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| Francesco De Sanctis Schopenhauer e Leopardi IntraText CT - Lettura del testo |
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III A. Schopenhauer comincia di nuovo a piacermi, non ostante il suo falso spiritualismo. Mi sento giá correr pel sangue l’innocenza di un bambino. Se arriva a dimostrare che l’uomo non pecca, faremo per innanzi tutto quello che vogliamo. D. Come se finora avessimo fatto quello che non vogliamo! A. Ti so ben dire che finora ho fatto molte cose che non avrei voluto fare. D. È una illusione. Tu sei un fenomeno del “Wille”, e quello che hai fatto gli è che il tuo “Wille” lo ha voluto. A. Spesso mi è venuto il ticchio di gridare in piazza:-Viva la libertá! -. D. E perché non lo hai fatto? D. Vale a dire che, se non avessi avuto paura, l’avresti fatto. Tutti facciamo secondo la nostra natura. Il “Wille” prendendo forma d’individuo non è più libero, ma è questo o quello, cioè condizionato cosí o cosí, col tale e tale carattere. E, datosi un carattere, opera secondo quello. Ora, operare secondo il carattere, è fare quello che si vuole. A. Un abuso di linguaggio. Perché fare quello che si vuole è in sostanza fare quello che si può. Ma in certi casi di due cose io posso farle tutte e due; e se fo l’una, so che poteva fare anche l’altra, e non l’ho voluta. Sono dunque perfettamente libero. D. Un abuso di linguaggio, una illusione del cervello. Perché hai fatto cosí e non cosí? A. Per la tale e tale ragione. D. E questa tale ragione ti ci ha indotto con la stessa fatale necessitá con cui la legge di gravitá opera nella pietra. La pietra cadendo non fa peccato, perché ubbidisce alla sua natura; il ladro rubando non fa peccato, perché ubbidisce al suo carattere. A. Ma la pietra non può non cadere, dove il ladro può non rubare. D. Non capisci ancora. Supponi che il ladro prima di rubare esiti, e gli si affacci l’inferno, i comandamenti di Dio, il disonore, la carcere, ecc.; cosa farà? Se non ruba, non è virtú, ma effetto necessario del suo carattere; ha un carattere tale che quelle immagini gli facciano effetto. E se ruba, non è peccato, perché, posto il suo carattere, potea cosí poco tenersi dal furto, come la pietra dal cadere. Uomo libero è “contradictio in adiecto”; perché uomo è un essere condizionato e determinato; in modo che basta conoscer bene il carattere di uno per indovinare quello ch’egli fará. Capisci ora perché l’uomo è impeccabile? D. Il dovere, dice Schopenhauer, è un’altra astrazione; nessuno ha il dritto di dire: - Tu devi -; ed uno dei difetti di Kant è l’esser venuto fuori col suo categorico imperativo. Dovere e non dovere suppone una libertá di scelta che contraddice al concetto dell’uomo. Dimmi pure: - Non devi ammazzare -; io ammazzerò, se il mio carattere porta cosí, e non farò peccato. A. E se t’impiccano? D. M’impiccano giustamente. A. Come? Comincio a dubitare che il tuo cervello se ne vada passeggiando. E perché m’hanno da impiccare? Dove non ci è colpa, non ci è pena. Di che dovrò rispondere io? D. Non della tua azione, ma del tuo carattere. Perché sei fatto cosí? A. Oh bella! e che c’entro io? È il “Wille”, quel birbone del “Wille” che m’ha fatto cosí. D. E se t’impiccano, non è te che impiccano, ma il “Wille”. A. Anche questa! il dolore lo sento io. D. Vale a dire lo sente il “Wille”; perché quello che ci è in te di vero reale è il “Wille”; tutto l’altro è fenomeno. A. Ma il “Wille” che è in me è lo stesso “Wille” che è in colui che m’impicca. D. Sicuro. A. Allora il “Wille” che impicca è lo stesso che il “Wille” ch’è impiccato. D. Sicuro. A. Comincia a venirmi il capogiro. D. Anzi è questa la base della morale Quando saremo persuasi che in tutti è un solo e medesimo “Wille”, ci sentiremo fratelli, attirati l’uno verso l’altro da reciproca simpatia. E poiché lo stesso “Wille” è pure negli animali, anzi nelle universe cose, ci si accenderá nel cuore una simpatia universale... 