|
XIII.
Teresina non faceva altro che pensare a Orlandi; ma sempre, giorno e notte, senza posa, con un
sacrificio completo di tutti gli altri affetti; e non ne provava alcun rimorso.
Le sembrava al
contrario di aver trovata la sua vera strada, l’unico perché dell'esistenza.
Che erano gli altri amori divisi, incompleti, al confronto di questo amore che
la prendeva tutta, anima e corpo?
Perché ella amava molto sua madre, ma non aveva mai passate
le notti a sognare di lei? amava molto la piccola sorellina, ma non fremeva al
ricordo delle sue carezze? Che c’era di nuovo, di diverso, nell’amore per
Orlandi, per questo straniero che aveva soppiantato in pochi giorni l’anzianità
degli altri affetti?
Non aveva mai dimenticate le profonde emozioni avute dal
dramma Rigoletto; ma le comprendeva meglio ancora, comprendeva l’amore
terribile che conduce alla morte. Né questa comprensione la rendeva mesta;
all’alba felice dell’amore ella non poteva avere che pensieri rosei.
Cantava pateticamente “Tutte le feste al tempio” con un
accento di donna iniziata ai misteri della passione, ma col volto ilare di chi
si sente amato, e non teme insidie.
In realtà la sua vita si era arricchita di una sorgente
inesauribile di gioie. Quando sedeva nel vano della finestra, occupata per ore
intere a rattoppare, chi poteva impedire alla sua fantasia di rinnovare cento
volte, mille volte, fino a sazietà completa il suo colloquio con Orlandi?
Ed ora sì, Luzzi poteva passare impunemente, guardando le
finestre della Portalupi; ella sorrideva.
Sorrise anche una mattina, che passò il professore
Luminelli, dimenando le braccia.
Come tutti erano brutti al confronto di Orlandi! E le sembrava che ognuno dovesse accorgersi della somma
ventura che le era toccata; le veniva molte volte la voglia di gridare: oh,
badate, Orlandi mi ama.
Nello stesso tempo aveva delle prudenze da serpente per non
tradire il suo segreto. Una o due volte al giorno si chiudeva in camera per
leggere e per baciare la lettera; e poi usciva serena, con un’aria di sfida
all’universo.
Si trovava ingrandita, prendendo di se stessa un concetto
meno umile; se Orlandi l’amava, e l’aveva scelta in mezzo a tante ragazze, vuol
dire che non era proprio quel nulla che aveva sempre
creduto. La vanità non poteva germogliare nel suo cuore squisitamente amoroso,
ma una ingenua soddisfazione le faceva brillare sul volto la bellezza propria
delle persone felici.
Il suo sorriso, che era sempre
stato grazioso, scintillava; le pupille avevano sguardi piú vivi, piú sicuri.
Nelle movenze del busto, nei rapidi sollevamenti del petto, la donna si
rivelava attraverso le rigidità della vergine.
Pensando qualche momento al pessimismo della pretora
riguardo agli uomini ed all’amore, Teresina concludeva che la povera donna non
doveva essere stata amata mai. S’ella avesse veduto una sola volta gli occhi di
Orlandi, come li aveva veduti lei, fissi, parlanti, umidi di un ardore
represso; se avesse udito quella voce appassionata; se le sue mani avessero
sentito quella stretta che penetra fin nel midollo delle ossa e che non si
dimentica piú, forse non direbbe tanto male degli uomini.
Esistono certamente uomini malvagi, ma nello sguardo
limpido d’Orlandi nessuna malvagità poteva nascondersi.
Da pochi giorni appunto, vigilando al mattino il passaggio
del procaccio, ella aveva ricevuta una lettera; una vera lettera d’amore questa
volta, con parole brucianti, con frasi che le davano le vertigini. Era tutto un
mondo che si schiudeva all'anima sua ed a’ suoi sensi.
Per quanto e l’indole e l’educazione e la vita avessero
fatto di lei una fanciulla affatto prosaica, sotto la vampa del novissimo
affetto, scaturivano dalla sua immaginazione idee da poeta.
