue variazioni sul Vangelo non avevano originalità né vigore.
Egli stesso non vi pretendeva; lo capiva forse di non essere ascoltato; e
vedendo quelle teste abbassarsi via via sui petti, ciondolanti, vinte dal
sonno; vedendo quella interminabile fila di sbadigli, quella immobilità rigida
dei corpi intorpiditi, egli, il buon curato, precipitava le parole affogandole
in gola, troncando le finali; finché la predica si riduceva ad un mormorio
indistinto, dolce come una ninna nanna, piú dolce, piú cullante che mai in
quella brutta giornataccia di novembre, propizia al sonno.
Stretta contro a un pilastro, quasi per trovarvi una
nicchia, Teresina non ascoltava nemmeno lei.
Sulle prime era stata un po’ distratta, guardando la gente
che arrivava in ritardo, che non trovava un posto, e che lo cercava
insistentemente facendosi largo tra la fila degli ombrelli gocciolanti, che
rigavano il pavimento.
Le signore che stavano sedute colle gonne rialzate da terra,
attorcigliate intorno alle gambe, cercavano di non muoversi, socchiudendo gli
occhi in un mistico raccoglimento; ma un ombrello che cadeva, un gomito
sgarbato contro la tesa del loro cappellino, le obbligava a scuotersi, a farsi
da parte.
Quando tutti furono accomodati e il respiro dei dormienti
salì, ora lieve ora fischiante, da quella moltitudine di persone, perdendosi
sotto le alte navate, come un accompagnamento corale alle parole del
predicatore, e Teresina si sentì quasi sola, un pensiero venne a tenerle
compagnia — il solito pensiero che da un mese le stava fisso nel cervello, che
la accompagnava nelle sue faccende domestiche, che la seguiva per la via, che
si coricava con lei tutte le sere, e ch’ella trovava, ogni mattina, per il
primo sul guanciale.
La sua buona mamma dormiva, come gli altri, al suo fianco;
le gemelle davanti sembravano
statue. Teresina sollevò la testa, guardando in fondo alla chiesa, verso la
porta maggiore; ma un gruppo di contadini, in piedi, glie ne toglieva la vista.
Allora fissò gli occhi, distratta, sui finestroni a ogiva, dai quali entrava
una luce scialba. Pioveva sempre, e
quelle goccie continue sui vetri impolverati, tracciavano dei rigagnoletti piú
chiari sulla trasparenza densa del cristallo.
“il giorno del giudizio o peccatori”.
Questa frase monca, che per un movimento del predicatore era
giunta abbastanza distinta al suo orecchio, la scosse; procurò di stare attenta
alla parola divina, aggrottando le ciglia, stringendo le mani sopra il suo
libro di preghiere. Ma dopo qualche istante le mani tornavano ad allontanarsi,
gli occhi ripresero le vie aeree su per i cornicioni, nel fogliame dei
capitelli, dentro lo sfondo della cupola, e ancora sulle ogive pallide battute
dalla pioggia.
Un sorriso impercettibile le sfiorò le labbra; per un giuoco
strano della fantasia ella aveva visto improvvisamente quel finestrone
illuminato da un tramonto d’autunno e le saliva alla testa, con un profondo
sospiro, un profumo acuto di basilico; proprio come se avesse davanti i ciuffi
rigogliosi di quell'erba.
Chiuse gli occhi, abbagliata.
Per un po’ di tempo s’avrebbe potuto credere che ella pure
dormisse, tanto era immobile, assorta nella visione.
“Così avverrà quando, per la misericordia di Dio, ci
troveremo riuniti in paradiso”.
La predica era finita. Tutti si alzarono, stirando le gambe,
sbattendo le palpebre per cacciare un resto di sonno. Teresina aperse il
manuale, a caso, temendo avesse qualcuno ad accorgersi delle sue distrazioni,
volendo cacciarle coll'intensità della preghiera. Non era il posto della messa,
ma ella lesse egualmente, con un ardore inquieto, pronunciando le parole,
spiccandole, piena di fervore.
