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I
DIALOGO TRA A. E D 1.
D.
Fino a Zurigo?
A.
Che volete! Si viaggia per acquistare idee.
D.
Sí che a quest’ora devi averne piene le tasche.
A.
Vuoi dire i taccuini. Eccone qui uno ancor tutto bianco, che m’aiuterai a
riempire. Cosa sono questi libri?
D. Arturo Schopenhauer.
A.
Chi è costui?
D.
Il filosofo dell’avvenire. In Germania ci sono i grandi uomini del presente e i
grandi uomini dell’avvenire, gl’incompresi. Fra questi è Schopenhauer.
A.
Non ho mai inteso questo nome.
D.
Lo intenderanno i tuoi nipoti. La verità cammina a piè zoppo, ma pur giunge.
A. E
tu studii tutta questa roba?
D. Da
tre mesi, mio caro. Ho promesso un articolo alla Rivista contemporanea.
A. E
per un articolo studii tre mesi? Sei troppo semplice.
Piú studii un autore e piú ti s’intenebra. E fosse qualcosa di sodo! Un
trattato di filosofia!
D.
Dispregi la filosofia?
A.
Un giorno ebbi anch’io un certo ticchio. Studiai filosofia, poesia, storia; mi
pareva che ad esser Platone bastasse impararlo a mente; feci inni, novelle,
dissertazioni; mi si batterono parecchie volte le mani; credevo di divenire un
Cantú o per lo meno un Prati. Ma un bel dí che mi sfiatavo a dimostrare l’idea,
quel brutto ceffo di Campagna 2, giá qui nessuno ci sente, mi fece una
contro-dimostrazione. E quando vidi per terra, miserabile vista!, la mia con
tante cure coltivata barba, parvemi che insieme coi peli si dileguassero ad una
ad una tutte le mie idee. Miracolose forbici che operarono la mia conversione.
Ero un ragazzo; divenni un uomo. Alla filosofia non ci credo piú, e mi son fatto
astronomo. De Gasparis l’ha indovinata: cavaliere, professore, e quattrini
assai. Parliamo delle stelle, e lasciamo stare la terra. La filosofia mena
diritto un galantuomo a farsi impiccare.
D.
Sicché alla filosofia ci credono i ragazzi.
A. I
ragazzi ed i pazzi. Come oggi ridiamo delle puerili spiegazioni che gli antichi
filosofi davano del mondo, cosí rideranno i posteri di tutto questo fracasso
che si fa attorno all’idea. La teologia e la filosofia sono destinate a sparire
innanzi al progresso delle scienze naturali, com’è sparita l’astrologia, la
magia, ecc. Più s’avanza l’osservazione, e piú si restringe il cerchio della
speculazione. Molte cose appartenevano alla teologia ed alla filosofia, che ora
appartengono alla fisica, alla chimica, all’astronomia, alle matematiche. Il
sole un giorno era Apollo, e faceva parte della mitologia; poi con Pitagora
entrò in filosofia, e diventò musico e ballerino. Un buon telescopio ha posto
fine a tutte queste sciocchezze. Quando una cosa io non la so,, in luogo di
almanaccare e stillarmi il cervello, in luogo di spiegare un mistero con altri
misteri piú tenebrosi, teologici o filosofici, io dico alla buona:- Non la
so -. Se tutto il tempo che si è perduto in queste fantasie si fosse speso a
coltivar le scienze naturali, saremmo piú innanzi. Sei divenuto pensoso.
D.
Eppure questo secolo cominciò con tanta fede, con tanto fervore; appena è
varcata la metà, e la piú parte pensano come te.
A.
Segno che facciamo senno. Mi viene a ridere quando penso a tutti quei
professoroni con i loro sistemi. Due buone cannonate hanno fatto fuggire le
idee. Chi vuoi che ci creda piú? Per me, quando nomino l’idea, mi par di vedere
Campagna con le forbici. È stata una rivoluzione di professori e di scolari.
Chi vuoi che creda piú a’ professori? E vedi un po’. Le idee ci hanno piantato
e si sono messe a’ servigi dei vincitori, che le fanno sbucar fuori, questa o
quella, secondo che loro torna. Si fa guerra alla Russia, ed ecco uscir fuori
la civiltà.. Si fa un colpo di Stato, ed il progresso lo copre della sua ombra.
