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XXII.
La terra era arida, bruciata dal sole che l’aveva percossa
tutto il giorno. Le pianticelle del giardino, intristite, lasciavano cadere le
foglie; i fiori, quasi tutti chiusi, reclinati sullo stelo, sembravano non aver piú forza di olezzare. Solo nel
cantuccio di una aiuola, un geranio notturno incominciava a schiudere il suo
calice dai colori ingrati, dal profumo inebbriante.
Teresina coltivava da poco tempo questo fiore singolarissimo,
ma vi portava speciale interesse; meravigliandosi e quasi compiacendosi di
vederlo così brutto e così profumato, tanto modesto che non si apriva mai prima
del tramonto del sole.
Veniva dalla casa, con un innaffiatoio in mano, stanca
anch’essa ed esausta al pari dei suoi fiori, sentendosi pesare addosso il
calore insopportabile di quella giornata di luglio. Si fermò un momento dando
un’occhiata attorno, già spaurita per la fatica che l'aspettava di bagnare
tutti quegli arbusti.
Prese lentamente il basso delle maniche e le rialzò; prima
la sinistra, poi la destra, scoprendo il principio del braccio scarno, senza
guardarlo, con una rassegnazione dolorosa.
Aveva un abito giallino, povero, che le stava male. Lo
sapeva; ma non se ne curava. Odiava le vesti, la moda.
Le poche volte che si guardava nello specchio ne riceveva
un’impressione sgradita e questa la irritava contro tutti gli ornamenti
diventati inutili.
Tuttavia non era ancora brutta. A quel volto simpatico che i
patimenti avevano dimagrito ma non deformato, mancava solo un raggio di
felicità. Come tutti i tramonti avrebbe avuto bisogno, per splendere, di un
cielo senza nubi.
La passione per i fiori le era venuta quell’anno, e Teresa
l’aveva accolta a guisa di distrazione nel grande isolamento che la circondava.
Da sei mesi suo padre giaceva infermo su di una poltrona.
Quel colosso era stato colpito da un attacco di apoplessia, che lo aveva
paralizzato nelle gambe e nelle mani. Ella doveva vestirlo, svestirlo,
coricarlo, dargli da mangiare precisamente come ad un bambino. Non usciva piú
da casa, poiché era rimasta sola — l’Ida avendo ottenuto un posto di maestra
nell’Italia meridionale — e da allora, diceva qualcuno, il ricevitore aveva
cominciato a crucciarsi e a perdere la salute.
Quasi tutte le sere il dottore, che era diventato amico,
veniva a passare una mezz’ora insieme all'ammalato. Teresa approfittava di
quella mezz’ora per uscire in giardino.
— Non ha ancora finito? — le gridò di sotto il portico la
voce fresca e virile del medico.
— Ha fatto tanto caldo quest’oggi, — rispose Teresa senza
levare il capo — vogliono bere.
Egli si avvicinò guardando le aiuole, disse:
— Dovrebbe piovere.
Era presso a Teresina che si affrettò ad abbassare le
maniche.
— E però, forse, la pioggia non è lontana.
Guardarono per aria tutti e due. Teresa aveva appoggiato
l'innaffiatoio sulla ghiaia del sentiero e se ne stava ritta, colle braccia
cadenti, con una espressione stanca che le affilava il volto.
Dalle aiuole bagnate incominciava a salire l’odore di terra
fresca, acuto, sensuale, rompendo la siccità dell’atmosfera; e tutto ciò che
era nella terra, bruchi, vermiciattoli, esalavano la loro vitalità rianimata da
quelle poche stille d’acqua.
L’aria bruciava tuttavia, ma un vapore molle l’attraversava,
tratto tratto, come una carezza.
— Che buon odore, non è vero?
Ella disse di sì, distratta, sentendo penetrarle in tutti i
pori un bisogno irresistibile di vivere. La sua atonia non era che apparente.
Guardava la terra che si imbeveva a poco a poco e i fiori
che si allargavano, freschi, sorgendo dalle zolle.
