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XII.
Tutta la famiglia era a tavola; la signora Soave, con due
fettine di limone sulle tempia, lagnandosi dolcemente; l'esattore rosso in
faccia, sbuffante; le gemelle silenziose; l'Ida, versando di soppiatto un po’
di minestra nel bicchiere.
Teresina, in mezzo a quelle persone note, a quelle persone
che ella chiamava i suoi cari, che per vent’anni avevano esclusivamente
occupato il suo cuore, si sentiva quasi straniera. L’amore la isolava, la
assorbiva con quell’egoismo tirannico che è uno de’ suoi principali caratteri.
Lei, così buona, così timida, che si angosciava sempre ai dolori della mamma; lei che tremava
davanti alle terribili sopracciglia inarcate del padre, quel giorno aveva una
sola preoccupazione, il timore d’essere scoperta.
L’orologio del campanile, incastonato fra gli alberi di
cartone, non aveva mai attirato i suoi sguardi come allora; le quattro braccia
del mulino a vento sembravano
agitarsi per lei, come braccia di silfi, di gnomi, di deità sconosciute che le
additassero orizzonti lontani. Tutta la sua anima era attaccata a
quell’orologio.
— Il brodo non ha nessun sapore — disse il signor Caccia.
La signora Soave sospirò, costernata.
— Vi ho detto tante volte di metterci un sedano a bollire.
L’avete messo?
— Bisogna domandarlo a Teresina — rispose prontamente una
delle gemelle.
— Hai messo il sedano nel brodo, Teresina? L'hai messo?
La voce stridente del signor Caccia dovette ripetere la
domanda. Teresina non aveva capito. Alla seconda volta, scossa da quel falsetto
imperioso, restò imbambolata come uno che si desti improvvisamente, per
sorpresa; avvertendo una sensazione di antipatia per tutte quelle persone che
la tormentavano.
Il sedano? Ella non ricordava piú; per quanti sforzi
facesse non riuscì a raccapezzare la memoria di un fatto così semplice e recente. Si pigliò della stupida, fra i
sospiri di sua madre e il riso ironico delle gemelle.
Nel suo accasciamento, la fanciulla fu colta da un
improvviso terrore. Se il padre sapesse?
Nessuna cosa poteva spaventare maggiormente Teresina.
Ella chiese a se stessa come mai ardiva nascondere una lettera e vagheggiare un
appuntamento davanti alla terribilità di quel personaggio.
Abbassò gli occhi e si pose a tremare come una foglia; si
sentiva venir meno.
Altro pensiero orribile. Se la cogliesse uno svenimento? Se
le aprissero il busto, per farla rinvenire, e la lettera, la fatale lettera...
Diede un balzo sulla sedia.
— Che hai, Teresina?
— Nulla.
Ella doveva avvezzarsi a quella risposta. Nulla. Nulla di ciò
che si può dire, che si può vedere, nulla di ciò che gli altri capiscono.
Nulla — così spesso sinonimo di tutto.
Rapidamente decise di non comparire all'appuntamento e di
distruggere subito la lettera. Era una vergogna nutrire pensieri simili nel
grembo della famiglia, accanto a sua madre ammalata e triste, fra le sorelle
innocenti...
Un vivo sentimento di pudore la imporporò tutta. Come si
trovava colpevole! Quanto era sfrontata! Che ne aveva fatto de’ suoi buoni
principii, de’ suoi voti di purezza?
Si ricordò certi discorsi uditi, che per perdere una donna
basta un minuto; che l'onore delle fanciulle si appanna, come il cristallo, ad
un soffio; e tornò a tremare, sbigottita, alterata in viso per modo che sua
madre la indusse a muoversi, a prendere qualche cosa.
— È il tempo, — disse il signor Caccia — con questa umidità
continua, non si può star bene —. Teresina ringraziò Iddio che suo padre non
avesse alcun sospetto.
L'orologio segnava sette ore. Il signor Caccia si alzò
dignitosamente; andava a prendere la sua porzione di politica al caffè di
piazza.
Le donne rimaste sole, si raccolsero in gruppo attorno alla
lucerna.