Si fa la caccia agli emigrati, ed ecco l’ordine che ti saluta. Siamo burattini
fatti ballare a grado altrui, e, vedi ironia!, in nome delle idee difese, messe
su da noi stessi. Qual credito possono avere piú queste idee, una volta si
belle, ora fatte vecchie e mezzane?
D.
Arturo Schopenhauer è proprio il fatto tuo.
A.
Ancora con questo Arturo Schopenhauer! Ti ho detto giá in qual conto ho
filosofi e filosofie. L’idea non me la fa piú.
D.
Ma Schopenhauer è nemico dell’idea.
A.
Una filosofia senza l’idea! Mi pare impossibile. Comincio a stimare
Schopenhauer.
D.
Non solo; ma è d’accordo con te in molte cose; così la filosofia, secondo lui,
non si dee occupare di quello che è al di lá dell’esperienza, come che cosa è
il mondo, onde viene, dove va, ecc. La sua materia non è il che, ma il come:
quello solo è conoscibile che è osservabile.
A.
Bravo, san Tommaso. Vedere e toccare. Siamo giá in piena storia naturale. Ma
Dio, con qual telescopio osserverà Dio?
D.
Ma Dio va con tutte le cose che sono fuori della esperienza. Schopenhauer
dice:- Ragioniamo sulle cose di cui possiamo avere esperienza, e tutto il
resto lasciamolo in pace: ché è un perder tempo -. Proudhon è anche di questo
avviso.
A.
Bravissimo Cosi staremo in pace co’ preti. La filosofia dopo tante millanterie
batte in ritirata. Cosa è il mondo, onde viene, dove va, ce lo diranno i preti.
Il giorno che i filosofi sottoscriveranno quest’atto di abdicazione, vorrá
esser una gran festa a Roma. Bene sta. Lasciamo che il padre Curci ci spieghi
il catechismo, e noi occupiamoci di fisica, di chimica, d’astronomia: ché non
si corre pericolo. Schopenhauer comincia a piacermi.
D.
Poiché debbo fare l’articolo, e dobbiamo pur chiacchierare di qualche cosa, ti
voglio esporre il sistema di Schopenhauer.
A.
Caro mio, tu mi tenti. Infine è una filosofia. E ti vo’ fare un’osservazione
Tutti questi filosofi moderni s’accapigliano, si fanno il viso dell’arme, ma in
sostanza s’accordano in certe massime che odorano di patibolo. Robespierre, o
chi altro, scoperse il segreto con la sua dea Ragione. Hanno fatto della
Ragione una specie di governatore: la Ragione governa il mondo. Questa è la
mala radice da cui è germogliata la teorica del progresso, il mondo
divinizzato, il trionfo dell’idea, il tutto per lo meglio del dottor Pangloss,
l’inviolabilitá e la dignitá umana, la libertá e simili spaventi. E dire ch’io
ho creduto a tutto questo, e sono stato lì lì per metterci la pelle.
Dimenticavo la teorica del sacrificio e come qualmente l’individuo deve
lasciarsi ammazzare a maggior gloria e prosperitá della specie. Spremi, spremi,
e dimmi se non è questo il succo di tutte le filosofie moderne. Chi te lo dice
sfacciatamente; chi ti adduce de’ temperamenti; chi vien fuori con l’ente possibile;
chi con l’ente creato, chi con l’ente logico, chi con l’intuizione, chi con la
dimostrazione, chi col processo dialettico; l’uno è ontologo e l’altro è
psicologo; questi è realista, quegli è idealista; signori filosofi, guardatevi
pure in cagnesco, ma non mi ci cogliete: siete tutti d’una pasta.
D. E
non vedi che questo è appunto il maggior titolo di lode che dar si possa al
nostro secolo, questa unanimitá di dottrina sotto la corteccia di tante
differenze, professata da filosofi, rappresentata dall’arte, infiltratasi nella
scienza, entrata nella storia, attestata dal martirio, sicché è divenuta in
certo modo la religione, la fede, il carattere, e, direi, l’anima del nostro
tempo? I posteri non potranno ricusare ammirazione ad un secolo che ha
professata una filosofia cosí nobile, che l’ha vivificata con la fede, e l’ha
suggellata col sangue. È difficile trovare due generazioni di uomini cosí
eroiche, operose e credenti, come quelle dell’Ottantanove e del Trenta.