“Vi abbraccio, o Gesù, mia gioia e mia consolazione. O anima
mia, creata ad immagine di Dio, ama il tuo Dio da cui sei tanto amata. O Gesù,
se non vi amo abbastanza, accendete in me il fuoco del vostro amore, che mi
abbruci, che mi consumi, che mi faccia tutta vostra”.
Il celebrante trascinava l'ultima parte della messa, assorto
nel mistico raccoglimento della comunione. La signora Soave, rispondendo ad una
inchiesta delle gemelle, disse:
— Or ora, abbiate pazienza. Fate l'atto d'adorazione.
L'Ite missa est fu accolto con un movimento di
soddisfazione generale. Teresina chiuse il libro, in apparenza composta, ma con
un tremito in tutto il corpo. Si segnò, fece la riverenza; il cuore le batteva
disordinatamente.
Appena fuori di chiesa, sulla soglia, prima ancora di aprire
l'ombrello, ella guardò ansiosa in un certo angolo della piazzetta. Orlandi era
là, riparato sotto un’ampia gronda all’antica, colle spalle al muro, l'occhio
intento. Scambiarono uno sguardo rapidissimo, lor due soli; e poi, quando
furono vicini, il giovane salutò.
— Come fa Orlandi ad essere ancora qui? — disse la signora
Soave. — Dovrebbe trovarsi a Parma già da un mese.
Teresina non rispose; ma il suo viso divenne rosso
infiammato.
Non osava piú alzare gli occhi; camminava automaticamente,
fissando i quattro stivaletti delle gemelle i quali battevano il lastrico
davanti a lei.
Dalla chiesa di San Francesco alla lor casa erano pochi
passi. Sulla porta furono raggiunte da Orlandi, che si scusò dell'ardire,
annunciando che l'indomani partiva per Parma, ed era venuto a chiedere se la
signora Caccia avesse qualche imbasciata per Carlino.
La signora, grata e sorridente, lo invitò ad entrare; egli
volle schermirsene; ma siccome discorrevano sotto la pioggia, le gemelle
apersero la porta, e Orlandi si tirò indietro per lasciar passare le signore.
Entrarono prima le gemelle, la mamma e da ultimo Teresina,
la quale, piú morta che viva, sentì prendersi rapidamente la mano e far
scivolare in essa una lettera.
Non ebbe tempo né di rifiutarla né di parlare e nemmeno di
guardare l’audace che, ritto sulla soglia, protestava di non voler entrare a
dar disturbo, bastandogli una parola per Carlino.
Il ricevitore uscì dal suo studiolo, alla voce d’Orlandi;
le gemelle salirono lentamente la scala, strisciando le scarpe per farle
asciugare. Teresina le seguì.
Quella lettera le bruciava il palmo della mano; non sapeva
dove metterla. Si spogliò con un pugno chiuso, a movimenti febbrili; divorando
cogli occhi le due ragazze che non terminavano mai di levare gli abiti.
Sotto il portico, Orlandi, il signor Caccia e la signora
Soave scambiavano dei complimenti; poi Orlandi se ne andò. Teresina col viso
contro i vetri lo vide allontanarsi verso la piazza.
— Non siete ancora pronte?...
— Che te ne importa? Facciamo il comodo nostro.
Le gemelle erano cattive e maligne; l'istinto le avvertiva
che annoiavano Teresina restando in camera, e vi restarono piú a lungo.
Teresina colla fronte appoggiata ai vetri guardava a
piovere; aveva messo la lettera in tasca, e vi teneva sopra la mano, stringendola
con furore.
Finalmente se ne andarono. La fanciulla balzò all’uscio,
tirò il catenaccio e, tremante come fosse sul punto di commettere un delitto,
aperse la lettera.
“Ho bisogno di parlarle da solo a sola; non mi neghi questo
favore. Stassera, dalle dieci alle undici, passeggerò finché ella abbia la
bontà di aprire la finestra terrena.
Aspetto e spero.
E. Orlandi”
Era piú, ed era meno di quello che supponeva.
