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XIV.
La grande novità fra gli studenti, quell'anno, era la laurea
d’Orlandi; una laurea splendida, vinta a furia d’audacia, come un assalto alla
baionetta.
Che cosa aveva potuto indurre quello studente così poco
studioso ad abbandonare una vita che sembrava
oramai entrata nelle sue abitudini?
Si susurrava misteriosamente, a Parma, di un amore segreto. Al
di qua del fiume, il mistero si diradava di giorno in giorno: non era nemmeno
piú un mistero. Tutti avevano veduto Orlandi nella via di San Francesco, e ne
indovinavano il perché. Le ragazze non potevano darsi pace a pensare come mai
il piú bel giovane dei dintorni si perdesse con quella Caccia, la quale non era
né bella, né appariscente.
E la guardavano con curiosità invidiosa, quando usciva dalla
messa, facendola passare dalla testa ai piedi, commentandola sarcasticamente, a
parole brevi, acute, saettanti.
— È però simpatica — disse una volta Luzzi rispondendo alle
sue cognatine.
— Simpatica! — esclamò l'ultima delle Portalupi — ecco una
parola inventata per contentino delle donne che non hanno nessuna bellezza.
In casa non si sapeva ancor nulla, ma la pretora continuava
a ricevere le confidenze di Teresina.
— Quando fa conto di sposarti?
— Appena finita la pratica.
— Dove pratica?
— Dal primo avvocato di Parma, il Sandri.
— Tua madre non s’è accorta di nulla?
— Non credo.
— Diglielo.
Ma questo era uno scoglio. Teresina non sapeva da che parte
rifarsi; preferiva aspettare in silenzio la domanda formale.
Tutto un anno passò, tranquillo in apparenza, agitato per
Teresina che divideva i suoi giorni in due categorie ben distinte; quelli in
cui aveva notizie di Orlandi, e quelli che scorrevano senza notizie.
Ogni mattina si levava pensando: avrò lettera quest’oggi? E
che pene, quanti artifizi, che lungo esercizio di ipocrisia per trovarsi sempre pronta alla finestra, quando passava il
procaccio. Erano diventati amici; egli la salutava toccandosi il berretto, con
un sorriso indulgente di persona pratica, di buon uomo senza malizia; lei
diceva grazie, in fretta, lanciandogli un’occhiata riconoscente. E poi correva
a nascondersi col suo tesoro.
Ma spesse volte il procaccio non aveva nulla per Teresina;
passava dall’altra parte della via, ammiccando, con un cenno impercettibile del
capo.
Era sempre un
gran dolore, uno sgomento come se le mancasse la terra sotto i piedi; lo seguiva
collo sguardo, allora, sembrandole
impossibile che in mezzo a tutte quelle lettere non ve ne fosse una per lei. Di
chi erano quelle lettere? Chi scriveva? Chi riceveva? Forse era accaduto uno
sbaglio. La lettera di Orlandi giaceva in fondo alla sacchetta, dimenticata;
forse peggio, il procaccio l'aveva recapitata per errore a qualcun altro.
Quando questo dubbio si impadroniva di Teresina, era come se
avesse la febbre. Non vedeva, non capiva piú niente. Passava l’ora della
colazione, quella di pettinarsi, di vestirsi, di lavorare; passavano tutte le
ore, lente, orribili. Teresina stava male; il cuore le doleva da scoppiare,
oppure rallentava le pulsazioni, come se dovesse mancarle la vita ad un tratto.
E dissimulava sempre,
impassibile, girando per la casa come un automa, finché verso le quattro il
procaccio tornava a passare colla seconda distribuzione; Teresina, che lo aveva
aspettato tutto il giorno, lo chiamava, ansiosa, volendo assicurarsi che non
avesse portata altrove la lettera di Orlandi. No, egli giurava che la lettera
non v’era. Il cuore di Teresina sembrava
sollevarsi un poco a questa dichiarazione; cessava il timore, ma una malinconia
sottile vi subentrava, un senso di isolamento, d’abbandono, come se il mondo si
sfasciasse intorno a lei, ed ogni cosa viva allontanandosi, ella rimanesse sola
in un gran buio freddo.
Due o tre volte, si erano trovati alle undici di sera, al
solito convegno; e poiché il loro amore toccava l'apogeo dell’ebbrezza ideale,
quegli incontri erano pieni di soavità, pieni d’illusione.