— Figlie mie, vi prego, state tranquille; ho la testa che mi
vuol scoppiare.
— Che si farà tutta sera?
— La pretora non viene?
— No, ha dei forestieri.
— Giuochiamo a tombola.
— Io proprio, non ne ho voglia.
Questa dichiarazione era di Teresa.
— Sì, sì, a tombola!
— A tombola!
Le gemelle si ostinavano. L’Ida, per giuocare coi fagioli,
voleva anche lei la tombola.
— Che s’ha a fare d'altro?
— Leggete — suggerì Teresina.
— Leggere non è un giuoco.
— Narraci una fola! — esclamò l’Ida.
Una fola era assolutamente impossibile. Dove avrebbe trovato
l'argomento? E la calma, e la pazienza per svolgerlo?
— No, no, la fola no...
Si rifiutava, implorando, con una dolcezza dolorosa.
Sembrava dire: Allontanate, Signore, da me questo amaro calice. Si sentiva male
davvero; i polsi le battevano disordinatamente; aveva la testa in fiamme e le
mani di ghiaccio.
La signora Soave gemette:
— Purché siate tranquille...
Teresina si rassegnò alla tombola.
I numeri uscivano lenti dalle sue labbra, spesso
incomprensibili, spesso ancora sbagliati. Era ricaduta nelle visioni amorose.
Vedeva Orlandi, bello, seducente, che le chiedeva il favore di una parola,
nient’altro che una. Che male c’era? Chi lo avrebbe saputo?
Una indolenza molle prendeva il sopravvento nei suoi
pensieri. Infine non era lei che lo aveva cercato.
Quest'ultima considerazione, la piú futile, ebbe il potere
di calmarla. Disse i numeri a voce alta, chiara, reagendo con un coraggio
improvviso, dando un’occhiata rapidissima all'orologio.
Erano le otto e mezza.
Alle nove cominciò a tentennare.
L’Ida aveva sonno; bisognò portarla di sopra, svestirla e
coricarla. La piccina le aveva incollate le braccia sugli omeri; voleva dormire
vicino a lei. Teresina pose la testa sul piccolo guanciale e finse di dormire.
Se avesse dormito davvero, là, sulla culla, incosciente e
serena come l’Ida?
Un passo, nella via, la fece trasalire. Mio
Dio, lui! No, non era lui.
Le gemelle si stavano svestendo, la signora Soave aspettava
il ritorno del marito. Teresina, come un’anima in pena, correva dall’una
all’altra, volendo mostrarsi disinvolta; ma via via che il tempo passava, era
presa da un tremito nervoso che la scuoteva tutta.
Alle dieci, essendo rientrato il padrone di casa, si sprangò
la porta; i coniugi si ritirarono nella loro camera. Era il momento decisivo.
Abbattuta sopra una sedia, coll’occhio fisso sul letto delle
gemelle, Teresina ripeteva: “Non scenderò, non scenderò”. Ma l'orecchio,
intento, spiava ogni passo che risuonasse nella via. Già le sembrava di averlo udito, quel passo, battere in
cadenza, lentamente, come un tacito richiamo.
“Non scendo, oh! non scendo certamente”. Disse ancora così,
per persuadersi ch'ella era ben decisa.
A un tratto prese il lume, diede un ultimo sguardo alle
gemelle che dormivano e si lasciò scivolare giù dalla scala, leggiera come
un’ombra.
All’ultimo gradino si fermò, nascose il lume dietro un
pilastro e mosse brancicando nel salotto buio.
Disse ancora: “Non gli parlo, faccio solamente per vedere se
c’è”.
Non urtò nessun mobile; giunse dritta davanti alla finestra
e l’aperse.
— Grazie.
Orlandi le aveva afferrate le mani e glie le stringeva con
passione.
La fanciulla non rispose né alla stretta né al grazie; ma
tremava così straordinariamente, che Orlandi, sorridendo un poco, riprese:
— Sono stato ardito, le chiedo scusa... se mi fossi
immaginato di darle dispiacere...
Teresina scosse il capo.