15. A. Anche per l’asino... D. Nostro fratello, come tutto il resto. La qual simpatia diventerá una profonda compassione quando penseremo che tutti per colpa del “Wille”, siamo infelici, tutti condannati irremissibilmente al dolore. Ed in luogo di farci guerra l’un l’altro, ci compatiremo a vicenda e ce la prenderemo con l’empia Natura che ci ha fatto così. A. Come dice Leopardi. D. Bene osservato. Per Leopardi il principio etico o morale è la compassione... A. Anche verso i birbanti! D. Sicuro, anzi un po’ piú di compassione ancora, perché non sono loro i colpevoli, ma l’empia Natura; non possono fare altrimenti di quello che fanno; e sono da compiangere come i malati ed i pazzi. Se gli uomini si guardassero a questo modo, non ci sarebbe più né invidia, né sdegno, né gelosia, né ambizione, né odio; il vocabolario sarebbe ridotto ad una sola parola, la compassione. A. Veggo un giovine ricco, pieno d’ingegno e di dottrina, amato dalle donne, onorato, festeggiato; e gli dovrei dire:- Ho compassione di te! -. Mi sfiderebbe a duello, credendo mi beffi di lui. D. E sarebbe uno stupido. Ma se avesse un dito di cervello avrebbe compassione di sé e di te e di tutti gli altri. Il piacere è negativo, incapace di soddisfare il “Wille” infinito; ed attendi, e di sotto i piú desiderati piaceri vedrai scaturire la noia e il dolore. Il piacere è un’apparenza labile, sotto la quale sta inesorabile il solo e il vero reale, il dolore. E dimmi in fede tua, se la ricchezza, la bellezza, l’ingegno, la gloria sia altra cosa che larva ed illusione. D. Spesso a sentir parlare Leopardi e Schopenhauer ti par di udire un santo Padre. A. Un santo Padre in maschera. Guardali bene in viso, e vedrai spuntare le corna del diavolo. D. Infine una filosofia nemica dell’idea, nemica della libertá, nemica del progresso, credevo dovesse piacerti. A. Sissignore. Vado a Napoli, prendo Campagna sotto il braccio, e gli dico:-Ho compassione di te! Sei sí contento: misero, di che godi? Sei cosí baldanzaso: misero, di che insuperbisci? Tu e l’ultimo “lazzarone” di Napoli siete la stessa cosa -. Campagna m’accarezza la barba, se me la lascia, e mi fa certi occhi, come volesse dirmi:-Eppure finirai con la forca -. Ed io allora:-Bello mio, e cosa ci guadagni? Non sai, Campagna mio dolce, che, secondo la nuova filosofia, impiccando me, impicchi te stesso. E se mi dái uno schiaffo, quello schiaffo ritorna sulla tua faccia, e se mi bastoni, io prendo un’aria di compassione, e dico: povero Campagna, non sai che bastoni te stesso - 16. D. Questo pare una caricatura, ed è la veritá. A. Il difficile è che ci si creda. D. La veritá, dice Schopenhauer, citando un antico, è nel pozzo; e come vuol mettere il capo fuori, le si dá sulle dita. Ma finisce col farsi largo. E vedi un altro vantaggio. Con questa filosofia non solo l’idea e la libertá va via, ma la patria, la nazionalità, l’umanità, la filosofia della storia, la rivoluzione. A. Sei un furbo. Quando sto per tirare un calcio a Schopenhauer, hai l’arte d’ingraziarmelo un’altra volta. D. Finirai con un:-Viva Schopenhauer! -. A. Eppure Kant, suo maestro, predisse la rivoluzione, e ti parla sempre di dritto, di patria, di libertá. La sua morale fa perdonare alla sua metafisica. D. Il contrario, uomo contraddittorio. A. Perché mi chiami contraddittorio? D. Perché ora parli secondo il pensiero, ed ora secondo la paura. A. Hai ragione. Qualche volta mi dimentico di Campagna. D. In Kant avvenne l’opposto, come nota l’arguto discepolo. Perché, insino a che stette a costruir la metafisica, ragionò col cervello; ma come si vide innanzi l’edifizio bello e compiuto, si spaventò e si ricorda di Campagna, vale a dire dell’antico e del nuovo Testamento, e ragionò con la paura e col pregiudizio. Cosí, perché ne’ Comandamenti della legge di Dio trovi una litania di “devi e non devi”, immaginò un dovere assoluto o categorico, lui che aveva prima considerato l’assoluto come trascendente ed ipotetico. E col dovere venne fuori