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IX
La scienza ha prodotto presso di noi due grandi cose,
l'unità della patria e la libertà. Dico la scienza, perchè è lei, che ha scosse
le alte cime della società, e le ha messe in movimento, tirandosi appresso e
galvanizzando la restante materia. L'unità della patria è la concentrazione di tutte
le forze, e la libertà è lo sviluppo di quelle secondo il processo della natura
e della storia, è la loro autonomia e la loro indipendenza. Grandi cose son
queste, idee semplici, accessibili, che non hanno bisogno di libri e di scuole,
sono istrumenti del lavoro, ma non sono il lavoro; sono forme che si putrefanno
presto, ove ivi dentro non è una materia che si mova. Che cosa è l'Italia senza
italiani? Che cosa è la libertà senza uomini liberi? Sono forme senza
contenuto, nomi senza soggetto; sono il prete senza fede, sono il soldato senza
patria.
Anche nella vita ci è il pensiero, un pensiero
latente, lenta formazione de' secoli, che riproduce e trasmette sè nelle
generazioni mescolato co' succhi generativi. La vita si rinnova nell'alto, e
questo pensiero scava il suo letto più profondo, e si abbarbica ne' cervelli,
come quercia nel suolo, e non si move più, rimane incastrato, stagnante,
passivo, rimane la mano morta della vita. Noi non siamo penetrati in questo
pensiero, ci abbiamo solo sovrapposto il nostro pensiero, e prima abbiamo
pesato troppo, e quello ha mosse le spalle e lo ha gittato giù. Poi, fatti
savii e abili, vogliamo vivere in buona pace l'uno accanto all'altro, e gli
diamo la libertà e gli diciamo: muoviti e cammina; e quello risponde con
l'apatia, e se lo punzecchiate troppo, si moverà e camminerà contro di voi,
ravviluppato più fieramente in sè stesso. La libertà non giova a quello, e non
giova neppure a noi; perchè il nostro pensiero, come stanco della lunga
produzione, non sa più qual uso farsene. Perciò la sua forza d' azione è
divenuta inferiore a quella forza di resistenza. Quel pensiero è insieme
volontà, abitudine, storia, tradizione, tutta la vita. Può dirsi il medesimo
del vostro pensiero, nato ieri, appena e male assiso nel vostro intelletto, e
che non è ancora in noi volontà, sentimento, fede, immaginazione, coraggio,
iniziativa, disciplina, non è ancora energia? Quel pensiero voi potete
schernirlo, ma è più forte di voi, perchè sente, immagina crede, fa quello che
pensa. Dicono: lasciamo fare allo spirito del mondo. Abbiamo fede nel
progresso. Il tempo e la libertà matura tutto. Certamente. Anche io ho fede nel
progresso dell'umanità, ma non nel progresso delle nazioni, e se il processo è
di dissoluzione, il tempo e la libertà non matura che la morte. E poniamo pure
che la società sia sana ed abbia le sue forze intatte; ma dunque la scienza non
è parte anche lei di questo spirito del mondo? Un tempo tutto era lei, e oggi
sarà divenuta semplice spettatrice della storia, e abdicherà ad ogni suo potere
sopra questa pianta che si chiama uomo, e la sua ultima conclusione sarà:
lasciamo fare e lasciamo passare? Lei ha potuto costringere la natura a
camminare più rapida, ha creato il vapore; e quando si tratta dell'uomo ora,
che il movimento sociale è accelerato, ora che i secoli si chiamano decennii,
attenderà tra noi che il tempo faccia il suo comodo e maturi quando gli viene?
La libertà di tutti o per tutti è oramai un punto
acquisito, già oltrepassato dalla scienza, non contrastato più invocato anche
dagli avversarii. La missione della scienza è oggi di dare a questa libertà un
contenuto, di darle il suo contenuto, non invadendo le altre sfere della vita,
ma lavorando ivi dentro e trasformandole. Abbiamo già un contenuto scientifico,
un complesso d'idee, che chiamiamo lo spirito nuovo. Ciò che rimane è che sia
davvero spirito. La scienza continuerà nelle sue alte regioni il suo processo
di elaborazione e di formazione; ma ciò che urge, è che ella mi crei questo
spirito nuovo. I milioni di analfabeti scossero un giorno le nostre fibre.
Illuminiamo gl'intelletti, sentii dire; qui è il rimedio. Leggere e scrivere,
far di conti, un libriccino de' doveri e delle creanze, storie e favolette, e
la scienza penetrerà ne' più bassi fondi della vita e se li assimilerà. Or
questa istruzione, mi contenta assai mediocremente. Credete voi, Signori, che i
romani degeneri non avevano libri e scuole? o che loro mancavano trattati di
morale, pratiche religiose, e storie dì uomini illustri? I giovani romani
andavano in Atene ad imparare virtù e libertà, e tornavano retori e accademici.
