|
XVIII
Alle publiche sue
lezzioni di matematica interveniva così gran numero d'uditori, che vive ancor
oggi in Padova la memoria, autenticata da soggetto di singolarissima fama e
dottrina, stato già quivi scolare del Sig.r Galileo, che egli fu necessitato
(e tali son le parole di Mons.r Vescovo Barisone) d'uscire della
scuola destinata alla sua lettura et andare a leggere nella scuola grande delli
artisti, capace di mille persone, e non bastando questa, andare nella scuola
grande de' legisti, maggiore il doppio, e che spesse volte questa ancora era
pienissima; al qual concorso et applauso niun altro lettore in quello Studio
(ancorché di professione diversa dalla sua, e perciò dall'universale più
abbracciata) è mai giunto a gran via. Accrescevasi questo grido dal talento
sopranaturale ch'egl'ebbe nell'esaltar le facultà matematiche sopra tutte
l'altre scienze, dimostrando con assai ricca et maestosa maniera le più belle e
curiose conclusioni che trar si possino dalla geometria, esplicandole con maravigliosa
facilità, con utile e diletto insieme delli ascoltanti. E per chiara
confermazione di ciò si consideri la qualità de' personaggi che in Padova gli
voller esser discepoli; e tralasciando tanti Principi e gran Signori italiani,
franzesi, fiaminghi, boemi, transilvani, inglesi, scozzesi e d'ogn'altra
nazione, sovviemmi aver inteso ch'il gran Gustavo re di Svezia, che fu poi
fulmine della guerra, nel viaggio che da giovane fece incognito per l'Italia,
giunto a Padova vi si fermò con la sua comitiva per molti mesi, trattenutovi
principalmente dalle nuove e peregrine speculazioni e curiosissimi problemi che
giornalmente venivano promossi e risoluti dal Sig.r Galileo nelle
pubbliche lezzioni e ne' particolari congressi, con ammirazione de'
circostanti; e volle nell'istessa casa di lui (con l'interesse d'esercitarsi
insieme nelle vaghezze della lingua toscana) sentire l'esplicazione della
sfera, le fortificazioni, la prospettiva e l'uso di alcuni strumenti geometrici
e militari, con applicazione et assiduità di vero discepolo, discoprendogli in
fine con amplissimi doni quella regia maestà ch'egli s'era proposto di
occultare.
Fuori di Padova poi, nel
tempo delle vacanze di Studio, e prima nell'estate del 1605, il Ser.mo
D. Cosimo, allora Principe di Toscana, volle pur sentire l'esplicazione del suo
Compasso, continuando poi il Sig.r Galileo per molti anni in quella
stagione ad instruire nelle matematiche il medesimo Serenissimo, mentre già era
Gran Duca, e con l'Altezza Sua gl'altri Ser.mi Principi D. Francesco
e D. Lorenzo.
Tra i professori di
matematica suoi discepoli, ne usciron cinque famosi lettori publici di Roma,
Pisa e Bologna13. A questi soleva dire ch'eglino con maggior ragione
dovevano render grazie a Dio et alla natura, che gl'avesse dotati d'un
privilegio sol conceduto a quei della lor professione, che era di potere con
sicurezza giudicar del talento et abilità di quelli uomini i quali, applicati
alla geometria, si facevano loro uditori; poi che la pietra lavagna, sopra la
quale si disegnano le figure geometriche, era la pietra del paragone delli ingegni, e quelli che non riuscivano a
tal cimento si potevano licenziare non solo come inetti al filosofare, ma
com'inabili ancora a qualunque maneggio o esercizio nella vita civile.
Quanto queste virtuose
doti et eminenti prerogative, ch'in eccesso risplenderono nel Sig.r
Galileo, fossero in ogni tempo conosciute et ammirate dal mondo con evidenti
dimostrazioni di stima, scorgesi dalli amplissimi onori di richieste e regali
fattigli in varie occasioni da i più insigni litterati d'Europa, da i Ser.mi
Duchi di Parma, Baviera, Mantova e Modena, da i Ser.mi Arciduchi
d'Austria Leopoldo e Carlo, da tanti Ill.mi et Emin.mi
Prelati e Cardinali, dalle Ser.me e Potentiss.me
Republiche di Venezia e d'Olanda, dalli invittissimi Re Vladislao di Pollonia e
Gustavo di Svezia, dalla Maestà Catolica del Re di Spagna e dalli Augustissimi
Imperadori Ridolfo, Mattia e Ferdinando, e da tanti altri Signori, Principi e
Potentati.
|