PARTECIPAZIONE DELLE UNIVERSITA'
APPUNTI SU CINEMA
E
TRASCENDENZA
La percezione da parte del cinema della sua capacità di
esercitare un'attrattiva sulle masse non è stata immediata, ma è
sopraggiunta col tempo, come risultato di una serie di nozioni progressivamente
acquisite. Quando ciò è awenuto, si è imposta
contemporaneamente l'industria cinematografica che, fin dal secondo decennio del secolo, ha avuto in Hollywood il suo principale centro propulsore.
Altri centri di produzione cinematografica, situati nella vecchia Europa, si
sono mossi con criteri alternativi rispetto a quelli prevalenti nell'industria
cinematografica americana. Il cinema
europeo, nelle sue forme più avanzate, sceglie come campo di azione il
confronto con le altre arti, intese come forma privilegiata della cultura
modema.
Negli anni Venti si assiste in Francia al
fenomeno del cinema d'avanguardia, vicino al movimento surrealista; in
Germania, nello stesso periodo, fiorisce il cinema espressionista; in Russia,
Sergei Eisenstein e altri registi danno vita a uno stile originale, che
segnerà una tappa importante nell'evoluzione del linguaggio e dell'arte
del cinema. Industria cinematografica e cinema d'arte sembrano, almeno in
teoria, imboccare strade divergenti, anche se la situazione reale è
molto più complessa e contraddittoria di quanto possa apparire da queste
note affrettate. Si veda, per esempio, il caso di Fritz Lang, che, dopo aver
realizzato in Germania alcuni capolavori del cinema espressionista, si è
trasferito a Hollywood, dove è riuscito a far convivere le esigenze del
suo stile personale con quelle dell'industria cinematografica.
Fin dalle sue origini, il cinema ha sempre
cercato di affrontare, oltre agli argomenti già collaudati dalle forme
più allettanti della letteratura e dello spettacolo popolare (racconti
di avventura, drammi passionali, situazioni comiche...), anche argomenti
culturalmente più impegnativi (biografie di personaggi storici,
riduzioni di grandi capolavori della letteratura e del teatro classico. . . ),
tra questi vi sono i racconti ricavati dalle pagine della Bibbia e,
principalmente, la Passione di Gesù, che fu uno dei primi soggetti ad
essere portati sullo schermo, nella scia delle Sacre Rappresentazioni popolari,
che risalgono al Medioevo, la cui tradizione si è conservata in alcuni
luoghi (come Oberammergau in Baviera) fino ai nostri giorni. Le primitive
"Passioni" costituiscono un capitolo
importante della storia del cinema delle origini. Qualche studioso ne
ha contate più di cinquanta, realizzate prima del 1915.
Ma è evidente che simili argomenti,
affidati alle risorse dell'industria cinematografica (la quale non ha mai
cessato di riproporli, nei decenni successivi, con mezzi spettacolari sempre
più grandiosi), non pcssono ottenere che risultati solo in parte
soddisfacenti. Alla grandiosità dello spettacolo, infatti, non sempre
corrisponde il dovuto approfondimento, che si può ottenere solo con
un'adeguata consapevolezza, sorretta dalle risorse dell'arte. Ciò vale per
tanti film che sono stati realizzati sulla figura di Gesù, su altri
personaggi della Bibbia, sui primi martiri cristiani...
Tutta la produzione cinematografica di
questo genere, molto abbondante, è per lo più caratterizzata, per
quanto riguarda l'aspetto visivo, da un gusto oleografico (che i francesi
chiamano saint sulpicien) il quale, se incontra il gradimento immediato delle
persone semplici, fa arricciare il naso a coloro che dispongono di un gusto
coltivato, e spesse volte ha provocato la reazione indignata di coloro che
hanno voluto vedere in questo genere di spettacoli una speculazione su
argomenti religiosi operata a scopo prevalentemente commerciale.
