|
XVII.
Il signor Caccia, dopo aver veduto il funerale in
lontananza, se ne tornava a casa rasentando i muri per evitare la neve.
Allo svolto di un canto si trovò faccia a faccia con
Monsignore, il quale illustre personaggio si affrettò a salutare con una
profonda scappellata. Ma con somma meraviglia, l’abate mitrato si fermò sui due
piedi
— Caro signor Caccia, che fortuna poterla incontrare.
— Monsignore, mi confonde; sono io che...
— La famiglia sta bene?
— Benissimo, grazie a Dio.
— E il giovinotto?
— È a Parma, fa l'ultimo anno di legge.
Discorrendo, Monsignore si era avviato per la sua strada e
l’esattore lo seguiva umilmente, tenendo la sinistra, gonfio dell’onore che
riceveva in pubblico.
— La sua signora?
— Così così; sempre
delicata...
— Gran buona donnina! E le figlie?
— Crescono, Monsignore.
Si trovavano davanti alla casa del prelato. Con un gesto
grazioso ed autorevole, Monsignore invitò il signor Caccia ad entrare.
Il cameriere, colla papalina di pelle, li introdusse in un
salotto spazioso, quasi nudo, dove i mobili si perdevano tra un finestrone e
l’altro, sotto i ritratti che presiedevano maestosi nelle loro cornici
affumicate; ritratti di preti ascetici colle guancie infossate, il mento
aguzzo, ritratti di preti floridi, grassi, lucenti, colla pappagorgia cascante
sul collarino; occhietti furbi di auguri che non credono; pupille mansuete di
servi in buona fede; l’intera collezione degli abiti mitrati che avevano
preceduto Monsignore.
— È un po’ fredda questa sala...
L’esattore si arrovellava il cervello per indovinare il
segreto movente del prelato; ma costui non lo lasciò piú oltre in pena e
modulando la voce a un allegretto pieno di disinvoltura, gli chiese di punto in
bianco:
— E sua figlia, la maggiore, quando la maritiamo?
Il signor Caccia, confuso, non seppe lì per lì che cosa
rispondere. Si aspettava tutt’altro. Fu ancora Monsignore che prese la parola:
— Pare un'indiscrezione, ma non è... Creda, carissimo
signore, siamo nella nostra sfera, padri anche noi e l'onore e la felicità
delle nostre figliuole in Cristo ci premono piú che la vita.
— La ringrazio, — disse l'esattore, sbuffante, già tutto
rosso, colle ciglia rialzate, ma facendo pompa della massima dignità — la
felicità di mia figlia è bene collocata fra sua madre e me. Quanto all’onore
nella nostra famiglia...
Non poté proseguire; soffocava. Monsignore, sorridente, con
piglio untuoso, colla piú perfetta padronanza, riprese:
— Guardimi Iddio! Signor Caccia, io ho per la sua famiglia
una considerazione senza limiti. La prego di non fraintendermi. Accade sovente
che le persone direttamente immischiate in un affare, non possono misurarne la
portata e le conseguenze. Mi permette di spiegarmi meglio?
— È quello che desidero.
— Tutto il paese parla della relazione di sua figlia coll’avvocato
Orlandi. Si sa che fino dall’anno scorso Orlandi l'aveva chiesta in moglie ed
Ella glie l’ha rifiutata. Ma perché la tresca continua? Perché ella permette
che la sua buona, la sua brava figliuola sciupi gli anni migliori, il cuore, la
riputazione, ogni affetto gentile dell’animo in un amorazzo vuoto, senza
fondamento per l'avvenire?
Che c’entro io, nevvero? Ella sta per domandarmi, con quale
diritto mi faccio giudice delle quistioni altrui. Ma la religione che noi
professiamo ci fa un dovere delle missioni piú spinose. Posso io vedere un
fratello sull’orlo dell'abisso e non avvertirlo, e non procurare di ritrarnelo,
per la semplice ragione che egli non
mi conosce?
Il signor Caccia si passava il fazzoletto sulla fronte
madida di sudore. Tutti i difetti di quest’uomo, la boria, la dappocaggine,
l’ostinazione burbanzosa, si univano alla sua unica virtù — l'onore — per
rendergli quel momento uno dei piú tristi della sua vita.