Alla sera, quando tra il ronzio monotono delle bambine, i
lamenti della madre, la lentezza delle ore sul quadrante dell'orologio, ella si
sentiva opprimere spinta da desideri, da aspirazioni pazze, usciva nel cortile
e se ne stava per dieci, per quindici minuti in estasi gustando
quell’isolamento che le permetteva di dedicarsi tutta a lui. Né freddo, né
vento, né brina la preoccupavano; metteva i piedi nella sabbia umida dei viali,
abbandonava i capelli alla rugiada della notte, cogli occhi rivolti al cielo,
cercando nelle miriadi delle stelle una combinazione che formasse la lettera E.
E quando quella lettera a caratteri ardenti si disegnava
nell'immenso azzurro, le saliva dal cuore un’onda commossa, quasi una promessa,
una profezia, un segno indelebile della grandezza del suo amore.
Ora sapeva il nome dell'Orlandi — Egidio. Non era nessuno
di quelli immaginati prima, neanche un nome noto; non conosceva nessuno con
quel nome, non poteva nemmeno dire che fosse un bel nome; eppure, dopo averlo
pronunciato una dozzina di volte, pensando a Orlandi, le parve il piú dolce
nome della terra.
Né solamente colle stelle ella componeva quel nome. Nelle
ore in cui, Cenerentola solitaria, era obbligata a starsene in cucina, ritta
accanto al fuoco, lo tracciava con un fuscello, nella cenere.
Nel rovescio delle imposte, negli angoli oscuri delle
muraglie, sul margine del calendario, dappertutto dove una matita poteva
giungere, le E si succedevano accarezzate, prolungate in svolazzi.
Sull’uscio della sua camera, accanto al suo letto, dove
nessuno poteva vederla, un’E maiuscola era intrecciata ad un T — ed ogni sera,
prima di coricarsi, Teresina baciava quel monogramma come avrebbe baciata
un’immagine benedetta.
Tutte le sue azioni restavano involontariamente sottoposte
al pensiero dominante. Si muoveva, parlava, come se Orlandi la vedesse.
Talvolta sorrideva nel vuoto, coll’allucinazione del caro volto davanti agli
occhi. Prendeva l’abitudine di interrogarlo, di chiedergli il suo parere.
L’illusione era così viva che alcune sere, mentre si spogliava, gettava un
grido di spavento, sembrandole che
Orlandi fosse lì.
In qualunque luogo e in qualunque ora il giovane le fosse
apparso, non poteva sorprenderla, perché ella lo aveva sempre
con sé; si meravigliava anzi di non vederlo comparire alle sue potenti
invocazioni.
Si scrivevano spesso. Queste lettere oramai formavano un
piccolo volume che ella non riusciva piú a nascondere in seno. Dopo lunghi
dibattimenti e ricerche penose, Teresina decise di cucire la sua corrispondenza
nella federa del materasso; ma spesso ancora scuciva per rileggerla, e tutte le
notti, coricandosi, trovava modo di mettersi a giacere proprio sul suo tesoro.
Rispondere a codeste lettere non era un piccolo pensiero.
Ella si sapeva illetterata, ignorante d’ogni artifizio di
stile, e temeva di fare cattiva figura; si limitava quindi alla coniugazione
del verbo amare in tutti i tempi.
La sua maggiore gioia consisteva nello scrivere: “Mio
dilettissimo Egidio” in alto — e sotto: “fedele Teresina”.
La vigilia di Natale venne Carlo a passare le feste in
famiglia.
Carlino aveva veduto Orlandi, gli aveva stretta la mano,
qualche cosa di lui doveva essergli rimasto; Teresina lo circuiva con astuzia,
con finezza, invidiandogli la somma felicità di vedere Orlandi tutti i giorni.
Usava stratagemmi ingegnosi per indurlo a parlare
dell’amico.
— Come è graziosa quella cravatta! Ne aveva una simile...
non so piú chi... Oh! ma precisa. Chi mai l’aveva?
— Orlandi.
E un’altra volta:
— I tuoi amici sono ancora Franceschino, Edmondo?
— Sì.
— Non ne hai altri?... delle classi superiori...
dell’università?
— Orlandi. Egli è mio amico piú che mai.
Teresina gioiva.