A.
Veggo che i fumi del Quarantotto non ti sono sgombri dal capo. Avresti avuto
bisogno di un par di forbici.
D.
Anzi. Debbo questo servigio al tenente duca di San Vito, uno de’ piú istrutti e
cortesi tenenti e duchi del regno 3.
A.
Non credo che i tenenti ed i duchi sieno tenuti ad esser cortesi ed istrutti.
Veggo che sei d’una guarigione disperata. E sì che avresti dovuto col tuo esempio capire che quello che governa il mondo non è
la ragione, ma il duca di San Vito. Bella governatrice ch’è la ragione, o, come
si dice, l’idea! La quale fa la sua apparizione come una cometa, ed alle prime
busse se la batte, lasciando tra guai i suoi fedelissimi sudditi. Dicono che le
busse sono un accidente; quello che non sanno spiegare con l’idea lo chiamano
l’accidente, e l’accidente non ha ragion di essere, gli è come non avvenuto.
Consoliamoci dunque; gl’impiccamenti, gl’imprigionamenti, le mazzate e le
forbiciate non hanno esistito, o, per dir meglio, sono esistite, ma non
dovevano esistere. Accidenti a questi filosofi! I posteri, poiché mi parli di
posteri, dovranno fare le grandi rise, quando penseranno che per una buona metá
di secolo si è creduto all’identitá del pensiero e dell’essere, onde sono
germinate tutte queste belle dottrine. Come se tutte le corbellerie che mi
vanno pel capo, perché le penso, debbono esistere, e come se tutte le cose che
succedono, se non le penso, non esistono, non hanno diritto di esistere, e sono
l’accidente. Ma non si è detta mai una simile assurditá. Le idee voi potete
come pallottole balzarle qua e lá a vostra guisa, perché non hanno cannoni per
difendersi e si contengono le une e le altre, sí che basta cavarne fuori una
perché tutte seguano a modo di processione. I sistemi filosofici mi sembrano de’ castelli di ciottoli, fatti, disfatti,
rifatti in mille guise da’ fanciulli. E fin qui non c’è niente di male, perché,
come il cervello ci è e non si può dargli congedo, è buono che si prenda questo
passatempo. Ma lo scherzo diventa serio quando si confondono le idee con le
cose, e si mette le mani a queste, e si vuol ripetere il giuoco. Perché le cose
hanno i cannoni, e non si lasciano fare; e se ti ci ostini, n’esci col capo
rotto. E finché si tratta di mettere in carta, è fattibile, giacché ciascuna
cosa ti si porge sotto diversi aspetti, e tu puoi tirarla a dritta e a sinistra
e metterla sotto quell’idea che ti piace; ond’è che i fatti sono come quei
poveretti che capitavano sul letto di Procuste, storpiati, stiracchiati; leggi
i filosofi, e lo stesso fatto lo troverai sotto le piú diverse idee, secondo il
bisogno de’ sistemi; e dove non entra, accidente. Bellissimo a scrivere; ma
quando volete venire a’ fatti... È tanto chiaro; e non so capire come non si è
trovato un uomo di polso, un uomo di buon senso che l’avesse detto. È stato un
tempo di una illusione, o piuttosto di una imbecillitá generale.
D.
Ma quest’uomo di polso, quest’uomo di giudizio ci è stato; ed è Arturo
Schopenhauer. Ti maravigli? Credi tu che Arturo sia nato l’altro ieri? Arturo è
nato nel 1788, ed ha pubblicata la sua opera principale, questi due volumi qua,
nel 1819 in Lipsia 4.
E quest’opera fu come la profezia di Cassandra. Regnavano allora sulla scena
Fichte, Schelling, Hegel; il mondo era come sotto un fascino; nessuno badò a
lui. Arturo, gravido d’indignazione, si strinse nelle spalle; e con un riso
sardonico si pose a fare il mercante ed il banchiere, e diceva:- Aspettate
e vedrete -.