— No?... non dispiacere forse, ma certamente un disturbo.
Oh! mi assicuri; mi dica che questa sua bontà per me non le procurerà delle
noie in famiglia...
Teresina fece per dire qualche cosa, e non potendo
riuscirvi, strinse leggermente le mani che imprigionavano le sue.
Orlandi ebbe uno slancio di gioia; soggiunse:
— Siamo soli?
— Sì.
Seguì un breve silenzio. Ad onta della sua franchezza, anche
il giovane sembrava commosso. Disse
infine a voce bassa, avvicinandosi piú che poteva, colla faccia passata a metà
fra le sbarre della finestra:
— Sa che cosa volevo dirle?
Teresina principiò a tremare.
— Non lo indovina?
Istintivamente, come all'avvicinarsi di un pericolo, ella
volle ritirare le mani.
— Non lo indovina?... — ripeté il giovane stringendo piú
forte.
— Non s’è accorta di nulla?... Non sa che io l’amo?
Irrigidita, la fanciulla ascoltava quelle parole così nuove
per lei, sentendo salire, dalle mani del giovane, una ebbrezza in tutte le fibre.
— È la prima volta che un uomo le parla così?
— Oh! sì...
E vi era tanta innocenza, tanta mestizia e tanto sgomento
insieme in quella esclamazione, che Orlandi continuò, trasportato:
— L’amo, l’amo!
Pioveva sempre.
Orlandi era bagnato dalla testa ai piedi; anche Teresina si sentiva piovere in
faccia, tante stille gelate sulla sua faccia che ardeva. La via, sotto la
fiamma scialba di un lampione, luccicava, piena di pozze; quasi tutte le case
vicine erano immerse nell’oscurità; solo ad una finestra della Calliope
brillava, oscillante, un lume.
— Mi dica qualche cosa... l'ho offesa?
— No, signore...
Quel “signore” tornò a far sorridere Orlandi. Egli non
riusciva a comprendere lo sbigottimento della fanciulla; non vi era abituato;
però assuefacendosi a poco a poco, vi trovava un gusto piccante, mentre una
tenerezza insolita gli ondeggiava nel cuore.
— Una parola ancora... mi permette di amarla?
— Oh Dio...
— Mi permette?
Voleva aggiungere: sarà un amore nobile e puro; ma comprese
che era inutile dir ciò. Teresa non ne poteva immaginare un altro.
— Ho paura.
Anche questa parola fece sorridere il giovane; ma di un
sorriso che non aveva nulla di irritante, che pareva anzi un compatimento, una
carezza, un’indulgenza di persona forte.
— Cara... non si fida di me?
Le accarezzava le mani dolcemente, prima sul dorso, poi nel
palmo, stringendole le dita ad una ad una. Non si vedevano bene in quel buio,
dove apparivano solo i contorni, ma si guardavano intensamente, attirati l’uno
verso l’altra.
Orlandi parlò ancora del suo amore. Disse che partendo
all’indomani, sarebbe felice di portare con sé una parola di speranza, che le
avrebbe scritto da Parma, e le domandò s’ella risponderebbe.
A monosillabi, balbettando, la fanciulla dichiarò che non
avrebbe potuto ricevere le sue lettere.
— Perché?
— Se mio padre lo sapesse!
— Non lo saprà.
— Io non esco sola.
— Basta parlare col procaccio. È un buon uomo, ci aiuterà.
Ella stia pronta quando passa, nient’altro... qui a questa finestra. Non è
difficile.
Teresina non voleva. Orlandi fu eloquente, insinuante; le
dimostrò così chiaro che sarebbe stato inconsolabile del suo rifiuto, che alla
fine acconsentì.
Un passo incerto e zoppicante risuonò nel vuoto della via,
verso la piazza.
— Per l'amor del cielo!
Teresina, spaurita, fece atto di chiudere la finestra.
— No, aspetti... mi lasci vedere...
La fanciulla aveva già accostato i vetri, ma non si
risolveva a mettervi l’arpione, mormorando nella fessura:
— Si allontani, per carità...
— Aspetti un momento. È Caramella.