La mattina di Natale, intanto che la mamma e le ragazze
finivano di approntarsi per la messa, Teresina già vestita, col suo abito nuovo
di lana, col cappellino di feltro grigio, si metteva i guanti ai piedi della
scala.
Carlino zufolava sotto il portico.
— Senti Carlino.
— ?
— Ti ricordi una certa fotografia che mi hai mostrata
quest’autunno, una donna... così, col braccio stretto alla vita... vestita di
bianco?
— Uhum!
— L’avevi nella valigia... ti sembrava
molto bella...
— Ebbene?
Teresina stringeva i denti, facendo forza per allacciare il
suo guanto, colla testa chinata.
— Dovresti mostrarmela ancora.
— Adesso?
— No, non adesso, quando vuoi.
— Non l'ho piú. Devo averla resa all'Orlandi.
— A Orlandi?
— Sì, era sua.
Il bottone saltò via, con un colpo netto, e la fanciulla
poté far credere che l'improvvisa contrazione del suo volto dipendesse da quel
contrattempo.
Si era ripromessa una bella mattinata in chiesa, col suo
abito nuovo, il cappellino che le stava tanto bene, ma tutto rimase guastato.
Si sentiva profondamente infelice.
Nella navata a destra, la giovane signora Luzzi, sposa da
quindici giorni, tutta pallida, affettando un’aria vaporosa, sfoggiava
bellissimi diamanti e trine vecchie di Chantilly, cagionando molte distrazioni
e peccati d’invidia.
L’abito di Teresina non venne nemmeno guardato; ma non era
per ciò che la fanciulla si crucciava. Ella pensava a quel ritratto di donna.
Le tre messe le parvero sei. Smaniava di trovarsi sola, di
strapparsi di dosso tutte quelle vesti inutili, di buttarsi col capo in giù sul
suo lettuccio e di piangere.
In quella folla che la circondava, tutti i volti le sembravano nemici; la musica dell’organo le metteva
addosso una tristezza da campana funebre. Ma perché si mostrava così lieta la
vecchia Tisbe, tutta arzilla sotto una cuffietta nuova? Perché era sempre così rubiconda, quasi lucida come una mela,
la grossa serva di Monsignore? E la moglie del sindaco, calma, serena, assorta
nel suo libro di preghiere? E le due sorelle Portalupi, ricevendo il riflesso
dell’eleganza della sorella, vestite anch’esse con un abito nuovo, nella
aspettativa fiduciosa di un principe? Tutta questa gente non amava, non era
gelosa; tutti si godevano in pace la solennità del Natale.
Guardò ancora la sposina Luzzi. Che irradiamento! Lei era
felice.
Anche quel tormento finì; uscirono di chiesa, le gemelle
davanti, Teresina dietro colla mamma.
Sulla piazzetta Carlino le aspettava, ma insieme a Carlino
c’era Orlandi. Teresina non voleva credere a’ suoi occhi; arrossì, poi divenne
pallida, poi tornò ad arrossire.
I due giovanotti si accostarono. Orlandi ancora piú bello
del solito, spigliato, ridente, collo sguardo che raggiava, con un abbandono
sicuro in tutte le movenze.
— Il Natale qui? — gli domandò la signora Soave.
Orlandi rispose, guardando Teresina alla sfuggita:
— Sono venuto a trovare la zia; riparto fra un’ora. Non
volevo passare questo giorno senza vederla.
Teresina capì; si appropriò sguardo, parole e intenzione.
Avrebbe voluto ringraziarlo lì sul sagrato, sotto quel bel sole d'inverno, in
mezzo a tutta quella gente che un momento prima le sembrava
nemica.
Sollevò gli occhi lentamente, turbata, giuliva, volendo
mostrargli la sua riconoscenza, e pur compresa della necessità di non tradirsi.
Egli le accompagnò fino alla porta di casa, stringendo la
mano a tutte; stringendola a Teresina in modo particolare, quasi a confermarle
che era venuto per lei sola.
La fanciulla era in estasi; scomparsa la malinconia;
scomparso il dispetto. Rise, cantò, fece due o tre volte il giro della propria
camera ballando; si guardò nello specchio con somma compiacenza, con una gioia
trionfante.