A. E
ne abbiamo vedute delle belle. Se avessi avuto il suo giudizio, a quest’ora
avrei anch’io il borsellino pieno. Quanto tempo ho perduto con questi Schelling
ed Hegel, con questi Gioberti e Rosmini, con questi Leroux, Lamennais e Cousin.
E come fantasticavo! Come mi pareva facile capovolgere il mondo con la
bacchetta dell’idea! Vorrei aver vent’anni di meno col giudizio d’ora. Se i
giovani potessero leggere nell’avvenire!
D.
Ma Arturo, giovine ancora, vi lesse con molta chiarezza, e, disprezzando il
disprezzo de’ contemporanei, si appellò all’avvenire. E questo avvenire, dopo
tanti disinganni, sembra sia giunto
oramai, se debbo giudicarne da te e da molti altri che pensano allo stesso
modo.
A. Destino
singolare dell’uomo, che non comprende il vero se non quando è troppo tardi.
E quando
Del vergognoso errore
A pentir s’incomincia, allor si muore.
Metastasio è una penna d’oro, e il suo buon
senso val piú che l’intuizione e la dialettica. Fossi rimaso col mio Metastasio
che mi pose in mano un dabben zio! Ma sai cosa è. I propagatori del falso sono
animati da un genio direi infernale, e sanno a maraviglia l’arte di menar pel
naso i gonzi, che sono i piú; laddove l’amico della veritá è modesto, semplice e non ha fortuna.
D. È
proprio il caso. Senti in che modo Schopenhauer stesso spiega il perché del
lungo obblio in che lo hanno tenuto i contemporanei Si sono scritte tante
storie di filosofia, ed in tutte trovi fatta menzione di mediocrissimi, e di
Schopenhauer non una parola: diresti che ne abbiano paura. E ti vien sospetto
che sotto ci giaccia una cospirazione, la più formidabile che possa uccidere un
uomo, quella del silenzio. D’altra parte in tutte si fa molto strepito intorno a
Fichte, Schelling, Hegel vantati come gli educatori del genere umano.
A. O
piuttosto i carnefici. Perché sono loro la causa prima per la quale tanta gente
si è ita a fare ammazzare. Ed io, mentre parlavo dell’assoluto, ci ho perduta la
barba.
D.
Ciarlatani e sofisti, dice Schopenhauer 5, e “non filosofi, perché volevano
parere, non essere”, e cercavano non il vero, ma impieghi da’ governi e
quattrini dagli studenti e da’ librai: eccellenti nell’arte di burlare il
pubblico e far valere la loro merce: il che è senza dubbio un merito, ma non
filosofico. Ora si danno l’aria della passione, ora della persuasione, ora
della severitá, oscuri, irti di formole, vendevano parole che si battezzavano
per pensieri. Invano cerchi in loro quella tranquilla e chiara esposizione che
è la bellezza del filosofo. Guardano all’effetto; voglion sedurre, trascinare,
prendon tuono da oracolo per darla ad intendere. Kant avea mostrato che il
mondo è un fenomeno del cervello, ma che sotto al fenomeno ci è pure una cosa
in sé, fuori della conoscenza. Qui fu il suo torto; se avesse battezzato questa
cosa in sé, avrebbe posta l’ultima pietra al tempio della filosofia.
A.
Diavolo! Non rimane dunque che battezzare questa cosa in sé?
D.
Certo; e quest’ultima pietra l’ha posta Schopenhauer. Ma senti. Poiché Kant
chiuse la porta, ed ebbe l’imprudenza di annunziare che al di dentro ci stava
la cosa in sé, il trascendente, l’inconoscibile, tutti si posero attorno a
quella porta col desiderio in gola del frutto proibito. Ed eccoti ora i
ciarlatani. Fichte, non discepolo, ma caricatura di Kant, si fa per il primo
innanzi, e dice:- Sciocchi! Lasciate stare quella porta; Kant ha
scherzato; dentro non ci è nulla. La cosa in sé, il vero reale, non esiste;
tutto è prodotto del cervello, dell’io -. E fu Fichte che introdusse nella
filosofia le formole, gli oracoli, tutto l’apparato della ciarlataneria,
condotto a perfezione da Hegel. Ma il nocciolo era troppo grosso, e non si
poteva ingozzare. Ed ecco la gente da capo a picchiare a quella porta e a
dire:- Dateci il reale -. Allora Schelling, piú furbo, disse:- È
inutile che picchiate, lá dentro non ci è nulla. Il reale c’è, e non è bisogno
di andar lá entro a cercarlo. Il reale sta innanzi a voi, e non lo vedete, e
fate come chi ha il cappello in capo e lo va cercando a casa. Ma quello che voi
chiamate l’ideale, è quello appunto che cercate, il reale; il pensiero e
l’essere sono una cosa -.