Per sfuggire alla trappola
dell'oleografia, diversi autori cinematografici, dotati di uno stile personale,
hanno preferito accostarsi ad argomenti religiosi, e in particolare al dramma
della Redazione, ricorrendo a rappresentazioni indirette della passione di
Gesù. Figure immaginarie di sacerdoti, per lo più desunte da
opere letterarie preesistenti, sono state portate sullo schermo in modo da
indicare la perenne attualità della Passione, secondo le parole:
"Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo".
Gesù soffre, per interposta persona, nella figura di un sacerdote, che
attua nella sua vita l'antico assioma: Sacerdos alter Christus.
Si possono ricordare, a questo proposito,
film come La croce di fuoco (The Fugitive, 1947) di lohn Ford, II
diario di un curato di campagna (1950) di Robert Bresson e Nazarin
(1958) di Luis Buñuel. Anche Alfred Hitchcock ha fatto qualcosa di
simile nel suo film lo confesso (1953). Le date ravvicinate di questi
film dicono che c'è stato un periodo nel quale produzioni
cinematografiche di questo genere sono state particolarmente in auge.
Possiamo chiederci, a questo punto, in che
modo si manifesta la trascendenza nel cinema. Nei film spettacolari, destinati
alle masse, che trattano argomenti biblici, cristologici o agiografici, e
parlano di miracolosi interventi divini facendo largo uso degli effetti
speciali? Non sarà forse più corretto cercare tracce della
trascendenza in film che rifuggono dallo straordinario, nel senso spettacolare
del termine, e cercano invece lo straordinario nell'ordinario, il divino
nell'umano, il miracoloso nel quotidiano? Si può accedere alla trascendenza
servendosi di una narrazione cinematografica di tipo realistico, che presenti i
fatti nella loro disadorna obiettività? O non sarà più
giusto pensare che la trascendenza si manifesti nel cinema mediante l'uso
indiretto e allusivo del linguaggio simbolico, piuttosto che nella
linearità di una narrazione realistica? La trascendenza, che è
sempre in qualche modo presente nei film animati dal soffio dell'ispirazione
poetica, può essere trattata in maniera convincente anche da film di
buona fattura artigianale, che non sono necessariamente ascrivibili tra i
capolavori dell'arte cinematografica? Fino a che punto le convinzioni personali
di chi fa i film sono coinvolte da questo genere di argomenti? In altre parole:
è necessario avere il dono della fede per poter fare un buon film di
argomento religioso?
Il cinema, nei suoi cento anni di storia,
è impregnato di un anelito verso la trascendenza, che rende i film degni
di essere studiati da coloro che s'interrogano sul ruolo della religione
nell'ambito della cultura contemporanea. A queste presenze già note,
appartenenti a diversi ambienti dell'Europa occidentale, si sono aggiunte
quelle di Andrej Tarkovskij e Kristof Kieslowski significatamente provenienti
dall'Europa dell'Est, mentre non ha mai cessato di operare in questo senso il
veterano del cinema portoghese Manoel de Oliveira.
Ragioni di brevità impediscono di
andare oltre l'elencazione di questi nomi, ai quali altri se ne dovrebbero
aggiungere. Non si può non pensare ai protagonisti di tanti film,
soprattutto donne, ritratte sullo schermo in intensissimi primi piani,
personaggi al limite tra umano e sovrumano, protesi nell'atto di superare se
stessi. Il cinema ha fatto davvero molto per dire cose che partono dall'anima e
arrivano all'anima. Con immagini che si vedono e si sentono, il cinema, quando
è in stato di grazia, riesce a rendere percepibile ciò che non si
può né vedere né sentire.
Ci sono registi che hanno saputo guardare
ai fenomeni della natura. e alla vita dell'uomo che da essi si è
sviluppata, con un atteggiamento di osservazione distaccata e allo stesso tempo
partecipe, tale da cogliere tuttavia un senso di superiore unità che
anima l'universo creato. Si pensi ai tamosi "documentari" di Robert
Flaherty. Altri registi, come Joris Ivens, hanno saputo captare con la macchina
da presa i momenti più significativi della lotta dell'uomo per
conquistare condizioni di vita più conformi alla sua dignità.
