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III. Principi della
dottrina cattolica su laicità e pluralismo
5. Di fronte a queste
problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità
di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun
fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e
dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o
che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene
comune della società. Non si tratta di per sé di «valori
confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere
umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le
difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le
conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla
verità sull’uomo e al bene comune delle società civili.
D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a
principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio
della dignità della persona e del vero progresso
umano.
6. Il richiamo che spesso
viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare
l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica.
La promozione secondo coscienza del bene comune della
società politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o
l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità
intesa come autonomia della sfera civile e politica da
quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è
un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di
civiltà che è stato raggiunto. 23 Giovanni Paolo II ha più volte
messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la
sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui
una norma specificamente religiosa diventa, o tende a
diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione
tra le competenze della religione e quelle della società politica.
Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente
soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri
inalienabili diritti umani».24 Tutti i fedeli
sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della
fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche,
comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.)
restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve
intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve
esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento
dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono
restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte
dei cittadini.
Questione completamente
diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli
altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e
difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale,
la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti
della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche
insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la
“laicità” dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono,
indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente
dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo
cittadino. La “laicità”, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento
di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale
sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello
stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la
verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia
che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un
principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.
Con il suo intervento in
questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere
politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su
questioni contingenti. Esso intende invece — come è suo proprio compito
— istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si
dedicano all’impegno nella vita politica, perché il
loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune.
L’insegnamento sociale della Chiesa non è
un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore
alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non
possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta
“spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita
cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti
sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il
tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni
settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole
come “luogo storico” del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore
di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei
fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto — come,
ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la
dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il
servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della
cultura — sono occasioni provvidenziali per un “continuo esercizio della fede,
della speranza e della carità”». 25 Vivere ed agire politicamente in
conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su
posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma
l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto
perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale
più giusto e coerente con la dignità della persona umana.
Nelle
società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate
liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero
vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria
coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la
legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni
riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo.
In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza
politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa
possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la
strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna
forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul
debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La
marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non
potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia
tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali
della civiltà. 26
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