Orlandi aveva quella tenerezza delicata dell’uomo
sinceramente innamorato, che nasconde gli artigli non per ipocrisia, ma per un
trasporto momentaneo dell’anima sul corpo. Teresina aveva l’abbandono fidente
della donna che non provò ancora i disinganni.
Varcavano entrambi il periodo piú bello della passione, la
zona fulgida senza macchie. Lui non aveva detto tutto, lei ignorava molto; e,
fra queste due lacune, l’immaginazione si stendeva all’infinito.
Attraverso la inferriata che li separava, essi cercavano i
maggiori punti di contatto, involontariamente, spinti da una irresistibile
attrazione; ed era la fanciulla che, nella sua ignoranza, si offriva; era lei
che avvicinava il volto, che tendeva le labbra, senza rossore, senza paura;
meravigliata che il giovane si ritraesse in certi momenti, e sembrasse freddo, proprio quand’ella lo stringeva
piú ardentemente.
La natura, nella sua violenza e nella sua purezza, parlava
a Teresina, ed ella accoglieva il piú sacro degli istinti, non deturpato da alcun
pensiero cattivo. Era buona, era candida, amava; amava quel giovane che doveva
essere suo marito; e, come metteva i suoi trasporti a’ piedi di Dio nelle sue
fervide preghiere, così non li celava a lui, ignorando le imposture della
modestia, le reticenze della civetteria.
Da quei colloqui ella usciva con un ricordo di felicità,
che bastava a renderla felice per parecchi giorni di seguito. La sua gioia non
aveva ombre. Non dubbi sulla fedeltà di Egidio ch’ella sentiva tutto suo, non
ansie per l’avvenire. Unica pena, la lontananza. Ma anche questa era
temporanea. Otto, dieci mesi ancora, poi Orlandi l’avrebbe chiesta in isposa, e
allora tutte le porte si sarebbero aperte al fidanzato.
Non poteva soffermarsi a lungo su questo pensiero, tanto la
prospettiva era abbagliante. Moglie di Orlandi, col suo nome, col diritto di
amarlo, colla sicurezza di essere amata, e per sempre!
Ella portava nell’amore l'esaltazione fatidica dei santi
per la loro fede; si sentiva chiamata, guidata da una mano invisibile. Accordi
celesti risuonavano dietro di lei; sognava la sua unione con Egidio, come le
vergini, chiuse nei chiostri, sognano di unirsi al Signore, misticamente,
nell’elevamento dell'anima che assorbe la materia, e la trascina; arse dal
bisogno di trasfondersi, arse dallo struggimento femminile che le spinge tutte,
religiose ed amanti, a donarsi sopra un altare; a farsi schiave dell’uomo o
schiave di Dio.
Questo profondo desiderio delle catene che tormenta le belle
anime di donna, ha in sé una voluttà straordinaria; esse attingono nella
debolezza quelle gioie medesime che vengono all'uomo dalla forza, e trovano nel
cedere una ebbrezza ancor maggiore che gli altri non trovino nel conquistare.
Un altro sentimento, germogliato dall’amore, Teresina lo
provava in una specie di rispetto nuovo per la propria persona. Si lavava con
saponi odorosi, curava le mani con una attenzione minuta, accorgendosi per la
prima volta di avere delle belle manine, volendo renderle ancor piú belle, piú
morbide ai baci.
— Non capisco, — diceva la signora Soave — spariscono i
limoni dalla dispensa come fossero panetti.
E le gemelle, ad una voce:
— Teresina li adopera tutti per le sue unghie.
Nel suo innocente desiderio di piacere, diventava
raffinata. Non toccava né aglio, né cipolle, i giorni in cui sapeva di dover
parlare con Egidio; oppure, temendo di portar con sé qualche odore di cucina,
coglieva delle foglie di geranio, e se le metteva in petto. Non si trovava mai
pulita abbastanza; avrebbe voluto olezzare come un fiore, per lui.
La maggiore delle Portalupi si faceva sposa, non col
sottoprefetto, con un impiegatuccio di Cremona. Le orfanelle cucivano il
corredo, e Teresina, che conosceva la direttrice del pio ospizio, andò un
giorno a vederlo insieme alla pretora.
La sola parola “nozze” le faceva battere il cuore. Si
sentiva trascinata con una curiosità ardente verso quel corredo che le orfane
eseguivano sopra modelli fatti venire appositamente da Milano. Le povere
ragazze, un po’ stupide, molte ignoranti, tutte brutte, spiegavano la
biancheria, mostrando i ricami di una pazienza inaudita.
