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Dell'anno adunque 1615
in circa, trovandosi il Sig.r Galileo d'aver conseguito quanto in
teorica e in pratica si richiedeva per la sua parte all'effettuazione di così
nobile impresa, conferì il tutto al Ser.mo G. Duca Cosimo, suo
Signore: il quale, molto ben conoscendo la grandezza del problema e la massima utilità
che dall'uso di esso poteva trarsi, volle egli stesso, per mezzo del proprio
residente in Madrid, muoverne trattato con la Maestà Cattolica del Re di
Spagna, il quale già prometteva grandissimi onori e grossissime recognizioni a
chi avesse trovato modo sicuro di navigar per la longitudine con l'istessa o
simil facilità che si cammina per latitudine. E desiderando S. A. che tal
invenzione, come proporzionata alla grandezza di quella Corona, fosse con
pronta resoluzione abbracciata, compiacevasi che il Sig.r Galileo,
per facilitare i mezzi per condurla a buon fine, conferisse a S. Maestà un
altro suo nuovo trovato, pur di grandissimo uso et acquisto nella navigazione,
da S. A. stimatissimo e custodito con segretezza; et era l'invenzione d'un
altro differente occhiale, col quale potevasi dalla cima dell'albero o del
calcese d'una galera riconoscer da lontano la qualità, numero e forze de'
vasselli nemici, assai prima dell'inimico medesimo, con egual prestezza e
facilità che con l'occhio libero, guardandosi in un tempo stesso con amendue
gl'occhi, e potendosi di più aver notizia della loro lontananza dalla propria
galera, et in modo occultar lo strumento sì che altri non ne apprenda la
fabbrica. Ma come per lo più accader suole delle nobili e grandi imprese, che
quanto sono di maggior conseguenze, tanto maggiori s'incontrano le difficoltà
nel trattarle e concluderle, dopo molti anni di negoziato non fu possibile
indurre, per varii accidenti, i ministri di quella Corona all'esperienza del
cercato artifizio, non ostante ch'il Sig.r Galileo si fosse offerto
di trasferirsi personalmente in Lisbona o Siviglia o dove fosse occorso, con
provedimento di quanto all'esecuzione di tal impresa si richiedesse, e con
larga offerta di instruire ancora i medesimi marinari e quelli che dovevano in
nave operare, e di conferire liberamente a chi fosse piaciuto a S. Maestà tutto
ciò che s'appartenesse alla proposta invenzione. Svanì dunque il trattato con
Spagna, restando però a S. A. S. et al Sig.r Galileo l'intenzion di
promuoverlo altra volta in congiunture migliori.
In tanto le tre comete
che apparvero nel 1618, et in specie quella che si vedde nel segno di
Scorpione, che fu la più conspicua e di più lunga durata, aveva tenuto in
continuo esercizio i primi ingegni d'Europa; tra' quali il Sig.r
Galileo, con tutto che per una lunga e pericolosa malattia, ch'ebbe in quel
tempo, poco potesse osservarla, a richiesta però del Ser.mo Leopoldo
Arciduca d'Austria, che trovandosi allora in Firenze volle onorarlo con la
propria persona visitandolo sino al letto, vi fece intorno particolar
reflessione, conferendo alli amici i suoi sentimenti sopra questa materia: onde
il Sig.r Mario Guiducci, uno de' suoi parzialissimi, compilando
intorno a ciò l'opinioni delli antichi filosofi e moderni astronomi e le
probabili conietture che sovvennero al Sig.r Galileo, scrisse quel
dottissimo Discorso delle Comete che fu impresso in Firenze nel 1619,
dove reprovando tra l'altre alcune opinioni del Matematico del Collegio
Romano9, poco avanti promulgate in una disputa astronomica sopra le
dette comete, diede con esso occasione a tutte le controversie che nacquero in
tal proposito, e di più a tutte le male sodisfazioni che il Sig.r
Galileo da quell'ora sino alli ultimi giorni con eterna persecuzione ricevé in
ogni sua azione e discorso. Poi che il suddetto Matematico, offendendosi fuor
del dovere e contro l'obligo di filosofo che le sue proposizioni non fossero
ammesse senz'altro esame per infallibili e vere, o pure anche invidiando alla
novità de' concetti così dottamente spiegati nel sopradetto Discorso delle
Comete, indi a poco publicò una certa sua Libra astronomica e filosofica, mascherata con finto nome di Lotario Sarsio
Sigensano, nella quale trattando con termini poco discreti il Sig.r
Mario Guiducci e con molesti punture il Sig.r Galileo, necessitò
questo a rispondere col suo Saggiatore, scritto in forma di lettera al
Sig.r D. Virginio Cesarini, stampato in Roma nel 1623 dalli
Accademici Lincei e dedicato al Sommo Pontefice Urbano Ottavo; per la qual
opera chiaramente si scorge, quanto si deva alle persecuzioni delli emuli del
Sig.r Galileo, ch'in certo modo sono stati autori di grandissimi
acquisti in filosofia, destando in quello concetti altissimi e peregrine
speculazioni, delle quali per altro saremmo forse restati privi.
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