Alla fine, facendo uno sforzo sopra se stesso, con piglio
nobile e calmo:
— Mia figlia...
Monsignore lo interruppe subito, fermandogli la mano che si
era stesa quasi in forma di giuramento solenne.
— Non una parola in difesa della fanciulla. Chi non la
conosce? Chi oserebbe gettarle la pietra? La quistione si riduce a un dilemma semplicissimo. O lei acconsente alle nozze e
facciamole piú presto che si può; o non acconsente, e allora nella carità di
prossimo, nel dovere di rettore d’anime, io la supplico di togliere questo
scandalo.
— Per quanto sta in me...
— Se ella crede farò parlare anche al giovane, quando però
non stimi meglio acconsentire...
— Giammai!
Con questo avverbio di negazione, in cui sfogava un po’
della sua collera, l’esattore riprese coraggio. Pronunciando con tanta
risolutezza un “giammai”, si sentiva riabilitato ai propri occhi; gli sembrava un atto pubblico che affermava la sua
autorità di padre di famiglia, una garanzia per la felicità di sua figlia, una
soddisfazione a Monsignore e soprattutto una giusta vendetta contro Orlandi che
egli detestava sempre piú. Ripeté
con grande convinzione:
— Giammai!
— Il mio diritto si arresta a togliere lo scandalo; non sta
in me giudicare se ella abbia torto o ragione opponendosi a queste nozze; però inter
nos, da amico, me ne congratulo. Quell’Orlandi è uno sbrigliatello; si
immischia ora di politica e di giornalismo... cose che non si sa mai dove vanno
a finire.
Il signor Caccia si trovò molto lusingato che Monsignore la
pensasse come lui sul conto di Orlandi. Colpito così nel suo debole, soffocò in
un profondo inchino un rimasuglio di stizza e prese commiato; seguito fin sulla
soglia dai complimenti che l’abate gli recitava con voce morbida e insinuante.
Ma una volta fuori, tolta la suggezione, tolto il fascino
della superiorità, l’esattore sentì ribollirsi di nuovo il sangue. Mai la sua
famiglia era stata occasione di dicerie; mai nel suo alto rispetto del decoro
aveva permesso un atto, una parola sola che potessero offrire un lato debole
alla maldicenza. Nella sua mente limitata, quasi faro conduttore, brillava un
solo ideale: l’onore del nome: ed a questo avrebbe sagrificata ogni altra
considerazione.
Ed ora? Per colpa di Teresina, eccolo involto in una rete
di ciarle disgustose, umilianti. Che direbbe il paese? Al pensiero di quel che
direbbe il paese, il signor Caccia non si contenne piú.
Era ben vero che una ventina d’anni addietro egli non aveva
tenuto gran conto dell’opinione del paese in certe sue faccende particolari,
nelle quali un uomo non scapita mai. Ma una donna? Ah! per le donne la
quistione è differente. Il signor Caccia teneva questa differenza come articolo
di fede. Quando un uomo non ruba, non mente, non tradisce, basta — tutto il
resto gli è permesso. Dalla donna si esige ben altro.
— Corbezzoli, — borbottava stringendosi nel pastrano — sta’
a vedere che non sarò padrone in casa mia! Una sciocca ragazza si permette di
resistermi ed io lascerò che il nostro nome serva di zimbello agli sfaccendati?
Un monello attraversò la strada cantando: “Guarda l’amore
che cosa mi fa far”.
Il signor Caccia si voltò rabbiosamente, come lo avesse
morso una vipera. “Sono queste canzonacce” pensò “che fanno perder la testa
alle ragazze”.
Arrivato a casa non gli fu possibile preparare un discorso;
dovette sfogare subito la sua bile e l'eccesso fu così violento che la signora
Soave svenne. Quand’ebbero adagiata la povera donna sul suo letto, con un
pizzico di camomilla bruciata sullo stomaco, l’esattore presa a parte Teresina,
la investì colle piú terribili minacce.