A.
Eccoci con l’identitá del pensiero e dell’essere, la mala pianta. E fosse
a]meno cosa nuova! Il mio maestro mi citava queste parole di Spinoza:
“Substantia cogitans et substantia extensa una eademque est substantia; ...
mens et corpus una eademque est res”.
D.
Ma vedi il furbo, dice Schopenhauer. Kant oppone il fenomeno alla cosa in sé;
ed egli per disviare il pubblico dalla cosa in sé vi sostituisce a poco a poco
il pensiero e l’essere; e ti cambia le carte in mano. Ma la gente se ne accorse,
ed andavano cercando il reale nell’ideale, e non lo trovavano.- Io lo veggo,
io, diceva egli, perché io ho un buon cannocchiale, che si chiama l’intuizione
intellettuale; e se voi non lo vedete, strofinatevi gli occhi. - Hegel ebbe
pietá di quei poveri occhi, e disse:-Aspettate, ve lo voglio far vedere anche
ad occhi chiusi -. E propose il processo dialettico. Vale a dire tolse il
pensiero dal cervello, e ne fece la cosa in sé, l’assoluto, l’idea, dotata di
una irrequietezza interna, che non le lascia mai requie, un essere vero e vivo,
che per proprio impulso e secondo le sue leggi evolutive cammina, cammina
attraverso i secoli. Cosí predicata con isfacciataggine, creduta con
melensaggine, fu accreditata la dottrina dell’idea. Hegel diede al mondo tutte
le qualitá, compresa l’onniscienza, che si attribuivano a Dio; e, confondendo
la metafisica con la logica, fece dell’universo una logica animata.
A.
Che i governi hanno dispersa a colpi di bombe, di fucili, di forbici.
D.
Fichte fu la caricatura di Kant; Hegel fu il buffone di Schelling, e lo ha
fatto ridicolo con quell’idea che si move da sé, con quei concetti che
diventano, con quelle contraddizioni che generano. Volete istupidire un
giovane, renderlo per sempre inetto
a pensare? Mettetegli in mano un libro di Hegel. E quando leggerá che l’essere
è il nulla, che l’infinito è il finito, che il generale è il particolare, che
la storia è un sillogismo, finirá con l’andare nello spedale dei pazzi...
A. O
nella Vicaria a fare un sillogismo co’ ladri; che per poco non ci capitai io.
Dagli, dagli, Schopenhauer.
D.
Hegel è il gran peccatore, e Schopenhauer ce l’ha con lui principalmente. Il
peccato di Fichte6 è di
essersi spacciato discepolo di Kant, ed Arturo se la piglia col pubblico, che
non può pronunziare mai Kant senza appiccargli sul dosso Fichte, pubblico dalle
orecchie di Mida, indegno di Kant, inetto a mai comprenderlo, che gli pone
allato, anzi al di sopra, Fichte, come colui che ha non pur continuato, ma
recato a perfezione quello che Kant ha cominciato. Cosí è avvenuto che oggi si
dice Kant e Fichte, e si dovrebbe dire Kant e Schopenhauer: il primo gran
peccato del secolo. Il secondo peccato lo ha fatto Schelling. La filosofia avea
trovate le sue fondamenta, grazie a Locke e Kant, riposando sull’assoluta
differenza del reale e dell’ideale; ed eccoti Schelling che ti fa proprio il
rovescio, e confonde bianco e nero, e ti gitta reale e ideale nell’abisso della
sua assoluta identitá. Di qui errori sopra errori; sparsa la mala semenza, n’è nata la corruzione, il pervertimento
della filosofia. Il peccato di Schelling è grosso, ma, come ti dicevo, Hegel è
il gran peccatore, perché l’intuizione intellettuale difficilmente sarebbe
andata in capo al pubblico; dove Hegel col suo processo dialettico ha dato
un’apparenza di armonia a questo mostro filosofico, ne è stato l’ordinatore e
l’architetto, ha reso curabile il peccato. E Schopenhauer te lo concia per le
feste. Ciarlatano, insipido, stupido, stomachevole, ignorante, la cui
sfacciataggine è stata gridata saggezza da’ suoi codardi seguaci, vero autore
della corruzione intellettuale del secolo. E qui Schopenhauer non può contenere
la sua indignazione: “O ammiratori di questa filosofia...”. Come ti dirò? Non
ti posso tradurre l’energico epiteto che Arturo appicca a questa filosofia; la
lingua italiana è pudica...