Lo zoppo passò, e Orlandi, fingendo indifferenza, si pose a
costeggiare cautamente il sentiero, come se volesse evitare di bagnarsi i
piedi. Quando Caramella fu abbastanza lontano per non destare piú sospetti,
Orlandi supplicò:
— Un’ultima parola...
Teresina riaperse i vetri.
— Mi dica che mi vuol bene anche lei!
Questo, Teresina non lo disse; ma sospirò e tremò per modo
e strinse così soavemente le mani del giovane, che costui non le chiese altro.
— Buona notte.
— Buona notte.
— Pensi a me...
Silenzio eloquentissimo, prolungatissimo.
— Addio.
— Addio.
Però non si staccavano.
— Verrò presto...
Un altro passo, in lontananza, li decise; Orlandi,
gettandosi il mantello sulla spalla, fradicio d'acqua, strinse ancora una volta
le mani della fanciulla e si allontanò.
Teresina, nello staccarsi dalla finestra, dovette reggersi
al muro perché barcollava. Aveva le guance, il collo, le braccia bagnate dalla
pioggia; eppure ardeva. Trovò il lume semispento,
dietro il pilastro. Salì adagino, cauta, ma non piú timorosa, meravigliata ella
stessa di sentirsi così forte.
Tutta la casa era tranquilla. Le gemelle dormivano, russando
lievemente, colla coperta fin sopra le orecchie.
Teresina cadde in ginocchio nel corsello del letto, colla
fronte contro il guanciale, in un’estasi d'amore; con un bisogno immenso di
elevare il cuore a Dio, di prenderlo a testimonio delle sue emozioni, di
benedirle e di purificarle nello slancio di una preghiera ardentissima. Il
cielo, per lei, era il punto di partenza d’ogni cosa bella, ed al cielo mandava
i suoi novi desideri, casta, fidente.
Ringraziò Dio come di una grazia ricevuta, come di una
felicità insperata. Si sentiva duplicare la vita; un altro essere palpitava in
lei, dandole la sensazione strana di due pensieri in un pensiero.
Era amata! Amava!
Si spogliò rapidamente, dimentica di tutto e di tutti; del
padre terribile, della sua buona mamma, dell’Ida che fra poche ore sarebbe
desta, chiedendo le sue cure. L'assorbimento amoroso si manifestava con tutta
la sua potenza. Dio e Orlandi.
In letto, cogli occhi sbarrati, il corpo immobile, colla
lettera stretta sul seno, ella ripensò parola per parola, carezza per carezza,
tutta la scena della sera.
Ed era felice.
Di dormire, nemmeno la piú lontana probabilità; potendo, non
avrebbe voluto, per non staccarsi dall'immagine diletta.
Si rammaricava un po’ di non aver saputo parlare, di non
aver chieste maggiori spiegazioni, di non avergli fatto promettere che
l’avrebbe amata sempre. Le
dispiaceva soprattutto di non avergli domandato il suo nome.
Come si chiamava Orlandi? Nella firma della lettera prima
del casato c'era l'iniziale E. Forse Edmondo, come quell’amico di suo fratello?
Forse Enrico? Edoardo sarebbe pur stato carino, o Edgardo ed anche Eugenio.
Baciò la lettera a piú riprese teneramente, parlandole come
a persona, improvvisando canti e poemi, trovando tutte quelle parole che un’ora
prima, alla finestra, aveva inutilmente invocate.
Stava bene dappertutto, nel corpo, nell’anima, nel cuore.
Un’armonia dolcissima correva da’ suoi pensieri alle sue sensazioni; aveva la
piena coscienza della sua gioventù e della sua salute. Era sana ed era felice.
Si abbracciava da sé, colle mani sull’alto delle braccia, sembrandole di avere nelle carni un piacere nuovo; e
dentro, nell’intimo delle fibre, una leggerezza ideale che la trasportava.
Non prese sonno in tutta la notte, ma sognò tra un
dormiveglia delizioso, mormorando nomi d’amore. Aveva spiegata la lettera sul
guanciale e vi posava sopra la faccia, colla bocca in giù, respirandola.
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