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XVIII.
La tristezza di Teresina continuava così muta ma profonda,
che negli ultimi giorni di carnevale il signor Caccia, rompendola colle
abitudini austere, permise che le figliuole si recassero alla festa da ballo
mascherata che si dava in teatro.
Nella sua intenzione di burbero non cattivo, il beneficio
doveva essere per la povera afflitta; ma sia per nascondere l’intenzione, sia
perché le gemelle avevano oramai una età che imponeva, furono anch’esse
chiamate a prepararsi per la serata. E lo fecero con un entusiasmo che Teresina
non poteva piú dividere.
Ella guardava con occhio indifferente gli abiti rosa da
estate, ai quali le gemelle rinfrescavano le guarnizioni; aveva anch’essa un
abito rosa, ma sentì ripugnanza a indossarlo; le pareva di esser troppo
vecchia, troppo brutta e stuonava troppo coi suoi pensieri.
Poche ore prima la prese tanta voglia di piangere, che
espresse il desiderio di rimanere a casa.
Il signor Caccia disse che, rimanendo lei, dovevano
privarsi del divertimento anche le sorelle.
Teresina allora acconsentì, soffocando un sospiro.
Non era piú andata a teatro dalla sera in cui aveva udito Rigoletto,
e, tornandole a memoria le impressioni di quell’opera, si sentì stringere il
cuore. Le cantava dentro: “Tutte le feste al tempio”, pensava a Orlandi...
Varcò la soglia del teatro colle lagrime agli occhi.
Seduta in palco dietro le gemelle — non aveva voluto
mettersi al parapetto — aveva ancora la mente occupata di Orlandi.
Che farebbe ora? Forse si divertiva a Parma; forse era a
Milano, alla Scala, battendo le mani a quella prima donna così bella. Si
ricordava di lei? Si era già consolato? In due mesi non le aveva dato neppure
segno di vita.
— Guarda quelle ragazze colle braccia nude; sono le Ridolfi.
Il loro padre ha comperato la casa della Calliope. Diventeranno nostre vicine.
— Don Giovanni le contempla col cannocchiale.
— Può contemplarle a suo agio; non dà piú ombra a nessuno.
Mi pare impossibile che egli sia stato un bel giovane. Ha la faccia di un
canonico.
— Chi è quello là coi baffetti corti, piú corti assai del
suo naso?
— Vicino a Luminelli?
— Sì.
— Dev’essere un suo fratello.
— Come fai a saperlo?
— L’ho sentito dire; e poi gli somiglia.
Teresina udiva il cicaleccio delle gemelle, ma non vi
prendeva parte, non ascoltava niente, non guardava nessuno. Si abbandonava
senza resistenza alla malinconia, trovando che era ancora il meglio che potesse
fare.
Guardando giù in platea, astrattamente, vedeva Luminelli,
di cui avrebbe potuto essere la moglie, e che non si era mai accasato. S’ella
lo avesse preso, quando la pretora glie ne aveva fatto la proposta, anderebbe
ora a braccetto con lui, pranzerebbero insieme, dormirebbero insieme; gli
farebbe molti baci e lo abbraccerebbe stretto. L’idea di abbracciare Luminelli
le diede uno stringimento di gola; si voltò verso il fondo del palco, colla
testa appoggiata alla tappezzeria. I baci di Orlandi le tornavano cocenti alle
labbra...
Le maschere incominciavano ad affollare, serie, compassate,
svelandosi sotto l’abito raffazzonato. Le gemelle si divertivano a indovinare.
— Quello là è il farmacista.
— Credi?
— Senza dubbio. Non vedi come muove i fianchi e tiene i
gomiti aperti?
— Allora quel domino celeste che pare la sua ombra è la
Gigia?
— Naturale.
— Quando si va in maschera si dovrebbe nascondersi meglio.
— È difficile. Qui ci conosciamo tutti.
Chi nessuno conosceva erano quattro giovinotti, nascosti
sotto l’elegante costume dei gentiluomini veneziani, i quali avevano invaso il
palco scenico con un brio indiavolato. Forastieri senza alcun dubbio; ma chi
erano?
Le gemelle scesero a ballare; Luminelli minore si mostrava
molto assiduo presso una di esse.
— Che cosa fa quel giovane?
Così domandò il signor Caccia sospettoso, perché dopo
l'affare di Teresina non aveva occhi che per scoprire gli amanti delle sue
figlie.
Il tenente dei carabinieri lo soddisfece pienamente
dicendogli che egli era professore, come il fratello, e persona
raccomandabilissima.
Dopo aver fatto parecchi giri colle gemelle, il giovane
professore insisté per ballare con Teresina.