l’immortalitá dell’anima, il premio ed il castigo, fondamento egoistico della morale volgare, la libertá congiunta col concetto di un Dio creatore, come se esser creato ed esser libero non fosse una contraddizione, e disconoscendo la massima che “operari sequitur esse”, vale a dire che ciascuno fa cosí perché è cosí. A questo modo Kant, credendo di filosofare, non ha fatto che teologizzare, ed ha perduto ogni merito e credito, quando a corona dell’opera ti fa comparire in ultimo una teologia speculativa17. A. La paura è un gran filosofo. D. Schopenhauer ha gittata giú questa filosofia della paura, ed attenendosi alla metafisica, ed aggiungendovi il “Wille”, ha creato, come a buona ragione si vanta, la sola filosofia che dar ti possa una morale ed una teoria politica. Io debbo rispondere delle mie azioni, perché son io che le fo; il mio torto è d’esser io e non tu, e non qualsiasi altro18. A. E che colpa ci ho io d’esser nato cosí? D. La colpa è del “Wille” che, facendo un uomo cattivo, ha avuto un cattivo capriccio. A. E tocca a me pagarne la pena? Questo mi ricorda quel maestro che, volendo castigare un marchesino, e non osando toccare i magnanimi lombi, sferzava i suoi compagni di scuola. D. Uno sciocco paragone. Hai dimenticato che tutto è “Wille” e che tu stesso sei “Wille”; onde la pena la porta sempre il “Wille”. Ecco un fondamento incrollabile di morale, che non ha trovato né il giudaismo, né il cattolicismo, né il panteismo, né il materialismo: la gloria è tutta e solo di Schopenhauer. Il quale, assicurata la morale, pensa a darti una ricetta anche per la politica. Sta’ attento. A. Son tutt’orecchie. Qui sta il nodo. Una filosofia per me è vera o falsa, benedetta o maledetta, secondo che mi accosta o mi discosta da Campagna. D. Immagina che Campagna ci senta, e vedi se non batterebbe lui prima le mani. Senti prima quello che dice de’ liberali d’oggigiorno. Costoro, nota Schopenhauer19, si chiamano ottimisti, credono che il mondo abbia il suo scopo in sé stesso, e che noi navighiamo diritto verso la felicitá. E perché veggono la terra travagliata da ogni maniera di mali, ne accaggionano i Governi e predicano che, tolti questi, si avrebbe il paradiso in terra, si raggiungerebbe lo scopo del mondo. Il quale scopo del mondo, a tradurlo nel giusto linguaggio, non è che il loro scopo, quello di mangiare e ubbriacarsi, crescere e moltiplicarsi, senza darsi una pena al mondo. A. Campagna dice che lo ha detto tante volte lui. D. A intenderli, parlano di umanitá e di progresso; in sostanza pensano al ventre. Immaginano che lo Stato abbia una missione: che sia l’organo, l’istrumento del progresso; il che significa, nel loro linguaggio, dispensiero d’impieghi e di quattrini per loro. Ma ecco la veritá. Gli uomini sono di natura bricconi e violenti, e sarebbe la terra popolata di assassini e di ladri, se lo Stato non fosse lí ad assicurare le proprietá e la vita. Questa è la sua missione; e quando un Governo ti protegge da’ ladri e dagli omicidi, sei un briccone tu se gli contendi l’autoritá, e gli dici:-Dammene una parte anche a me -. E perciò tutt’i Governi presenti d’Europa sono ottimi, perché tutti provvedono alla sicurezza, e noi, volevo dire i demagoghi, sono i veri turbatori della quiete pubblica. A. - Merita la croce di s. Gennaro - , mi dice Campagna. D. Ora, siccome gli uomini sono inchinevoli al male ed alla violenza, e si fanno regolare nelle loro azioni non dalla ragione, ma dal “Wille”, cioè dagl’istinti e dalle passioni, lo Stato non dee a reggerli adoperare la persuasione, ma la violenza. Perché gli uomini, quanto sono violenti tanto sono codardi, e non ubbidiscono che alla paura: fatti temere, e sarai ubbidito. A. Campagna dice che la logica dovrebbe ridursi a questo solo argomento. D. La forza dev’essere nelle mani di un solo uomo; perché dove il potere è diviso tra piú persone, ivi la forza è sparpagliata e meno efficace. D’altra parte lo Stato monarchico è piú conforme al “Wille”. Prima