E gli accademici, come Cicerone, erano gli eclettici e i temperati di quel
tempo, che tenendosi in bilico tra stoici ed epicurei rimanevano in quella
mezzanità che meglio rispondeva alla bassa temperatura sociale, e lasciavano
fare, e lasciavano passare insino a che vinto ogni ritegno, la società si
chiarì epicurea e materialista. Questo non diceva loro il libro: anzi il libro
parlava savio; il libro parlava, e la corrotta natura operava. Or questo è
appunto il tarlo, che ha roso l'antica nostra società, e che noi chiamiamo la
decadenza: altro pensare e altro fare. E noi che abbiamo tanta fede;
nell'istruzione, dobbiamo domandarci, se siamo davvero tornati giovani, e se
quella decadenza non ci ha lasciato niente nelle ossa e nel cuore, se noi
serbiamo intatte le nostre forze fisiche e morali. Ma se il nostro male è
l'anemia, se ci è bisogno una cura ricostituente e corroborante, l'istruzione
può illuminare il nostro intelletto, non può sanare la nostra volontà. E poi,
quando dentro è difetto di calore, già non produrremo noi nè scienza, nè
istruzione. Avremo una scienza di riflesso, non figlia nostra, non forma del
nostro cervello, ma venutaci, secondo la moda, di Francia e di Alemagna, e
prima di fare noi, ci domanderemo: cosa fanno gl'inglesi, e cosa fanno gli
americani. Non che sentire il pungolo della vergogna, ma ci consoleremo e ci
applaudiremo, proclamando che la scienza non ha patria, e bisogna pigliarla
dov'è, e quando altrove è bella e fatta, è inutile stillarci noi il cervello. E
non è vero. La scienza non può germogliare senza una patria, che le dà la sua
fisonomia e la sua originalità. E là dove cresce bastarda e presa ad
imprestito, non ha fisonomia, e rimane fuori di noi, non opera in noi, non
riscalda il cervello. Non produrremo la scienza e non produrremo l'istruzione.
Accetteremo dal di fuori metodi e libri, costituzioni, ordinamenti e leggi, e
spesso piglieremo un abito, quando là dov'è nato è già logoro e messo fra'
cenci. Così tutto è mezzanità, mezza istruzione, mezze idee. La scienza. è
sistema com'è la vita, le migliori verità sono falsità, se non sono nella mente
coordinate e limitate. Idea intera è idea nel sistema; mezza idea è idea
scappata dal centro, e presa per sè è cosi vera lei, come è vera l'opposta.
Onde società e individui, divenute cervelli centrifughi, passano con facilità
dall'una all'altra, e oggi gridano libertà, e domani gridano autorità. La
nostra vita è a pezzi, a ritagli, con molto di nuovo nelle parole, con molto di
vecchio ne' costumi e nelle opere, sicché dentro di noi non è serio nè quel
nuovo, nè quel vecchio. Tale è la vita e tale è la scienza. E posso dire il
contrario: tale la scienza, tale la vita; perché la scienza è la vita che si riflette
nel cervello, è il prodotto della stessa materia, e se la vita è guasta, la
scienza è guasta, e non che faccia miracoli, ma non può fare neppure il
miracolo di avviarci alla vera scienza, a' sodi e serii studii. Piccola azione
dunque avrà sulla vita questa scienza e questa istruzione. E quando pure sia
istruzione soda e intera, già non guarirà il nostro male che ha la sua sede
nella fiacchezza della fibra e nella debolezza delle forze morali. Conoscere
non è potere. Vagheggiamo non so che enciclopedico nella gioventù, abbiamo
aumentata la serie delle sue conoscenze e non perciò abbiamo aumentata nè la
forza del cervello, nè la forza del carattere. Con questi preludii allarghiamo
la nostra azione anche alle basse classi, vogliamo spandere i lumi del secolo,
come si dice, spezzare a quelle il pane della scienza, ed è venuta su una
letteratura popolare, tutta smancerie e tutta fiorentinerie, tutta diminutivi,
e in una forma da commedia che chiamano lingua toscana un accozzame di roba
filosofica e di roba cattolica, l'ateo e la suora di carità a braccetto. Così
noi pensiamo fortiter et suaviter d'insinuarci nel cuore del popolo,
come già il demonio nel cuore di Eva, e fargli gustare il frutto proibito senza
troppe grida del babbo e del prete, e vogliamo insegnare la verità col mezzo
della menzogna, inculchiamo negli altri certe idee, di cui ci beffiamo nel
secreto della coscienza, e gridiamo contro i preti, e ci mettiamo sul capo il
berretto del prete. Così fortificheremo la fibra, rialzeremo i caratteri e
formeremo l'uomo. A questo gioco si corrompe maestro e scolare, borghesia e
popolo, l'una ipocrita e beffarda, 1'altro che sopra un fondo vecchio metterà
una vernice di nuovo. Quel fondo vecchio, quel pensiero secolare resisterà.
Potete ben cacciare certe idee e mettercene altre, potete mutar nomi e forme, e
quel figlio de' secoli metterà il capo fuori a traverso di quelle, e dirà a
Bruto: ti facciamo Cesare, e dirà alla Ragione: ti facciamo una Dea.
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