Le disse che ella era l’obbrobrio della famiglia, il
disonore dei suoi capelli bianchi: che, ostinandosi in quell’amorazzo, gli
avrebbe accorciata la vita; che per causa sua le sorelle innocenti perdevano la
riputazione e tante e tante altre cose da far accapponare la pelle; dette tutte
con accento sincero, con una indignazione veramente sentita; talché la
fanciulla a capo chino, stava come la piú gran colpevole, non osando nemmeno
piangere.
Anch’ella era cresciuta in quel pregiudizio di pudore che
circonda le donne, per cui tutte si vergognano dell’amore, ammettendolo come
astrazione, non mai nella realtà.
Una fanciulla si intenerisce al bacio di Giulietta e di
Romeo, perché è lontano, perché è scritto o dipinto; ma non oserebbe confessare
che il suo amante l’ha baciata ed è pronta a scandalizzarsi se una loquace
amica le confida di avere baciato. Tutto ciò senza ipocrisia, solo per la lotta
continua in cui trovasi fra la natura e la società — la società che le dice
respingi, la natura che le grida accetta.
Teresina sarebbe morta di vergogna, se qualcuno avesse
potuto leggerle nell’anima fino a qual punto amava. Aveva la persuasione di
amare troppo, piú assai che non sia permesso dalla religione e dal pudore
femminile; era questo un gran peccato di cui si accusava a Dio. Udendo le gravi
parole del padre, si trovò perduta senza remissione.
Era come se l’avessero sorpresa nuda; un
vituperio, un’onta incancellabile.
Non disse una parola, non si difese, non pregò. Quando il
padre volle farle giurare di non pensare mai piú ad Orlandi, ella si reclinò
tutta sopra se stessa, qual canna sbattuta a terra, in un completo
annientamento; e la sua risposta si perdette fra i singhiozzi.
Ma poi, le ore, i giorni, le settimane che seguirono quel
terribile momento!
Non osava guardare in faccia suo padre e nemmeno le
sorelle, le quali avevano preso un fare altezzoso di persone cui nulla si può
rimproverare.
Non c’era che la madre, a cui Teresina potesse volgere gli
occhi pieni di lagrime, senza trovare in quelli di lei un rimprovero.
Che lunghi silenzi penosi nel salotto terreno! Che
tormento, ogni giorno rinnovato, quando la famiglia stava riunita a mensa e il
capo di casa, col cipiglio ancor piú grave del solito, presiedeva come un
giudice.
Piú nulla sorrideva a Teresina nel buio salotto: non la
finestra alla quale le era proibito affacciarsi, da cui non doveva piú udire il
passo di Egidio: non l’orologio sul quale aveva contato trepidando le sue ore
felici. Una tristezza senza nome piombava su di lei; ogni oggetto che la circondava,
ogni mobile, tutto portava le impronte del passato. Qui, aveva letto
nascostamente una lettera; là, aveva pensato, pianto, sospirato d’amore. E le
memorie erano recenti, calde ancora.
I rimproveri del padre, le preghiere della mamma, il
pensiero di essere segnata a dito come una svergognata, di non poter piú alzare
la fronte senza rossore, tutto ciò l’aveva impressionata moltissimo. Capiva di
non poter reggere a quella vita, e l’ultima lettera di Orlandi la aiutava nel
proposito di dimenticare.
Ma come il dimenticare era difficile, doloroso, irto di
spine!
Che cosa dimenticare? Le ebbrezze? erano state così vive. Le
ansie? così compensate. I dubbi, le aspettative, i dolori? Ma ognuno di essi
aveva ribadita la catena. Si dimenticano cinque anni della propria esistenza?
Esortata dalla madre, consigliata dall'amica, gli aveva
scritto di non pensare piú a lei; che non erano destinati; che la sua famiglia
non voleva; che non le scrivesse mai piú, né cercasse di rivederla.
Spedita la lettera, le parve un sogno.
Si aspettava da un momento all’altro di vederlo comparire.
Di notte sognava che suo padre acconsentiva alle nozze e che Orlandi, ricco a
milioni, veniva a prenderla, tra lo sbigottimento e la sorpresa di tutti.