di tutto, un solo “Wille” c’è. Poi guarda intorno. Vedrai le api, le formiche, gli elefanti, i lupi e gli altri animali, quando sono in processione, aver sempre innanzi un solo di loro, come re. Una società industriale, un esercito, un battello a vapore non ha che un solo capo. L’organismo animale è monarchico, perché il cervello solo è il re. Anche il sistema planetario è monarchico. Il re è l’incarnazione del popolo, e può ben dire:- Il popolo son io20 -. A. Campagna dice che si dovrebbe farlo direttore della cassa a sovvenzione de’ giornalisti. D. Non m’interrompere. Un re, un capo dello Stato, che mantenesse la giustizia per tutti, è però un semplice ideale, e l’ideale è di natura eterea e facile a svaporare. A dargli perciò un po’ di consistenza, come in certe sostanze chimiche, che non istanno mai pure ed isolate, ma commiste con altre sostanze, è pur forza che nello Stato s’introducano altri elementi, come la nobiltà, il clero, i privilegi. Tutto questo sente un po’ d’arbitrio e di violenza; ma è meglio cosí, che uno Stato regolato dalla pura ragione; perché non rompi con le consuetudini e ti assicuri maggiore stabilitá. Vedi al contrario gli Stati Uniti, dove domina il diritto puro, astratto, sciolto da ogni elemento arbitrario. Ivi il piú abbietto materialismo con la sua compagna indivisibile, l’ignoranza: ivi la stupida bigotteria anglicana, una brutale rozzezza congiunta con la piú sciocca venerazione della donna. Aggiungi la crudeltá contro i neri, gli omicidii spessi ed impuniti, i duelli brutali; disprezzo del diritto e della legge, cupidigia delle terre de’ vicini, scorrerie e spedizioni a modo di assassini, corruzione ed immoralitá. Tal frutto ti dà la repubblica. La quale dovrebbe esser rifiutata specialmente dagli uomini d’ingegno, che sono sempre sopraffatti da’ molti ignoranti; dal monarca al contrario prediletti e festeggiati. La monarchia è conforme al “Wille”; la repubblica è una costruzione artificiosa, un frutto della riflessione, un’eccezione nella storia, non pure poco curabile, ma contraria a civiltá, veggendo come in tutti i tempi e presso tutt’i popoli le arti e le scienze non sono fiorite che nelle monarchie. Non ti pare? A. In me ci è lotta fra il “Wille” ed il cervello. Il “Wille” vuol dir sí; ed il cervello fa boccacce, e susurra:-Grecia, Roma, Italia -. D. La Grecia fu un’apparizione efimera; Roma è tutta nel secolo di Augusto; e l’Italia fu una vera, una lunga barbarie, come tutto il Medio evo. Del resto, se vuoi che il tuo “Wille” la vinca, non hai che a studiare Schopenhauer. A. E sará il meglio. Ma non consideri che la monarchia oggi non basta ad assicurarti il collo; che ci si è infiltrato il veleno della costituzione. E di qual monarchia parla Schopenhauer? D. Fa buon animo, ché Arturo ha pensato anche al tuo collo. Un re costituzionale, egli dice, è ridicolo, come gli Dei di Epicuro, che pensano ad ingrassare in cielo, e non si prendono cura di quaggiú. Se lo tenga l’Inghilterra, che lo ha caro, ché s’affá alla sua natura. Ma noi siamo veramente buffoni, quando ci poniamo addosso il frak inglese. Una delle piú stupide istituzioni è quella de’ giurati, perché nelle grossolane teste del volgo non può entrare che un “calculus probabilium”, e non sa distinguere verosimiglianza da certezza, e pensa sempre alla bottega ed a’ figli. Lo lodano d’imparzialitá; imparziale il “malignum vulgus”! La libertá della stampa può esser tenuta come una valvola di sicurezza contro le rivoluzioni, vero sfogatoio dei mali umori; ma d’altra parte è come la libertá di vender veleno. Perché tutti gli spropositi che si stampano, si imprimono facilmente nel cervello de’ gonzi; e di che non è capace uno sciocco quando si è fitta una cosa in capo? A. Cari giurati, cara libertá della stampa, cara costituzione, vi fo un addio. Mi sento i peli piú tranquilli sul mento. Ma ci resta la patria, la nazionalitá, che è qualcosa di peggio. Non ci avevo pensato. D. Ma ci ha pensato