A.
Ma pure!
D.
Poiché sei curioso, ricordati l’epiteto che Dante appicca alle unghie di Taide,
ed avrai un equivalente. “Oh ammiratori, grida Schopenhauer, il disprezzo dei
posteri vi attende, e giá ne sento il preludio! E tu, pubblico, tu hai potuto
per trent’anni tener le mie opere per niente, e per meno che niente, mentre
onoravi, divinizzavi una filosofia malvagia, assurda, stupida, vigliacca! L’uno
degno dell’altra. Andate dagli imbecilli e fatevi lodare. Furbi, stupidi
venduti, ignoranti ciarlatani, senza spirito e senza merito, ecco quello che è
tedesco; non uomini come me. Questa è la testimonianza che innanzi di morire vi
lascio. È una disgrazia, dice Wieland, l’esser nato tedesco; Bürger, Mozart,
Beethoven ed altri avrebbero detto lo stesso; anche io: “Il n’y a que l’esprit,
qui sent l’esprit’”. Il che significa:- Voi siete degli imbecilli, e non
potete comprendere me, Arturo Schopenhauer -.
A.
Per Dio, mi sento far piccolo, mi sento divenir imbecille.
D.
Comprendi ora perché nessuno ha pensato a lui per lo spazio di trent’anni: i
contemporanei non erano “à sa hauteur”. Preferivano i sofisti e i ciarlatani.
La nuova generazione, piú intelligente, ha gittato via Hegel come un cencio, e
si fa intorno ad Arturo. Se vai a Francfort, entra nel grande albergo, e vedrai
quanti uffiziali austriaci stanno li con la bocca aperta a sentire: è Arturo
che predica.
A.
Schopenhauer dev’essere un testone; ha capito una gran veritá, che a propagare
una dottrina bisogna innanzi tutto render filosofica la spada. Ha operato piú
conversioni la sciabola di Maometto, che il nostro gridacchiare in piazza. Una
buana piattonata mi farebbe subito gridar:- Viva Schopenhauer! -.
D.
Ma Schopenhauer ha ancora altri seguaci. In prima tutti gli uomini
dell’avvenire, i malcontenti, gl’incompresi, gli insoddisfatti, che si tengono
fratelli carnali del grand’uomo, e dicono:- Anche verrá il tempo nostro -.
A.
Seguaci formidabili, perché costoro, impazienti del silenzio che li circonda,
parlano essi per cento.
D.
Aggiungi le donne, soprattutto dopo che Arturo le ha chiamate de’ fanciulloni
miopi, privi di memoria e di previdenza, viventi solo nel presente, dotate
dell’intelletto comune agli animali, con appena appena un po’ di ragione,
bugiarde per eccellenza, e nate a rimaner sotto perpetua tutela7.
A.
Non sono mica confetti.
D.