Scelse nel cassettone due nastri che le gemelle
vagheggiavano da qualche tempo, e gliene fece dono.
Condusse l’Ida a spasso per il giardino, giuocando con lei,
abbracciandola tutti i momenti con certi baci caldi, furiosi...
— Torna in casa, Teresina, piglierai freddo.
Forse che faceva freddo? Teresina ubbidì e tornò a casa; ma
salita di nuovo nella sua camera spalancò i vetri, cedendo a un bisogno d’aria,
di luce, di moto.
A tavola si parlò di Orlandi. Il signor Caccia disse che era
un capo-scarico, che dava cattivi esempi
a Carlino, che s’era già mangiato parecchie volte i denari della laurea, e che
non riuscirebbe mai a nulla di buono.
Carlino difese l'amico. Assicurò sopra tutto che Orlandi
metteva giudizio, e che alla fine dell’anno si sarebbe laureato immancabilmente.
La prima parte del discorso aveva ripiombata Teresina ne’
suoi crucci, ma le spiegazioni date dal fratello la rassicurarono.
Anche a lei Orlandi aveva scritto che quell’anno piglierebbe
la laurea, e dopo si sposerebbero.
Nella sera stessa, prima di coricarsi, preparò una lettera.
Teneva sotto il letto uno scodellino coll’inchiostro, per non destare sospetti
a portarsi il calamaio in camera; la carta la pigliava nello studio del babbo;
carta azzurrina, quadrettata, a fogli larghi come pezzuole; il giorno poi in
cui arrivasse a possedere qualche lira, si sarebbe data il lusso dei piccoli
fogliettini inglesi, come li adoperava lui.
Scrisse: che era felice della bella improvvisata, che per
quella aveva passato il piú gaio Natale della sua vita, e tante altre cosine
graziose, come le sanno dire e scrivere le fanciulle innamorate. Ma siccome le
bruciava sempre in fondo al cuore la
gelosia della bella donna fotografata, dopo tre pagine di tenerezza si decise a
battere un po’ quel terreno pericoloso. Non poteva tenersi il dubbio; era
troppo atroce. Voleva sapere da lui la verità.
Sottoscrisse come il solito, “fedele Teresina”. Ella era ben
sicura di restargli fedele, sempre,
fino alla vecchiaia, fino alla morte. Campando la media comune, aveva davanti a
sé trent’anni ancora per amare Orlandi; e si rallegrava pensando come sono
lunghi trent’anni.
Tre giorni dopo riceveva in risposta un letterone, con
francobollo doppio, contenente la fotografia della bella, stracciata in pezzi.
A questa nuova vittoria la felicità di Teresina non ebbe piú limiti.
Un lieve fumo d’orgoglio si mischiò alla schietta sensazione
del suo amore, si sentì potente, divenne audace.
Scrisse ancora: che desiderava vederlo, parlargli,
chiedergli cento cose, persuadersi che egli l’amava veramente, udirlo ripetere
dalla sua bocca.
Il giovane venne. Si diedero un convegno come il primo, alla
finestra, di notte, e fu piú lungo del primo, inebbriante; Teresina non aveva
piú paura.
Delle cento cose che voleva chiedergli, non glie ne chiese
alcuna; una sola fu detta e ripetuta d’ambe le parti senza varianti, con un
crescendo d’ardore; e la ridissero nel separarsi, e se la giurarono coll’anima
sulle labbra.
Nulla ormai sembrava
impossibile a Teresina; con l’amore di Orlandi l’avvenire era suo.
Di quindici in quindici giorni lo studente capitava a farle
un’improvvisata. Ella cuciva, accanto alla finestra, e lo vedeva a un tratto
comparire, rallentando il passo per potersi scambiare almeno un’occhiata. Che
emozioni erano quelle!
Quando tornò la primavera, e Teresina poté lavorare coi
vetri aperti, il suo cuore era sempre
nella via, spiando il passo d’Orlandi.
Egli passava, rasente il muro, mormorandole una dolce
parola; ella lasciava cadere l’ago, oppressa da un turbamento delizioso.
Solamente i loro sguardi si incontravano in un abbraccio immateriale, eppure
tutte le fibre della fanciulla trasalivano, come al tocco di una fiamma.