Il dottore parlava, con quella voce maschia, che faceva
fremere Teresina. Il suo pensiero era lontano, ma la solita corrente magnetica,
di un magnetismo puramente fisico, la faceva stare attenta alle parole del
giovane. Tenendo gli occhi abbassati, vedeva, di sghembo, i suoi lunghi baffi
castagni che si agitavano lievemente, gettando un’ombra sulla bianchezza soda
del mento.
Pensava: “Se fosse qui lui!” Univa l’anima dell’assente alle
sensazioni materiali di quel momento.
Il dottore provava forse qualche cosa di simile; presente
col corpo, aveva l’immaginazione lontana. Fissava lo sguardo come chi ha
davanti una visione, e tracciava colla sua canna delle lettere incomprensibili
sull’arena. Senza sapere in qual modo avesse incominciato, si trovò a parlar
d'amore.
— Nei drammi e nei romanzi di una volta incontriamo spesso
questa situazione: una donna cade nell’acqua, un uomo la salva, si amano. Ma
come? Che ne sanno essi? Hanno provato a intendersi nei lunghi silenzi dove
parla il cuore? Hanno pianto, hanno riso insieme? Sanno solamente come
mangiano, come dormono? in qual modo il loro spirito si esilara e fino a qual
punto vibrano i loro nervi? Difficilmente la bellezza che colpisce è quella che
trattiene. L’amore, il vero, nasce da un complesso di circostanze, di affinità
intime e continue. È un certo modo di guardare, di sentire, di esporre le idee;
è una piega del labbro, la voce, il gesto, la forma della mano, l'odore della
pelle. È l’attrazione prolungata dei corpi, per cui piú si sta vicini e piú si
starebbe; è lo scambio rapido e completo dei pensieri; è l’afferrare insieme la
stessa sensazione, il fondersi, il completarsi l’un l’altro in un assorbimento
progressivo dell'anima e dei sensi...
— È vero, è vero.
Cogli occhi chiusi, appoggiata al tronco di un alberello,
Teresa mormorò ancora: — È vero! — Si sentiva cullata da quella voce, quasi
addormentata nel suo eterno sogno d’amore; mentre la terra intorno a lei le
mandava forti e selvaggie esalazioni e i fiori si rizzavano, opulenti; e
l’erba, le foglie, ogni stelo ogni cespuglio odorava nella frescura umida della
sera, imperlato dalle recenti goccioline.
— ... L'amore è lo sguardo che vola ratto come il dardo, è
la parola che il labbro balbetta appena, è il desiderio che l’emozione
paralizza...
— È vero, è vero.
Ella si sentiva morire in un rapimento di voluttà, nella
delicata eccitazione di quella voce d’uomo che parlava d’amore.
Bruscamente, il giovane tacque.
La notte era scesa, fresca, dolcissima, piena di carezze.
Raggiavano in cielo le prime stelle; il geranio notturno olezzava col suo
profumo intenso, quasi carnale, protendendo i rami verso la luce argentea; e in
quel silenzio cadevano le goccie lambendo le corolle, strisciando sui gambi,
toccando terra con un piccolo rumore secco, che turbava i moscherini nel loro
primo sonno, e faceva fuggire, spaurite, le lucciole di fiore in fiore.
Quando il giovane tornò a parlare, la sua voce era
cambiata, disse: — Buona sera — in fretta, afferrando un pensiero che gli era
venuto nella dolcezza tentante di quella notte. Salutò, senza nemmeno guardare
e sparve nelle ombre del portico.
Teresa si scosse, strinse i denti, chiuse gli occhi e
sospirando e sollevando le braccia al di sopra del capo, le stirò, con un
abbandono al quale risposero tutte le sue fibre, gemendo.
Nel salotto terreno, nell'umido e buio gineceo, il signor
Caccia terminava i suoi giorni, confinato sul divanuccio dove la signora Soave
aveva trascorsa tanta parte della vita, lagnandosi dolcemente cogli occhi volti
al cielo.
Egli finiva, battuto, vinto nelle sue forze maggiori;
ridotto così gramo da dover implorare l’altrui compassione, spoglio d'ogni
potere, in balia dell'unica figlia che gli era rimasta accanto.