“È delicato”, pensò il signor Caccia, e per quanto Teresina
si rifiutasse, la costrinse ad accettare, almeno un giro, per non far parlare
la gente.
Scesero sottobraccio tenendosi lenti, in una reciproca e
completa indifferenza; egli badando solo a farsi strada in mezzo alle maschere;
la ragazza annoiata, contrariata, non aspettando nessuna gioia dal ballo,
pensando che si troverebbe così bene sola, nel suo lettuccio, dove almeno
riposerebbe.
— Saltato o strisciato? — chiese Luminelli, appoggiandole la
punta delle dita sul dorso.
— Come vuole.
Fecero mezzo giro, urtati, pestandosi i piedi a vicenda, non
arrivando mai a mettersi d’accordo.
— Proviamo a saltare?
— Ma se le ho detto di fare come vuole!
Una compagnia di Pierrot li travolse, serrandoli
contro il muro; per poco non caddero. Teresina, a corto di pazienza, sentendosi
crescere la nausea e l’irritazione della folla, ritirò la mano dalla spalla del
suo ballerino; stava per dirgli: sono stanca.
In quel momento, uno dei quattro veneziani in mantello
corto la prese rapidamente per la vita. Luminelli, poco pratico, stordito,
credette che ella stessa si fosse sciolta per ballare colla maschera e non
avendo nessun motivo di rimpiangerla, stette a vedere, pensando che, tanto,
loro due non sarebbero mai andati d’accordo.
Prima che Teresina potesse dire una sola
parola, la stretta appassionata del suo rapitore le svelò chi era.
Nella confusione, girando abilmente, egli poté continuare a
tenersela serrata contro il petto in un amplesso vertiginoso Attraverso la
bauta della maschera la sua bocca sfiorava i capelli della ragazza.
— Ho bisogno di parlarti: non dirmi di no. Trovati all’alba
in fondo al tuo giardino.
Pochi minuti dopo, riconducendo a Luminelli la sua
ballerina, il gentiluomo veneziano si inchinò profondamente, ringraziando, e
sparve nella folla.
Teresina non aveva aperto bocca; si attaccò al braccio di
Luminelli come uno che ha le traveggole, e quando costui le chiese se voleva
continuare il ballo, accennò negativamente col capo. Luminelli con un sospiro
di sollievo la ricondusse in palco.
Le gemelle la guardarono con sorpresa. Suo padre le chiese
se si sentisse male. Quanto a lei, sempre
incapace di parlare, scuoteva il capo, fissando gli occhi vitrei nel vuoto.
— Si vede che il ballo non ti va — disse il signor Caccia.
L’incidente della maschera era stato così breve, così
rapido, che nessuno se n’era accorto. Luminelli, presa per mano la sua fiamma,
tornò sul palcoscenico a far miglior prova di abilità.
— Sarà tempo di ritirarsi; è il tocco — annunciò il signor
Caccia, guardando il suo vecchio cilindro d'oro.
— Oh! sì, torniamo a casa.
Furono le prime parole che Teresina pronunciò, uscendo dal
suo stupore. Non le pareva vero di andarsene fuori da quella calca. La prima boccata
d’aria pura la rinvigorì tutta, dandole un bisogno di moto: si pose a correre
lungo il muro, colla testa alta, per sentire sulla faccia il fresco della
notte.
— Che furia! — disse una delle gemelle, indispettita di aver
dovuto abbandonare il ballo così presto.
Teresina rallentò il passo, ma non rispose. Era la prima
volta che si trovava in istrada a quell’ora; e nella condizione di esaltamento
in cui l'aveva posta l’improvviso incontro di Orlandi. avrebbe voluto camminare
sola nel buio, nel fresco, nel silenzio.
La sua calma fantasia di fanciulla intravedeva con
meraviglia i contorni di un mondo fantastico.
Le case ben note, le vie tante volte percorse, le apparivano
sotto un aspetto nuovo; ma, piú ancora degli oggetti materiali, era il mistero
della notte che la colpiva; quel gran silenzio freddo, quella purezza dell’aria
e del suolo, che si ritemprava nella assenza degli uomini, quasi la natura
volesse riprendere fra le tenebre i suoi diritti violati ogni giorno sotto la
luce del sole.
Mai ella aveva sentito così vivo l’istinto della libertà.
Senza accorgersene riprincipiò a correre, illudendosi di
essere padrona di se stessa, provando, in questo inganno, una delle gioie piú
inebbrianti della sua vita.
Ma la voce dell'esattore chiamò in falsetto: Teresina! — e
l'incantesimo cadde. Il padre, la madre, la famiglia, il decoro, le
consuetudini, tutte le catene della sua esistenza ripresero il loro posto; ella
trasalì proprio come se un anello di ferro le avesse serrato i polsi.