Nell’abitudine perdeva la prudenza. Oramai non guardava piú
se la via era deserta, quand’ella vi si affacciava per salutare il suo amante;
non si accorgeva che vi fossero alcune teste curiose dietro le gelosie. Aveva
dell’amore tutte le fedi e tutti gli ardimenti.
Un dopo pranzo del mese di giugno, la pretora indusse Teresa
a fare una passeggiata sull’argine; presero insieme anche Ida, e così,
chetamente, s’avviarono dalla parte dei boschi, dove la riva è quasi deserta.
Faceva un magnifico tramonto, uno di quei tramonti porpora
che si vedono sul Po, dove pare che un incendio arda dietro la linea verde dei
pioppi.
La bimba si pose subito a cercare i sassolini e le erbe,
saltellando libera nell’aperta campagna. Le due amiche venivano dietro
silenziose.
Erano proprio amiche, ora; da quando Teresina aveva compiuto
i vent’anni, la pretora aveva voluto che le desse del tu. Venivano dietro
silenziose; la pretora preoccupata, Teresa nell’estasi dei suoi sogni,
guardando la riva opposta del fiume.
Bruscamente, com’era suo costume, la pretora disse:
— Guardi verso Parma, dove c’è Orlandi?
La fanciulla arrossì tutta, impreparata alla lotta.
— Non negare, sai, è inutile. Il tuo è il segreto di
Pulcinella.
— Come?...
— Come avviene sempre
di questa sorta di segreti.
Teresina raccontò ogni cosa; poiché custodir un segreto
amoroso è una voluttà, ma farne la confidenza ad un’amica è voluttà maggiore.
Accesa in volto, con una sovrabbondanza di gesti e di
parole, ella tentò di far capire come Orlandi l’amava; ma la pretora
l’ascoltava senza molta emozione, tacendo.
— Vedi se l’ho trovato l'amore ardente e puro? Esiste!
La pretora continuava a tacere, camminando a testa bassa,
coll'aria di persona che medita.
— Ebbene, non credi?
— Che cosa?
— Che Egidio mi ami.
— Oh! sì... lo credo.
— E allora perché fai quella ciera scura?
— Perché... non saprei, ma non sono d’opinione ch’egli possa
renderti felice.
— Non è un buon giovane?
— Te lo accordo.
— Hai visto, quando ci fu l’innondazione, come si prestò
senza compenso alcuno, con rischio della vita? Tutti allora parlavano di lui
come di un eroe.
— È vero
— Ha ingegno.
— Senza discussione.
— È simpatico, bello...
— E questi sono, non v’ha dubbio, i suoi meriti piú
evidenti.
— Se poi lo conoscessi, nell’intimità, quant’è caro...
— Anche di ciò sono persuasa. Ma è una testa calda, capisci?
piena di grilli, con poca tenacità di propositi, con nessuna voglia di
lavorare...
— Sembri mio padre! — esclamò Teresina con dispetto. — Come
se tutti al mondo dovessero essere posati, seri e noiosi per riuscire a qualche
cosa di buono.
— È un fatto — continuò la pretora — che da tre anni si
mangia regolarmente i denari della laurea.
— Ma quest'anno no. Me lo ha promesso.
— Voglio ammettere. E dopo?
— Dopo ci sposiamo.
— Così?
La ragazza mostrò di non comprendere.
— Non può esercitare l'avvocatura prima di averne fatta la
pratica.
— La farà.
— Altri due anni.
— Pazienza.
— Egli di casa sua non è ricco...
— Insomma finiscila. Io l'amo.
Dopo questa interruzione violenta, la fanciulla pianse un
poco, stringendosi al braccio dell’amica, ripetendole che adorava Egidio, che
non avrebbe potuto vivere senza di lui.
La pretora si intenerì; ricordò anche lei i suoi primi
amori, le belle illusioni de’ suoi vent’anni.
— Infine — mormorò — posso ingannarmi. Orlandi non è
cattivo; se ti ama veramente, saprà compiere il miracolo.
— Mi ama!
Così gridò Teresina infiammata d’entusiasmo, colle braccia
tese verso la riva destra del Po, dove il sole tramontando accendeva i boschi.
|