E quella figlia non era la prediletta; l’aveva anzi
disconosciuta spesso, rendendola vittima del suo assolutismo.
Si trovavano di fronte, soli, con tutto un passato che li
divideva, coll’amarezza indistruttibile dei dolori sofferti. Tacevano, ma nel
silenzio della figlia c’era forse un rimprovero; in quello del padre un rimorso
— e piú che un rimorso, per quel carattere superbo, l’umiliazione di dovere a
lei un prolungamento d’esistenza.
La osservava, qualche volta, con un’ira sorda, qualche
altra con un improvviso impeto di tenerezza.
Teresa era calma. Non esagerava le dimostrazioni d’affetto;
era attenta, docile. Compieva i suoi obblighi senza entusiasmo e senza
fiacchezza, seria.
Ma tutta la sua gioventù sfiorita sembrava
rimasta nella casa, intorno a lei, in quelle pareti che l’avevano vista
fanciulla, dove era caduto ogni giorno, ogni ora, come da una clepsidra, un
raggio della sua bellezza; dove ella aveva assistito al succedersi degli anni,
alle lente evoluzioni della famiglia e di se stessa.
Guardava il suo passato nello stesso modo che avrebbe
guardata un’altra persona, evocando la Teresina di quindici anni, così lieta,
il giorno in cui era partita per Marcaria, su quello stradone lungo, tutto
soleggiato, che non finiva mai, dove il sediolo di Orlandi correva in mezzo a
un nuvolo di polvere. Ripensandoci, le pareva una profezia; egli le era passato
accanto, fuggendo.
Ah! come avrebbe voluto ricominciare la vita ora che la
conosceva meglio.
Quando era assalita da questo rammarico, si struggeva, con
una melanconia acuta, con un livore che la rimescolava tutta, fino nei
rimpianti lontani, fino nei desideri piú gelosamente custoditi che ella credeva
domati per sempre.
Le lunghe, le penosissime ore che trascorsero così, padre e
figlia! — sempre uniti, dignitosi,
sopportando fieramente il peso del loro dovere, trascinando l’odiosa catena
delle consuetudini, degli affetti imposti.
Una lettera di Carlino venne a portare l'ultimo colpo ai
due che rappresentavano ancora l’unione della famiglia Caccia. Il giovane
annunciava, brevemente, il suo matrimonio colla figlia di un oste, che egli
aveva sedotta. Non una parola di scusa, non un atto di deferenza all'autorità
paterna. Nulla. Era la volontà brutale di un uomo libero, che non ha bisogno di
nessuno.
Il signor Caccia ne fu scosso in modo da far pietà.
Il medico, accorso per un peggioramento nello stato
dell’infermo, disse subito che non si sarebbe riavuto da quel colpo.
Infatti continuò a peggiorare, e sul principio d’autunno,
avendo già perdute le facoltà della parola e della memoria, attaccato da
paralisi al cuore morì.
Tutti in paese credettero che Teresina andrebbe a stare
colle sorelle; ma Teresina non si mosse.
Assistí il padre fino all’ultimo sospiro, lo collocò nella
bara, lo vegliò morto. Nel momento che lo portavano via, pianse. Poi riprese le
abitudini tranquille, vagolando, come un’ombra nella casa deserta.
Invano qualcuno, il dottore, la pretora, le vicine Ridolfi
tentarono di farla uscire, di procurarle delle distrazioni. Ella rifiutò tutte
le proposte, così calma, così fredda, che finirono col giudicarla insensibile.
“Poveretta!” pensava la pretora “ha sofferto tanto che il
cuore le si è indurito, non sente piú nulla”.
Pure, come risorsa estrema, valendosi dell’antica amicizia,
la tentò un giorno dal lato dell’amor proprio, e le disse:
— Ho paura che rassomigli davvero alla Calliope; non esci
mai, tieni la casa sbarrata... mettiti un po’ a farmi gli sberleffi, vediamo se
riesci.
Ma anche da questa parte Teresina si mostrò invulnerabile.
Un sorriso serio, profondamente malinconico, era la sua risposta a tutto ed a
tutti.
Passarono due mesi.