Solamente quando fu nella sua camera, prese a considerare
con una freddezza, relativa, la proposta di Orlandi. Egli le aveva detto in
fondo al giardino, e si capiva che, dopo gli scandali occorsi, non volesse
esporla alla finestra che dava sulla via.
Il giardino confinava con un viottolo disabitato: ma la
muraglia era alta; come avrebbero potuto parlarsi? E sopratutto che cosa le
avrebbe detto?
Da un anno Teresina dormiva sola in camera; le gemelle le
avevano collocate, insieme all’Ida, nell'ampia camera di Carlino.
Ebbe dunque tutto l'agio di riflettere e di pensare le cose
piú stravaganti, così come le piú comuni, appoggiata alla sponda del letto.
Quando vide che la candela, quasi interamente consumata,
stava per abbruciare la carta, si spogliò rapidamente l’abito di gala, mise il
solito di casa, e, soffiando sulla fiamma, si buttò così mezzo vestita sul
letto per aspettare l’alba.
Verso le cinque la finestra, imbiancandosi, le diede avviso
del giorno che spuntava; ed ella fu meravigliata di doversi levare con uno
sforzo, meravigliata di sentire il corpo in un momento come quello. Tutte le
ossa le dolevano.
Si pose sulle spalle uno sciallino nero, e discese le scale
rabbrividendo, sbadigliando per convulsione, con un gran vuoto al posto dello
stomaco.
Attraversò il giardino in mezzo agli alberi secchi, sul
viale bianco di brine; dando un’occhiata a destra nel cortile sfiancato della
casa del pretore, ed a sinistra alla casina di don Giovanni, che sembrava sprofondarsi sotto un boschetto di magnolie
sempre verdi.
In fondo, sul muro di cinta, dove il fico stendeva i suoi
rami nodosi, Orlandi era alla vedetta, pronto, e appena scorse la fanciulla,
discese.
Teresina fu sorpresa, non dell’apparizione, ma di non aver
pensato prima, che quella era una via praticabilissima per un amante ardito.
Si abbracciarono subito, senza parlare, quasi temessero di
perder tempo. La fanciulla che aveva preparata una frase dignitosa, si trovò
avvinghiata al collo di Egidio, e lo baciava sulle guancie, sulle orecchie,
alla radice dei capelli, stringendosi a lui nel caldo delle sue braccia, colla
sensazione di un benessere che affogava qualsiasi ragionamento.
Non aveva piú freddo, non era piú stanca; tutta la sua
persona era appoggiata, abbandonata su quella del giovane, in un oblìo completo
di tutto quanto non fosse lui. Lo stringeva gradatamente, sempre piú forte, coll’incoscienza dell’istinto,
avendo una sola idea chiara e precisa: Egidio nelle sue braccia.
Egli le prese la testa, e rovesciandola indietro
con un movimento brusco, la baciò sulle labbra.
— Vieni con me, fuggiamo.
Il suono della voce riscosse Teresina. Si allontanò
dal giovane, tenendogli solo le mani sulle spalle, guardandolo inebbriata.
— Vieni con me. Tuo padre non acconsentirà mai alle nozze
finché non vi sia costretto. Ti condurrò a Parma, dalle mie sorelle: vuoi?
Teresina non poté sapere se egli fosse venuto a trovarla con
quel progetto, o se forse gli era sorto improvvisamente nel delirio del primo
amplesso. Però sentiva che Egidio era sincero, e non mai come in quel momento
comprese di essere amata.
Ma intanto che questa certezza le innondava il cuore di una
gioia immensa, come bilancia che da una parte ha raggiunto la misura, balzava
dall’altra parte il terrore di far cosa sconveniente per una onesta ragazza.
— No… no… non posso. Ho promesso a mia madre.
— Che hai promesso?
— Di non darle dispiaceri…
— E di rinunciare a me?
— Oh! questo no.
Un lieve imbarazzo si dipinse sulla fronte di Orlandi.
Circondandole col braccio la vita, se la tirò accanto, e:
— Ragioniamo. Posso io presentarmi a tuo padre?
— Sì... quando hai un impiego sicuro e conveniente.
— Ecco appunto quello che non ho.
— Ma mi avevi scritto…
— Il progetto non andò bene. Io vivo ora alla macchia,
scrivendo per l’uno o per l'altro giornale.
— Ma perché ti sei dato al giornalismo?
— Chi lo sa! Una passione come un’altra, e che non esclude
le altre...
La strinse dolcemente, cercando di nuovo la sua bocca, con
un sorriso d’uomo felice.
Per cinque minuti non parlarono.
— Ma tu hai freddo...