Ma oggi, caro mio, la donna non vuole essere piú trattata a confetti: la galanteria
è uscita di moda. Vuol sentire la forza; e piú gliene dici e gliene fai, e piú
ti vuol bene. E se te le stai innanzi timido e rispettoso, in cuor suo ti
battezza subito per imbecille e comincia a farti la lezione. Hai da far la
bocca rotonda, atteggiarti a grand’uomo, animare il gesto e la voce, tenerti in
serbo tre o quattro paradossi, il piú efficace solletico dell’attenzione, e
sputarli fuori a tempo in modi brevi e imperatorii. Poi, oggi la donna vuol
esser tenuta una persona di spirito, anzi uno spirito forte, e ti fa l’atea,
come un tempo faceva la divota. Vuol anche lei poter filosofare e teologizzare;
e come si fa? Mettile avanti Hegel e gli altri sofisti, ed errando tra quelle
formole e quelle astrazioni, si vede mancar sotto i piè il terreno e le viene
il capogiro. Vuole la scienza, ma la vuole a buon mercato, e ci vuol mettere
del suo il meno che si possa.
A.
Ed ha ragione. E credo che anche per noi uomini sarebbe meglio cosí. Ti par
egli che un povero galantuomo debba sudar mezza la vita con questi filosofi? E
ci fosse almeno certezza di cavarne qualcosa! Ne leggi uno, e quando cacci un
grosso sospiro e dici: - finito -, ne prendi un altro, e ti trovi da capo:
nuovo linguaggio, nuove formole, nuovo metodo, nuove opinioni; sicché ti par
d’avanzare e stai sempre lí. Una
filosofia dovrebbe farsi leggere volentieri fino dalle donne.
D.
Che è il caso di Schopenhauer. Il quale, avendo fatti frequenti viaggi, e
tenutosi lontano dall’insegnamento, non ha niente di professorale e scolastico.
Scrive alla buona, bandite le formole ed ogni apparato scientifico, con
linguaggio corrente e popolare. Come vi è di quelli che hanno l’intendimento
duro, ti ripete la stessa cosa a sazietá. Dopo d’aver filosofato un poco, per
non ti stancare, varia lo spettacolo, come se volesse dirti:-Andiamo ora a
prendere il thè -. Allora, in luogo di ragionare, ti fa un po’ di
conversazione, ed esce in contumelie, invettive, paragoni, aneddoti, citazioni
spagnuole, greche, latine, italiane, inglesi, francesi, che sono come la salsa
della scienza. Sicché è un piacere a leggere, soprattutto per i dilettanti e le
dilettanti di filosofia. Si vanta di chiarezza e di originalitá, e, se non te
ne accorgi, te lo annunzia lui a suon di tromba. Non si contenta d’esser
chiaro, ma vuole che tu lo sappia, e perciò ha la civetteria della chiarezza,
girando e rigirando la stessa cosa in molti modi. Dice delle cose spesso piú
vecchie di Adamo, ma le pensa col suo capo, le dice alla sua maniera; l’originalitá
è nell’abbigliamento. Di sotto al mantello del filosofo trasparisce l’uomo
bilioso, appassionato, sicuro di sé, provocatore, dispettoso, sicché ti par di
vederlo con una mano occupato a dare dei pugni e con l’altra a lisciarsi e
ammirarsi. Ti solletica, ti diverte, ti riscalda. Pensa, dunque, quanti
dovranno essere i seguaci, soprattutto in Italia, dove questa volta non
potranno ripetere la vecchia canzone delle nebbie germaniche. Questa filosofia
è cosa solida, tutta carne ed ossa.
A. E
che è piú, nemica dell’idea. Sarebbe un gran bene a tradurla fra noi. Ma son
curioso di sapere in che modo ha potuto formare il mondo senza l’idea; perché
l’idea mi fa paura, e ben vorrei cacciarla via, e non so.
D.
Schopenhauer l’ha cacciata via con un tratto di penna: cosa facilissima. Senti
un po’. Kant avea detto che tutto è ideale, un fenomeno del cervello. Il mondo
è la mia immagine: io non conosco il sole, né la terra, ma solo un occhio che
vede il sole, una mano che sente la terra; tutto quello che io conosco,
l’intero mondo, non è per sé, ma per un altro; è un oggetto per il soggetto, la
visione di colui che vede; in una parola, immagine, fenomeno. È il diventare di
Eraclito, le ombre di Platone, l’accidente di Spinoza, il velo ingannevole di
Maia degl’indiani, simile ad un sogno, o a quella luce di sole sull’arena che
di lontano si scambia per acqua. Togliete il soggetto, colui che vede, e il
mondo non esisterebbe piú.
