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III
La scienza potè illustrare, ma non potè rigenerare la
vita greca e la vita romana. Non potè, e credette di poterlo, e questa fede fu
la sua forza. La verità ch'ella cercava, le sarebbe parsa cosa spregevole, se
non avesse avuto fiducia di trasportarla nella vita. Platone vede nella scienza
un istrumento etico, e mira alla educazione della gioventù e alla prosperità
dello stato, e perchè l'arte gli pare corruttrice, sbandisce l'arte. Anche
Aristotile pone l'etica a fine supremo della scienza, e perdona all'arte,
perchè ci trova un fine etico, la purgazione delle passioni. Socrate confida di
potere ammaestrando la gioventù abbattere i sofisti e restaurare la vita patria.
Ma la sua scienza non era la vita, e la vita fa Alcibiade, il suo discepolo,
che affrettò la patria dissoluzione. Platone va in Siracusa, chiamatovi a
rigenerare quel popolo, e la sua scienza non può ritardare di un minuto il
corso della storia. Più la vita si fa molle, e più la scienza si fa rigida; nel
loro cammino si discostano sempre più, senz'alcuna reciprocanza d'azione; di
rimpetto alla vasta corruzione dell'impero sorgono accigliati gli stoici. Lo
stoicismo potè guadagnare a sè individui, ma non potè formare o riformare
alcuna società, anzi esso fu la scienza della disperazione, la consacrazione
della dissoluzione sociale, il si salvi chi può, il Savio ritirato in sè
stesso, impassibile alle vicissitudini del mondo esterno, disertore della
società. La scienza operava sopra un mondo già corrotto, dove la libertà
divenuta licenza avea prodotto il dispotismo, e dove le varie stirpi erano
unificate dalla conquista, venute meno le differenze e le energie focali. Essa
fu buona a sistemare e organare quel vasto insieme, e a introdurvi ordini e
leggi stabili, che sono anche ogni documento dell'antica grandezza. Ma in quel
sapiente meccanismo non potè spirare uno spirito nuovo, non restaurare le forze
morali e organiche; lavorava nelle alte cime, già logore e guaste, e trascurava
la base, quegl'infimi strati sociali, dove le forze morali erano ancora latenti
e intere, e dove operavano con più efficacia i seguaci di Cristo. Un giorno la
Scienza salì nella Reggia, si pose accanto a Luciano, ebbe in sua mano tutte le
forze e non potè nè arrestare la dissoluzione della vita pagana, nè rallentare
la formazione della vita cristiana. Pure che orgoglio menava quella società
della sua scienza! con qual disprezzo trattava i barbari! e come avrebbero
sorriso, se qualche malaugurato profeta avesse lor detto, che que' barbari
erano i predestinati loro eredi e loro padroni!
Cessata la barbarie, rinasce la fiducia nella scienza,
e se ne attendono miracoli. L'ideale è Beatrice, Fede che è scienza, e Scienza
che è fede. La vita é un inferno, che la scienza di grado in grado trasforma in
paradiso. E il Paradiso è la Monarchia universale, il regno della giustizia e
della pace, dove la scienza riconosce sè stessa. Venne il Risorgimento, e la
scienza credette davvero di poter ristaurare la vita. La scienza si chiamava
Machiavelli, Campanella, Sarpi; e la vita fu Cesare Borgia, Leone decimo e
Filippo Secondo. I pensieri rimasero pensieri, e i fatti rimasero fatti. Ultimo
raggio di una vita gloriosa che rifletteva sè stessa nell'arte, produsse una
forma limpida e bella, segnata qua e là di tristezza e d'ironia, come sentisse
di essere non altro che forma, vuota di ogni contenuto e d'ogni organismo.
Quella che chiamò sua età dell'oro, fiorente di studi, di arti, di scienze, fu
la splendida età del suo tramonto, fu il sonno di Michelangiolo e fu la
tristezza di Machiavelli.
Più tardi, la scienza opera come religione, diviene un
apostolato, si propaga ne' popoli, trova il suo centro di espansione nello
spirito francese, e provoca un movimento memorabile, di cui oggi ancora
continuano le oscillazioni. Nasce una nuova società, si forma una nuova vita;
la scienza ha anche lei i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi legislatori, il
suo catechismo, e penetra dappertutto, nella religione nella morale, nel
dritto, nell'arte, ne' sistemi politici, economici, amministrativi, s'infiltra
in tutte le istituzioni sociali. Ma era scienza, e operò come scienza. Credette
che rinnovare la vita fosso il medesimo, che rinnovare le idee, e conoscere
fosse il medesimo che potere. Applicò la sua logica alla vita, fatale e
inesorabile, come una conseguenza, date le premesse. Cercò le premesse ne' suoi
principii e nelle sue formole, non nelle condizioni reali ed effettive della
vita. Avvezza a trattare il mondo meccanico come cosa sua, trattò l'organismo
sociale come un meccanismo, e trattò gli uomini come pedine, ch'ella potesse
disporre secondo il suo giuoco. Concepì la vita come fosse ideale scientifico,
e tutto guardando attraverso a quell'ideale, indebolì, volendo perfezionarli,
tutti gli organismi sociali, religione, arte, società, e lo stato e la
famiglia. Quando la vita così conculcata reagì, ella in nome della libertà
uccise la libertà, in nome della natura snaturò gli uomini, e volendo per forza
renderli uguali e fratelli, era la scienza e divenne la forza, era la cima, e
non si brigò della base, e la base un bel dì fè una scrollatina e s'inghiottì
la cima. Così sparve il regno della filosofia; la vita si vendicò e la chiamò
per disprezzo ideologia; si credette un po' meno alle idee e un po' più alle
cose. Più viva era stata la fede nella scienza, più acerbo fu il disinganno. E
se ne cavò questa dura verità: la Scienza non è la vita.
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