Da un mese il giovinotto le faceva, visibilmente,
quantunque delicatamente, la corte. Una dichiarazione formale non poteva essere
molto lontana dalle idee di Teresina; se la fanciulla avesse avuto il coraggio
di interrogare se stessa, avrebbe trovato il desiderio di quella dichiarazione
in tutti i sospiri che gettava al vento, nelle ansie della domenica, quando
doveva andare a messa e sapeva di vederlo, là, al solito posto; nelle
distrazioni frequenti, nei sonni agitati: — sì, la dichiarazione era attesa.
Ma quella lettera non diceva una sola parola d'amore, e le
chiedeva invece, senza preamboli, una cosa tanto grave, qual era un
appuntamento.
Teresina non sapeva che risolvere; si trovava in una
agitazione strana. Per fortuna nessuno venne a bussare al suo uscio, così che
ebbe tempo di rimettersi alquanto, almeno in apparenza.
Nascose la lettera in seno; ma era troppo alta, la sentiva
scricchiolare ad ogni movimento; aperse il busto, e la spinse piú avanti,
vicino al cuore; allora le venne il dubbio che potesse scivolarle giú per la
vita e perdersi per la casa; ne provò un terrore pazzo; tornò a slacciarsi
tutta, assicurando la carta con uno spillo alla camicia. Ancora non si sentiva tranquilla, e ad ogni tratto
andava tastando colle dita se la lettera fosse al posto.
Che voleva Orlandi da lei? Era possibile che l’amasse
davvero? Egli, il piú bel giovane del paese!
Si batté la fronte: — oh! — proruppe in un oh! di rabbia, di
dolore.
Ricordava una fotografia trovata nella valigia di Carlino,
il ritratto di una bella donna che suo fratello aveva chiamata l'amante
d'Orlandi.
Uno strazio, una smania orribile la prese, una gelosia
rapida, quasi fulminea; un bisogno di interrogare suo fratello, di sapere chi
fosse quella donna, se Orlandi l’amava molto, se l’amava ancora, dove era, che
faceva, tutto tutto.
E Carlino era a Parma!
Si morse le mani dal dispetto; almeno glie lo avesse
domandato subito, lo saprebbe. Ma che glie ne importava allora? — E adesso? Lo
amava già tanto quell’Orlandi, lo amava al punto di soffrire, da piangere per
lui? perché piangeva, non dirottamente, ma con quelle lagrime scarse e
brucianti che lasciano il solco.
Non sarebbe andata all'appuntamento, oh! no. Gli avrebbe
rimandata la sua lettera, con un silenzio sdegnoso.
Ma se la storiella del ritratto non fosse vera? Se Carlino
avesse affibbiata all'amico quella innamorata, così per celia? In fatti, perché
tenere nella sua valigia il ritratto dell’amante di un altro?
Si chetò.
Rifece, dolcemente, la breve tela de’ suoi incontri col
giovane; la prima volta che si erano conosciuti, nella passeggiata alla Fontana;
l’improvvisata che egli le aveva fatta, trovandosi subito la domenica appresso
sulla porta della chiesa. Ripensò i suoi sguardi così espressivi, quella bella
persona, quella testa intelligente, quel sorriso che pareva un raggio di sole.
Una soavità d’amore la invase; sentì correre per le vene un
giubilo novo, come se una grande felicità l'attendesse, come la sua vita,
chiusa fino allora, si aprisse ad orizzonti sconfinati. Ma volle frenarsi, dopo
tutto non sapeva che cosa le avrebbe detto Orlandi.
Pensò un istante di chiedere consiglio alla pretora. Se
fosse stata presente, le avrebbe narrata ogni cosa. Ma la pretora, quel giorno,
non si fece vedere.
Prima di scendere Teresina cedette a un desiderio
invincibile di rileggere la lettera. Era la terza o la quarta volta che si
sbottonava l'abito, che sentiva correre sulla pelle quel foglietto di carta
levigata, morbido come una carezza, pungente come una ferita; ed alla carezza
sorrideva, alla puntura gettava un piccolo grido smorzato dal piacere, tutta
tremante, sembrandole che quel
foglio, uscito dalle mani di un uomo e che ella nascondeva in seno, togliesse
il primo velo al suo pudore di vergine.
