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Vincenzo Viviani
Vita di Galileo Galilei

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  • XI
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XI

Ben è vero, all'incontro, che le calunnie e contradizioni de' suoi nemici et oppositori, che poi lo tennero quasi sempre angustiato, lo resero ancora assai ritenuto nel perfezionare e dar fuori l'opere sue principali di più maravigliosa dottrina. Che però non prima che dell'anno 1632 publicò il Dialogo de' due Massimi Sistemi Tolemaico e Copernicano, per il soggetto del quale, sin dal principio che andò lettore a Padova, aveva di continuo osservato e filosofato, indottovi particolarmente dal concetto che gli sovvenne per salvare con i supposti moti diurno et annuo, attribuiti alla terra, il flusso e reflusso del mare, mentre era in Venezia; dove insieme col Sig.r Gio. Francesco Sagredo, signore principalissimo di quella Republica, di acutissimo ingegno, e con altri nobili suoi aderenti trovandosi frequentemente a congresso, furono, oltre alle nuove speculazioni promosse dal Sig.r Galileo intorno alli effetti e proporzioni de' moti naturali, severamente discussi i gran problemi della constituzione dell'universo e delle reciprocazioni del mare: intorno al quale accidente egli poi nel 1616, che si trovò in Roma, scrisse ad instanza dell'Emin.mo Card.le Orsino un assai lungo Discorso, che andava in volta privatamente, diretto al medesimo Sig.r Cardinale. Ma presentendo che della dottrina di questo suo trattato, fondata sopra l'assunto del moto della terra, si trovava alcuno che si faceva autore, si risolse di inserirla nella detta opera del Sistema, portando insieme, indeterminatamente per l'una parte e per l'altra, quelle considerazioni che, avanti e dopo i suoi nuovi scoprimenti nel cielo, gl'erano sovvenute in comprobazione dell'opinione Copernicana e le altre solite addursi in difesa della posizione Tolemaica, quali tutte, ad  instanza di gran personaggi egli aveva raccolte, et ad imitazione di Platone spiegate in dialogo, introducendo quivi a parlare il suddetto Sig.r Sagredo et il Sig.r Filippo Salviati, soggetti di vivacissimo spirito, d'ingegno libero e suoi carissimi confidenti.

Ma essendosi già il Sig.r Galileo per l'altre sue ammirabili speculazioni con immortal fama sin al cielo inalzato, e con tante novità acquistatosi tra gl'uomini del divino, permesse l'Eterna Providenza ch'ei dimostrasse l'umanità sua con l'errare, mentre nella discussione de' due sistemi si dimostrò più aderente all'ipotesi Copernicana, già dannata da S. Chiesa come repugnante alla Divina Scrittura. Fu perciò il Sig.r Galileo, dopo la publicazione de' suoi Dialogi, chiamato a Roma dalla Congregazione del S. Offizio: dove giunto intorno alli 10 di Febbraio 1632 ab Incarnatione, dalla somma clemenza di quel Tribunale e del Sovrano Pontefice Urbano Ottavo, che già per altro lo conosceva troppo benemerito alla republica de' letterati, fu arrestato nel delizioso palazzo della Trinità de' Monti appresso l'ambasciador di Toscana, et in breve (essendogli dimostrato il suo errore) retrattò, come vero catolico, questa sua opinione; ma in pena gli fu proibito il suo Dialogo, e dopo cinque mesi licenziato di Roma (in tempo che la città di Firenze era infetta di peste), gli fu destinata per arresto, con generosa pietà, l'abitazione del più caro et stimato amico ch'avesse nella città di Siena, che fu Mons.r Arcivescovo Piccolomini: della qual gentilissima conversazione egli godé con tanta quiete e satisfazione dell'animo, che quivi ripigliando i suoi studii trovò e dimostrò gran parte delle conclusioni meccaniche sopra la materia delle resistenze de' solidi, con altre speculazioni; e dopo cinque mesi in circa, cessata affatto la pestilenza nella sua patria, verso il principio di Dicembre del 1633 da S. S. gli fu permutata la strettezza di quella casa nella libertà della campagna, da esso tanto gradita: onde tornò alla sua villa d'Arcetri, nella quale egli già abitava più del tempo, come situata in buon'aria et assai comoda alla città di Firenze, e perciò facilmente frequentata dalle visite delli amici e domestici, che sempre gli furono di particolar sollievo e consolazione.

Non fu già possibile che quest'opera del Mondano Sistema non capitasse in paesi oltramontani: e perciò indi a poco in Germania fu tradotta e publicata in latino dal suddetto Mattia Berneggero, e da altri nelle lingue franzesi, inglesi e tedesche; et appresso fu stampato in Olanda, con la versione latina fatta da un tal Sig.r Elia Deodati, famosissimo iurisconsulto di Parigi e grandissimo litterato, un tal Discorso scritto già in volgare dal Sig.r Galileo circa l'anno 1615, in forma di lettera indirizzata a Madama Ser.ma Crestina di Lorena, nel tempo in che si trattava in Roma di dichiarare come erronea l'opinione Copernicana e di proibire il libro dell'istesso Copernico: nel qual Discorso intese il Galileo avvertire, quanto fosse pericoloso il valersi de' luoghi della Sacra Scrittura per l'esplicazione di quelli effetti et conclusioni naturali che poi si possino convincer di falsità con sensate esperienze o con necessarie dimostrazioni. Per l'avviso delle quali traduzioni e nuove publicazioni de' suoi scritti restò il Sig.r Galileo grandemente mortificato, prevedendo l'impossibilità di mai più supprimergli, con molti altri ch'egli diceva trovarsi già sparsi per l'Italia e fuori manuscritti, attenenti pure all'istessa materia, fatti da lui in varie occasioni nel corso di quel tempo in che era vissuto nell'opinione d'Aristarco e del Copernico; la quale ultimamente, per l'autorità della romana censura, egli aveva catolicamente abbandonata.




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