La direttrice, vecchia zitella, coi peli sul mento, colla
faccia indurita nell’ascetismo, toccava colle sue mani scarne la batista
pieghevole, passando il lembo del grembiale sotto i trafori, per dar loro
maggior risalto.
— Questa ghirlandina di viole — disse la pretora.
— E questo punto di Venezia — soggiunse Teresina, indicando
una camicia, la cui metà superiore era tutta di trine trasparenti.
La direttrice la spiegò interamente, volendo mostrare la
diligenza delle sue allieve. In fondo alla camicia, dopo l’orlo, correva una
gala di trine arricciate, di una leggerezza ideale.
Teresina interrogò cogli occhi la sua amica.
— Sono bizzarrie... sai, in alcune circostanze.
La direttrice, rigida, non comprendendo nulla all’infuori
del lavoro, teneva la camicia alta, spiegata come una bandiera. Intorno a lei,
le orfane cogli occhi imbambolati, le bocche aperte, guardavano in silenzio.
— E tutte le camicie senza maniche? — esclamò Teresina.
— Oh! — fece la direttrice con accento pudibondo — quelle
per la notte no.
— Quelle non si portano — mormorò la pretora.
— Che dici? — sussurrò Teresina a bassa voce, sgranando gli
occhi.
— Dico che quelle orribili camicie alte fino alle orecchie,
colle maniche lunghe, tutte a pieghe sul petto, coi manichini ed il collo
rivoltati, grazie a Dio, rimangono sempre
come mostra nei corredi. In pratica servono meglio le altre.
La direttrice si morse le labbra, dura e corretta,
prendendo un pacco di fazzoletti bianchi, e poi un altro a colori assortiti;
crema, roseo, azzurrino, lilla pallido. Tutte quelle tinte giovanili, messe
insieme, sembravano un mazzo di
fiori, e rallegravano la bianchezza uniforme della tela, ricomparendo nei
nastri delle cuffiette, negli sbuffi delle camiciuole da mattina.
La fanciulla osservava tutto minutamente, colla testa
bassa, attenta, volendo ritenere i disegni dei ricami, per copiarli, pensando
con un po’ di rammarico che ella non avrebbe mai tutte quelle meraviglie.
— Abbiamo anche un corredo da bambini già pronto;
desiderano vederlo?
— Di chi è?
— Della signora Luzzi.
— Oh! la sorella.
— Appunto.
— È dunque vero?... Si è fatta aspettare alquanto, eh?
La direttrice non rispose. Ella non aveva l'obbligo di
conoscere queste cose.
La pretora diede un’occhiata superficiale al corredino. Ne
erano già passati tanti per le sue mani! ed alla fanciulla che lo andava
esaminando disse:
— Per questo hai tempo.
Teresina arrossì.
— Ne facciamo dei piú semplici
all’occorrenza, — soggiunse la direttrice, la quale seguiva il filo delle sue
idee, impassibile — e prendiamo tutto dalle nostre clienti, la tela, i
merletti...
— Bene, bene.
— Si fa per queste povere ragazze che non hanno né padre né
madre.
Teresina guardò le orfane schierate in fila, e le parvero
tutte così brutte che ne provò una compassione grandissima. Certo, nessuna fra
esse avrebbe conosciuto l’amore; e, senza amore, a che cosa si riduce la vita
di una donna?
— Poverine!
La direttrice, credendo quella parola pietosa fosse diretta
alla povertà delle sue allieve, si affrettò a soggiungere:
— Qui però stanno bene; il cibo è sano, il lavoro non
eccessivo. Quando escono, se hanno imparata un’arte, è tutto vantaggio loro.
La pretora approvò in silenzio, col capo.
Teresina non era convinta di quella fortuna. Pensava ad
Egidio, a’ suoi sguardi di fuoco, alla stretta appassionata delle sue mani. A
poco a poco si staccò dall’ambiente in cui si trovava. La sua amica parlava, in
piedi, colla direttrice, ed ella, interrogata, diceva: “sì, no, bello”:
sorridendo o crollando il capo, come una macchina, senza capire.