Orlandi si levò il mantello e ne avviluppò Teresina con una
sollecitudine quasi materna, osservandone le guance pallide, che portavano le
tracce della notte perduta.
— Adesso avrai freddo tu!...
— Io?...
Stava per dire: non posso aver freddo, ho cenato lautamente:
ma davanti a quel visino sbattuto, sul quale tutte le astinenze imprimevano un
solco, provò un senso di pietà. Sollevò un lembo del mantello, tanto da
potersene coprire le spalle, e mutò la frase:
— ... se mi permetti di stare qui non avrò piú freddo.
Lo strinse a sé, beata, scoprendo una gioia nuova in quella
protezione, sembrandole quasi di
anticipare l'intimità seria e solenne del matrimonio. Era vero che sentiva il
freddo. Non aveva dormito, non aveva mangiato dal desinare del giorno prima; ma
anche quei brividi che l’alba le metteva nelle ossa, avevano la loro voluttà;
le facevano trovare piú dolce il tepore dell’amplesso.
Una parola di Egidio la turbò.
— Dunque vieni?
— Sai, non posso! — gli rispose colle lagrime agli occhi,
serrandogli la mano disperatamente.
— E allora che vuoi che facciamo?
— Aspetto.
Era la sua forza, la sua fede. Non sapeva nemmeno lei che
cosa aspettasse; l’incerto, l'ignoto, un miracolo forse. Ma Orlandi non la
intendeva così.
— Cara, la gioventù passa presto; sono già sei anni che ci
amiamo inutilmente.
Teresina non comprese l’accento scorato del giovane. Perché
diceva che si amavano inutilmente? L’amore è sempre
amore, pensava, quando si ama, si spera. Ella viveva pure con quel tenue filo
di felicità; perché a lui non bastava?
Le venne in mente di domandargli se intendesse di
continuare per tutta la vita a scrivere articoli di giornali; ma questo
discorso noioso le avrebbe portato via tanti baci; e poi voleva ascoltare da
lui altre parole: “mio tesoro, mia vita, cara la mia Teresa”. Tutto ciò era
importante; il resto sfumava, si perdeva in una nebbia lontana di fatalismo.
Nella monotonia della sua vita, dove il pensiero solo
metteva una nota ridente, questi erano i momenti di vera felicità. Si sentiva
donna, si sentiva amante e amata; mentre poi, come prima, come sempre, ella non sarebbe altro per mesi che figlia
ubbidiente, fanciulla riservata, buona massaia.
— Probabilmente — disse Orlandi — mi stabilisco a
Milano.
Un subitaneo sgomento apparve negli occhi di Teresina.
Milano era piú lontano di Parma; e quantunque non conoscesse la grande città,
intuiva vagamente ch’egli vi avrebbe incontrato maggiori tentazioni. Il cuore
le si strinse di indefinibile malinconia. Vide d’un tratto tutta la sua umiltà,
la sua povertà, la sua impotenza. Ebbe voglia di dirgli: Portami via! ma la
parola le morì strozzata da un singhiozzo e non poté far altro che nascondere
la faccia sul petto di lui.
— Vedi, vedi? Te lo dissi che questa vita è impossibile. Ho
rimorso di veder sciupare la tua giovinezza; Teresa, mia povera Teresa...
— Oh! sì chiamami tua perché lo sono!
Gli si abbandonò sul petto con tale impeto disperato
che, per un istante, Orlandi ebbe una fiamma negli occhi, e tremò come preso
dalla febbre. Ma quasi subito ella rallentò la stretta, scivolando accasciata
quasi fino a terra. dove stette col viso chiuso nelle mani, il corpo piegato in
due.
Orlandi contemplò quella testolina di vergine prostrata
davanti a lui.
— Che cosa intendi di fare? — le chiese con accento grave e
dolce, rialzandola.
— Amarti, sempre,
qualunque cosa accada, qualunque sia il mio destino.
Egli accostò alle labbra la mano della fanciulla: vi depose
un bacio, esitante, turbato, ridivenuto improvvisamente freddo; affettuoso, ma
distratto.
Ella non se ne accorse; sentiva ancora i suoi baci, lo
vedeva, lo toccava. Era impossibile che pensasse ad altro.
Quando Orlandi scomparve dietro il muricciolo, Teresina fu
presa dalla tentazione di seguirlo, volle gridare, volle chiamarlo, ma
volgendosi improvvisamente, come se avesse udito una voce, si trovò davanti
alla sua casa, alla casa casta e severa, dove sua madre riposava fidando in
lei; e tornò indietro a capo chino, malcontenta di quel colloquio che le
lasciava una tristezza insolita, uno scoramento da cui fuggiva la fede.
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