Qualche volta, dopo una giornata di tormenti e di noia
indescrivibile, dopo aver pianto in silenzio sulle camicie che cuciva, Teresina
si coricava stanca, nauseata della vita. Invocava il sonno, l’unico bene che le
restasse; sperava nel sonno di trovare l’oblio. Ma al mattino, destandosi, la
prima impressione era quella del suo amore perduto, ed era assalita da tale
disperazione da sembrarle
impossibile la ripresa di una giornata come quella trascorsa.
Eppure la riprendeva, nella monotonia dell’abitudine, nella
inenarrabile monotonia della vita femminile, trascinando di camera in camera la
sua tristezza, meravigliata di trovarsi passiva in tanto dolore.
Che cosa poteva fare? Ribellarsi al padre, far morire di
cruccio quell’angelo della mamma, rompere tutte le tradizioni della famiglia,
mancare ai doveri di figlia ubbidiente e sottomessa?
La schiavitù la cingeva da ogni lato. Affetto,
consuetudine, religione, società, esempi,
ciascuno le imponeva il proprio laccio. Vedeva la felicità e non poteva
raggiungerla. Era libera forse? Una fanciulla non è mai libera, non le si
concede nemmeno la libertà di mostrare le sue sofferenze. Ella doveva fingere
colla madre per amore, col padre per timore, colle sorelle per vergogna.
Peggio quando uscì. La osservavano come una bestia rara,
fermandosi sui due piedi. Tutte quelle che le avevano invidiata la conquista di
Orlandi, se ne vendicavano ridendole in faccia, berteggiandola. Le persone piú
prudenti bisbigliavano sommessamente. Gli uomini la guardavano dritta negli
occhi, con fare ardito.
Nessuno di quei curiosi considerava l’amore seriamente.
Inclinavano a trovare in esso la parte allegra, la bagatella, il motto per
ridere, la facezia oscena. Veramente l'amore è un dramma per chi lo recita, una
farsa per chi vi assiste.
Tra due giovanotti Teresina sorprese questo frammento di
conversazione, di cui si sentiva l’oggetto:
— ... e per quel sugo...
— È una gonza.
— Dico lui.
— Oh! lui si rifà.
E giù una sghignazzata.
In mezzo al suo dolore, Teresina aveva la percezione di un
ridicolo, ma di un ridicolo che sfuggiva alla sua analisi. Come già aveva
provato altre volte, sentiva di trovarsi isolata, attaccata al mondo solamente
per il tramite della famiglia, e che intorno ci fosse una gran nebbia.
Somigliava anche a coloro che non frequentano da bambini
tutte le classi, che, toccato un certo punto, trovano improvvisamente il
terreno che manca, una lacuna nei loro studi.
Questa deficienza la umiliava piú che mai, ora che si
sentiva giunta all'apogeo del suo sviluppo di donna, e la compassione derisoria
che qualcuno le dimostrava, le faceva bruciare il volto come se fosse una
sferzata.
Le gemelle, che s’erano fatte due ragazzone vistose,
sfoggiavano con una certa insolenza i loro diciassette anni, considerando la
sorella maggiore già destinata a diventare zitellona. E difatti la piccola
statura di Teresa, il volto pallido e tranquillo, erano propri a farla
scomparire in mezzo a quei due colossi, che avevano ereditato dal padre il
forte colorito e le spalle poderose.
Incominciava per Teresina una serie nuova di piccole
mortificazioni, di torture a colpi di spillo, lente, quasi invisibili, che
sfioravano la vanità femminile e penetravano addentro nel suo cuore, mordendola
col veleno dell’ingratitudine, lasciandole uno scoramento, uno sconforto d’ogni
cosa.
La grande molla dell’organismo femminile, il bisogno di
piacere, aveva perduto lo scatto. Piacere a chi? Tutto il mondo le era
indifferente. Non ammetteva, nemmeno come lontana ipotesi, ch’ella potesse
amare un altro.
Vi sono donne che sbagliano al primo colpo e si rifanno
dopo; ma ella sentiva che Egidio era la metà dell’anima sua. Qualcuno avrebbe
potuto interessarla prima; ora era impossibile.
Vedeva giungere la morte; una morte preceduta
dall’annientamento di tutte le facoltà; una morte liberatrice. Il pensiero
della Calliope la visitava spesso; le sembrava
che sotto terra si dovesse stare in pace.
|