Quando andò a raggiungere la madre nel salotto terreno,
ella si era composta una fisonomia calma, ma così seria, così piena di mistero,
che la signora Soave le domandò subito che cosa avesse.
Teresina mentì, come mentono tutti gli innamorati. Ma in
fondo al cuore le doleva quella menzogna alla mamma, non sapendo poi nemmeno
lei perché taceva, perché mentiva.
La signora Soave, colle manine di cera abbandonate sui
ginocchi e lo sgabello sotto ai piedi, incominciò a parlare di Carlino, delle
camicie che bisognava mandargli, dei fazzoletti che non erano orlati ancora;
ogni tanto interrompeva la litania monotona con un:
— Te ne rammenti, nevvero, Teresina?
Teresina diceva di sì.
— Tuo padre si lagna sempre;
dice che non facciamo economia, che quel ragazzo gli costa un occhio, e che, se
noi non sappiamo limitarci nelle spese, sarà costretto a fargli sospendere gli
studi...
Un lunghissimo sospiro sollevò il petto gracile della
signora Soave, per un po’ non ebbe voce; indi riprese, affievolita, tenendosi
una mano sul cuore:
— Ho raccomandato all'Orlandi di dargli dei
buoni consigli … che posso fare, mio Dio, che possiamo fare noi donne?
A quel nome di Orlandi, Teresina aveva trasalito
impercettibilmente, volgendo gli sguardi al gran quadro meccanico che conteneva
l'orologio. Erano le due. Otto ore ancora!
Le gemelle intanto si accapigliavano nel vano della
finestra, mute, senza chiedere soccorso a nessuno. Convenne dividerle; cinque
minuti dopo si abbracciavano, al medesimo posto, facendo sberleffi alla loro
sorella maggiore.
L’Ida si annoiava con quella giornataccia: in causa della
pioggia non poteva uscire nel cortile a giuocare. La noia pei bambini è
sinonimo di capricci; ella incominciò a far tante diavolerie, che la signora
Soave, colla testa intronata, sentendo un principio di emicrania, pregò
Teresina di occuparla.
E Teresina, pazientemente, si pose a ritagliare degli
ometti di carta, e poi delle carrettelle, e dei vasi da fiore, e poi delle
casette col tetto, colla porta, colle finestre da chiudere e da aprire.
Era calma, sorrideva; ma ad ogni quarto d’ora i suoi occhi
cercavano con ansia le sfere dell’orologio, e ad ogni ora che suonava, il
sangue le dava un tuffo.
Per lo sforzo del contenersi, era diventata pallida. Aveva
dimenticato di far colazione; si sentiva appetito, ma non la voglia di
mangiare. Anche il parlare le costava fatica. Avrebbe voluto chiudersi nella
sua camera, e non far altro che pensare a lui, intensamente, esclusivamente.
Non era possibile. Verso le quattro dovette andare in
cucina ad ammannire il desinare; la mamma l’aiutava, debolmente, sedendosi ad
ogni minuto, stringendo colle manine gialle il capo che le doleva.
— Va’, va’, mamma; faccio io.
— Le gemelle potrebbero darti una mano...
— No, mamma; hanno i loro compiti di scuola.
Le gemelle erano l'incubo di Teresina. Ella se le vedeva
crescere accanto astiose, diffidenti, ricambiando con una musoneria fredda
tutte le sue premure. Avrebbero potuto essere le sue amiche, le sue confidenti,
e invece una barriera di ghiaccio le divideva. Questo era un grande sconforto
per Teresina.
Così, tutta sola nella cucina bassa, intenta a uffici
volgari, la fanciulla ingannava l’eternità dell’aspettativa avvinta docilmente
alla sua catena, imparando la grande virtù femminile del dominarsi, la profonda
abilità femminile di nascondere un tormento dietro un sorriso.
Nel muoversi rapidamente, nel chinarsi, ella sentiva ancora
lo sfregamento della lettera sulle carni delicate del seno; allora stringeva le
labbra, palpitando lievemente, come per assaporare meglio quella sensazione che
era ad un punto dolore e piacere.
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