Ci fu un periodo del cinema italiano,
denominato Neorealismo, nel quale diversi cineasti sembravano fare a gara nel
cogliere nella quotidianità della vita dell'uomo, immerso nelle
condizioni più umili e disagiate, tracce di una dimensione spirituale
tanto più autentica quanto più ammantata di un istintivo pudore.
I nomi di Roberto Rossellini, Vittorio De
Sica, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Pier Paolo
Pasolini e altri hanno fatto il giro del mondo assieme ai loro film ovunque
ammirati. Alla pari di grandi letterati e artisti dei secoli passati, essi
possono essere considerati come ambasciatori, presso le altre culture, di una
visione del mondo imbevuta di valori umanistici e cristiani.
Altri film, provenienti da altri ambienti
culturali, si rifanno a un diverso ordine di valori, che intrattiene tuttavia
con la cultura cristiana significative affinità, come, ad esempio,
quelli che attingono alle risorse spirituali delle antiche civiltà
dell'Oriente. Nei limiti imposti dalla sinteticità di questi appunti,
non si può non accennare ai film dell'indiano Satyajit Ray e a quelli
del giapponese Yasujro Ozu, ricchi di notazioni intimistiche, che agli occhi di
un cristiano manifestano i tratti di quelle virtù che i Padri della
Chiesa, riscontrandole nelle opere degli autori pagani, definivano
Naturaliter cristianae.
Si tratta di film che non si limitano a
proporre il discorso sui valori in maniera vietamente contenutistica, a scopo
di edificazione o propaganda, ma escogitano di volta in volta modi di approccio
con una realtà che si manifesta all'esterno, mediante tracce o indizi
che, debitamente interpretati, guidano alla scoperta di un mondo interiore,
ricco di spiritualità. Lo stesso si potrebbe osservare a proposito di
altre cinematografie spesso povere di mezzi tecnici e finanziari, ma ricche
d'ispirazione poetica e di contenuti umani, come quelle dell'America Latina, dell'Africa o del Medio Oriente. Indizi
interessanti in questo senso vengono anche dal recente cinema cinese.
C'è poi tutta la produzione del cinema cosiddetto indipendente. Sganciato
del tutto o in parte dalle esigenze dell'industria dello spettacolo, questo
cinema si muove in sintonia con le forme più avanzate della
cultura e dell'arte attuali e, alla pari di queste, manifesta il profondo
disagio spirituale di cui soffre l'uomo nel mondo odierno. In tale contesto si
collocano fenomeni tipici del cinema moderno, pervaso da fermenti
metalinguistici, proteso nell'ansia di verificare e ridefinire i procedimenti
sui quali si basa il suo linguaggio. Si va dai postumi
della francese Nouvelle vague alle forrne meno convenzionali del nuovo cinema americano, nato sulla costa
atlantica, in contrapposizione alla vecchia Hollywood.
Anche su questi fenomeni si estende
l'orizzonte ampio della trascendenza, che a volte pare
solcato dalle nubi minacciose di un'incombente Apocalisse, mentre l'approccio
non convenzionale con materiali derivanti dall'immaginario religioso collettivo
solleva interrogativi inquietanti e perfino irritanti sul ruolo della religione
nel mondo contemporaneo.
Di fronte a prodotti cinematografici che
manifestano questo genere di problemi, si è assistito, anche di recente,
a levate di scudi da parte di chi si è sentito minacciato dalle proprie
convinzioni. Ci si domanda se, in casi come questi, rispondere al clamore con
un clamore ancora più forte sia una misura adeguata di autodifesa. Il
cinema è una forma di cultura ormai universalmente accettata; anche
nelle sue manifestazioni provocatorie esige risposte pacate e articolate... Ma
forse, prima ancora di chiedere risposte, questo cinema aspetta semplicemente
di essere capito...
P. Virgilio Fantuzzi, S.l.
Professore della Pontificia
Università Gregoriana
Scrittore della "Civiltà Cattolica"