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| P. Amedeo Cencini, FDCC Il cammino dello Spirito nella vita consacrata… IntraText CT - Lettura del testo |
La preghiera educa, perché pregare significa stare dinanzi alla verità di Dio nella verità di sé. Nulla come l’orazione è in grado di far venire a galla quel che noi siamo nelle profondità spesso oscure di noi stessi, e non solo perché abbiamo la certezza d’esser in ogni caso accolti e compresi dal Dio misericordioso, ma perché il contatto con la Verità divina evoca necessariamente la verità umana. Ogni preghiera ha questa valenza evocativo-veritativa, altrimenti non è preghiera, né è certamente orazione che educa in prospettiva di FP. Il problema, allora, della FP non è quanto uno preghi o se sia fedele, come si dice, alle sue pratiche di pietà, ma la qualità veritativa del suo stare dinanzi a Dio, il suo pregare in “spirito e verità”.
Tale dimensione veritativa ha due versanti classici: uno che indaga sull’io attuale, soprattutto per coglierne la componente negativa e immatura; l’altro che invece cerca di scrutare le possibilità dell’io ideale, ciò che l’io è chiamato a essere. Il primo versante richiama l’aspetto penitenziale della preghiera, il secondo quello più misterico e contemplativo. Assieme svelano la verità dell’orante, il suo intreccio di bene e di male, e dunque anche le piste della sua crescita continua.