A. A
questo modo noi siamo de’ burattini, ed il mondo è una commedia.
D.
Certo; ma dietro le scene c’è il vero reale, la cosa in sé, fuori de’ nostri
occhi. Ora, come gli uomini non si contentano d’essere chiamati burattini,
anche quelli che sono, e vanno pescando la scienza da molti secoli, era cosa
troppo crudele dir loro:-La scienza è dietro le scene, e non la vedrete mai;
ciò che vedete è apparenza. I tre sofisti, volendo contentare il genere umano,
dissero:-Consolatevi; l’apparenza è il medesimo che l’essenza; dietro le scene
non c’è nulla -. E andarono scribacchiando volumi, quando dopo Kant non restava
a fare che la cosa piú semplice del
mondo.
A.
Cosa?
D.
Spingere un’occhiatina dietro le scene. Ecco la gloria di Schopenhauer. Ha
schiusa la porta e ci ha trovato il reale, la cosa in sé, il “Wille”.
A.
Cosa vuol dir “Wille”?
D.
Il volere.
A.
Ci volea molto a trovar questa!
D. È
l’uovo di Colombo. Ora pare cosa facile; e ciascuno dice:-Anch’io l’avrei
trovato -. La scoperta di Schopenhauer è piú importante ancora che la scoperta
dell’America, perché, come dice con giusto orgoglio l’inventore, è la veritá
delle veritá, l’ultima scoperta, la sola cosa che restava a fare in filosofia.
Eppure, da tanto tempo s’era intravveduta questa veritá. I Cinesi e gl’Indiani
l’avevano alzata a principio religioso; il cristianesimo non ha voluto
intendere che questo con la sua storia del peccato originale; la troviamo in
bocca al popolo, quando dice che il tempo non vuol piovere, attribuendo in
tutte le lingue la volontá non solo agli uomini, ma alle universe cose: il che
dice non per figura poetica, ma per un sentimento confuso del vero. Anche i
filosofi greci, che stavano piú vicini all’antica sapienza braminica e
buddistica, vi s’accostano: sicché ci hai proprio il “consensus gentium”. Tra
gli altri Empedocle si può chiamar proprio il precursore di Schopenhauer:
perché il filosofo agrigentino, che Arturo chiama “ein ganzer Mann”, un uomo
compiuto, mette a capo del mondo non l’intelletto, ma amore e odio, vale a dire
il volere, l’attrazione e la repulsione, la simpatia e l’antipatia8. E poiché Empedocle è tenuto
da molti un pitagorico, si dee credere che questa veritá l’abbia rubata a
Pitagora; e se Gioberti avesse saputo questo, tenero com’era della filosofia
pitagorica, si sarebbe fatto il piú caldo propugnatore di questa dottrina,
nata, come filosofia, in Italia, e avrebbe accresciuto con un altro ingrediente
il nostro primato. Ma Gioberti non ci ha pensato, e la gloria rimane intera a
Schopenhauer; perché il vero inventore non è colui che trova una veritá, ma
colui che la feconda, l’applica, ne cava le conseguenze, come dice non so più
qual francese citato da Schopenhauer, un momento che temeva gli si contrastasse
il brevetto d’invenzione.
A.
La mia maraviglia è che Kant, a due dita dalla scoperta, non l’abbia veduta.
D.
Kant, mio caro, una volta caduto nel fenomeno, non ne potea piú uscire. E la
mia maraviglia è piuttosto, come non abbia conchiuso a rigor di logica, che
tutto è fenomeno. Poiché se è vero che il fenomeno suppone il noumeno o la cosa
in sé, è vero anche che, secondo il suo sistema, questa necessitá è tutta
subbiettiva, fondata sulla legge di causalitá, anch’essa forma dell’intelletto.
E credo non gli mancasse la logica, ma il coraggio. Perché, cominciato a
filosofare per fondare la scienza, e trovatosi da ultimo nel vuoto, come si
afferrò per la morale al categorico imperativo, cosí per la metafisica salí
alla cosa in sé. Ma era un infliggere agli uomini il castigo di Tantalo, un dir
loro:-La cosa in sé c’è, ma non la conoscerete mai, perché trascende
l’esperienza -.
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