Dentro a lei, intorno a lei, un’onda di pensieri la cingeva
al pari di una nube, isolandola. Erano frasi tronche, un moto delle labbra, un
guizzo, un silenzio, un sospiro... L'ultima volta che si erano trovati insieme,
egli aveva detto “le mie manine” baciandole; e, ripensando a quella sera,
Teresina ripeteva “le mie manine” cogli occhi socchiusi, le braccia lente,
stringendosi da se stessa la mano.
Si scosse quando la direttrice la salutò, ed a quel saluto
fecero eco le orfanelle, in coro.
Ma fuori, nell’ampiezza delle vie deserte, nel
verdeggiamento degli alberi, sotto il cielo digradante in pallori da opale, la
seguì quell’onda dolcemente incalzante, quell’assorbimento in un pensiero unico
che tiranneggiava tutti gli altri.
Alla sera, intanto che si stava spogliando, rivide la
fantasmagoria delle trine, della batista ricamata, dei nastri cerulei e color
di rosa. Sospirò lievemente, con un’ombra di malinconia sulla fronte, e provò
ad arrotolare le maniche della sua camicia, in alto sulle spalle, per giudicare
l'effetto delle camicie senza manica. Concluse ch’ella non avrebbe mai osato
portarle; ma si pose a letto turbata, assalita da tentazioni che la tennero desta
per molto tempo.
Aveva ventidue anni, si trovava nel pieno rigoglio della
giovinezza; pura, non insensibile.
Il mistero della vita incominciava a farsi strada nel suo
cervello; ma non avendo ancora avuta una rivelazione brutale, il fatto restava sempre soggetto all’idea. Sentiva, non sapeva; e
queste sue sensazioni tentava nascondere come una colpa, appunto perché
ignorava che fossero le sensazioni di tutto il mondo.
Non le passava neppure per la mente che sua madre avesse
potuto amare così, neanche la sua amica, né alcuna delle persone di sua
conoscenza. A tutti costoro, che amava da anni, cui era legata per vincoli
d’abitudine e di confidenza, non avrebbe palesato uno solo de’ suoi ardori.
Un pensiero che l’assaliva ogni sera, nella solitudine del
suo lettuccio, nella infinita dolcezza del buio, era questo: Che cosa avrebbe
fatto Egidio appena si fossero sposati? subito, il primo momento? Ella non
dubitava punto che l’avrebbe abbracciata. Aveva letto qua e là, di amplessi
amorosi, ricordava certe frasi, certi lembi di conversazione e le sembrava che l’abbraccio, senza l'inferriata di
mezzo, dovesse essere la maggior delizia dell’amore. Chiudeva gli occhi, e si
sentiva scorrere un brivido per tutto il corpo.
Però, se il curato di San Francesco tuonava qualche volta
contro le passioni peccaminose, se nel suo libro da messa leggeva gli anatemi
scagliati contro la carne, era assalita dagli scrupoli. Si credeva allora una
grande colpevole, e arrossiva nel suo lettuccio, al buio, raggomitolandosi
tutta nella camicia con un pudore bizzarro.
Un altro pudore strano, inesplicabile, le era venuto ne’
suoi rapporti col fratello.
Aspettava le visite di Carlino con ansia grandissima, per
avere notizie di Orlandi, per sentirne parlare; ma non correva piú a’ suoi
baci; non cercava le sue carezze; non gli si metteva vicino vicino, come una
volta, per fiutare l’odore del sigaro o per sfiorargli la barba nascente. Se
egli la prendeva per la vita, scherzando, si scioglieva come sotto
l'impressione di un malessere, quasi di una ripugnanza fisica.
Si affrettava poi a correggerla con una parola affettuosa,
ma una specie di acredine le restava nel sangue. In una di queste occasioni,
Carlino le disse:
— Come sei selvaggia! Se fai sempre
così non potrai piacere molto agli uomini.
Ella rimase un po’ mortificata, temendo di non avere grazie
sufficienti. Tuttavia sapeva bene che con Egidio non sarebbe stata selvaggia;
al contrario, era sempre tormentata
dal desiderio di accarezzarlo, ed uno de’ suoi piaceri piú intensi, quando
sarebbero maritati, doveva essere quello di abbracciarlo e baciarlo come faceva
coll’Ida.
L’Ida se la prendeva sui ginocchi e, incominciando dai
capelli, le baciava ridendo tutto il volto, fino al mento, fino al collo, fin
dietro nella nuca dove spuntavano i riccioli ribelli. Egidio però non lo poteva
prendere sui ginocchi, e l’idea che si potessero invertire le parti, le procurò
una delle veglie piú agitate.
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