Negli ultimi giorni dell'anno ricevette una lettera di
Egidio. Egli era ammalato, povero, senza aiuto alcuno. Le scriveva come un
figlio scriverebbe alla madre, con una fede illimitata.
Teresa fece molte riflessioni su quella lettera, molte
meditazioni, e per tutta la notte non dormì; e il giorno dopo tornò a
riflettere e a meditare.
La pretora, non vedendola, venne a prendere sue nuove. La
trovò in camera, circondata da abiti, da oggetti di biancheria gettati alla
rinfusa su per i mobili, con una valigia in terra, aperta.
— Che cosa vedo? Ti decidi finalmente ad andare dai
Luminelli?
Teresa non rispose subito. Era molto preoccupata; ma dopo un
momento, prese le mani dell’amica e parlando piano, con una gravità pensierosa:
— Egli mi ha scritto.
La pretora non comprese subito. Da sei o sette mesi non era
stato pronunciato, fra loro, il nome di Orlandi. Non nascose quindi la sua
meraviglia, al contrario l’accentuò:
— Ti ha scritto ancora? Che vuole?
— Nulla.
La pretora crollò il capo. Teresina soggiunse:
— È ammalato.
— Ah!
— Solo.
La pretora questa volta non pronunciò sillaba. Successe un
silenzio, breve, penoso.
Teresa piegava un abito sul letto, dando le spalle
all’amica. Rapidamente, come si strappa un dente, disse:
— Vado via domattina.
E si voltò, coll’abito sul braccia. Gli sguardi delle due
donne si incrociarono. La pretora aveva compreso.
Tacque un momento, intanto che Teresa assettava la valigia.
Quand’ebbe finito, per impulso simultaneo si appoggiarono tutte e due al letto,
serie e commosse:
— Hai riflettuto?
— Sì.
— E sei decisa?
— Decisa.
La pretora tentò la via del sarcasmo, dicendo con un
sorriso freddo:
— Vai a fare l’infermiera!
— Quel che Dio vuole — rispose Teresa.
Allora l'altra riprese:
— Che cosa penseranno le tue sorelle, tuo fratello?
Si strinse nelle spalle.
— La gente?
— Oh! la gente poi...
E sorrise col suo sorriso malinconico, al quale si aggiunse
una punta di ironia.
— Tuttavia... se mi facessero delle osservazioni, a me, tua
amica?
— Ebbene dirai ai zelanti che ho pagato con tutta la mia
vita questo momento di libertà. È abbastanza caro nevvero?
Tornò a sorridere e si lisciò colle mani — due piccole
manine di cera gialla — i capelli che incominciavano a perdere i riflessi
bruni.
La pretora restò con lei quasi tutto il giorno.
All'indomani mattina, tutta vestita di nero per il lutto,
con un velo che le nascondeva mezza la faccia, Teresa chiudeva la porta della
sua casa.
L'amica, fedele fino all'ultimo, le era vicina.
— A rivederci, a rivederci, sai?
— Speriamo — rispose Teresa, con accento profondo, già
impressionata dei misteri del futuro.
Don Giovanni Boccabadati, tutto ravvolto in una pelliccia,
mise il capo alla finestra. Teresa si ricordò il giorno in cui egli pure era
partito, partito col sole e colle rondini, in un mattino di primavera.
— Hai una brutta giornata — disse la pretora.
Ella guardò in alto, con indifferenza, e s’avviò coll’amica
verso la stazione.
Prima di entrare nella sala d’aspetto, si fermarono ancora
qualche istante per salutarsi, per rinnovare la raccomandazione di scriversi.
Nel momento che Teresa varcava la soglia, avendo già
consegnato il biglietto, l'amica le si slanciò contro, abbracciandola. Voleva
dirle qualche cosa ancora, ma ammutolì nell'amplesso. Si guardarono
intensamente, senza profferire una sola parola.
— Partenza! partenza!
La pretora corse al cancello che chiudeva la via ferrata.
Fu in tempo a vederla un’ultima volta. Si salutarono colla mano e cogli occhi,
finché fu possibile. Poi il velo nero di Teresa cessò di fluttuare allo
sportello del carrozzone; il treno si mosse.
Nevicava.
FINE
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