Schopenhauer. Il “Wille” esiste solo negl’individui; patria, popolo, umanitá, nazionalitá sono astrazioni, concetti vuoti. Pensano altrimenti gli spinosisti moderni, e sopra tutti quel corrompiteste di Hegel, la cui mediocrità avrebbero potuto i tedeschi legger nella volgaritá della sua fronte, se avessero studiato la scienza della fisonomia; la natura aveva scritto sulla sua faccia: uomo ordinario21. Ora, costui e con esso i ciarlatani moderni sostengono che ultimo scopo dell’esistenza è la famiglia e la patria; che il mondo è ordinato armonicamente secondo leggi prestabilite; che la storia è perciò una scienza, ed i fatti de’ popoli e non quelli de’ singoli individui hanno un interesse filosofico. Se avessero letto Schopenhauer, avrebbero veduto che solo i fatti dell’individuo hanno unitá, moralitá, significato e realtá, perché il “Wille” solo è cosa in sé. Il moltiplice è apparenza, i popoli e la loro vita sono astrazioni, come nella natura è astrazione il genere; e perché solo l’individuo, non l’umanitá, ha reale unitá, la storia dell’umanità è una finzione. I fatti storici sono il lungo e confuso sogno dell’umanitá; e volerli spiegare seriamente ti fa simile a colui che vede nelle figure delle nuvole gruppi d’uomini e d’animali22. La storia dunque non è scienza, ma un accozzamento di fatti arbitrarii, dove ci può essere coordinazione, non subordinazione. Ed ha piú interesse una biografia che tutta la storia della umanitá; perché lá trovi la eterna pagina del “Wille”, egoismo, odio, amore, timore, coraggio, leggerezza, stupidezza, scaltrezza, spirito, genio; e nella storia trovi un preteso spirito del mondo, una pura larva, fatti labili e senza significato, usciti spesso dalle piú futili cause, come nuvole agitate da’ venti. Gli sciocchi, mal contenti dell’oggi, confidano nel dimani; e non veggono che il tempo è un fenomeno; che l’avvenire è simile al passato; che niente accade di nuovo sotto il sole; che la superficie muta, ed il fondo rimane lo stesso; e che il mondo rassomiglia a certe commedie italiane, dove, sotto diversi intrecci di fatti, trovi che Pantalone è sempre Pantalone, e Colombina è sempre Colombina. Poniamo pure che un progresso intellettuale ci sia; non perciò gli uomini saranno mutati; e né istruzione, né educazione varranno a renderli men cattivi e meno infelici; il progresso morale è un sogno. A. Chiudiamo dunque le università e le scuole, ed aboliamo tutte le storie. D. Non dico questo. La storia non è del tutto inutile, perché un popolo che non conosce la propria storia è come un uomo che non abbia memoria della vita passata, legato al presente come un animale. A. Ma nell’individuo c’è il “Wille”; il “Wille” ti dá il carattere; e il carattere ti dá la necessitá e la subordinazione de’ fatti. Il popolo è una finzione poetica; non ci è il “Wille”, non ci è carattere; la sua storia è un ammasso di nuvole a diverse figure; e non so che partito se ne può cavare. D. Un tantino d’esperienza sempre se ne cava. Una donnicciuola che ha fatto sperimento di una medicina in un caso, dove se ne ricordi, può farne uso in un caso simile. A. Vale a dire che la storia è un medico empirico. D. Credi tu che ci sia veramente una medicina ai tanti mali che travagliano l’umanitá? Sono mali incurabili, inerenti alla nostra natura. A. E la monarchia co’ nobili, i preti ed i privilegi? D. Serve solo ad assicurare il diritto. A. E questo ti par piccola cosa? D. Ma, come il piacere è una negazione, ed il solo dolore è, cosí il diritto non ha niente di affermativo; l’affermazione è nel torto23. A. Gran testa! il no vuol dir sí, ed il sí vuol dir no. Questa invenzione merita il primo premio; ed il secondo lo daremo ad Hegel, che dice che il sí ed il no è la stessa cosa. D. Se non esistesse il torto, non esisterebbe il diritto. Il diritto è la negazione del torto. Lo Stato è il custode del diritto, perché mi difende da chi mi vuol far torto. Perciò è un commissario di polizia, e non un medico. Non può guarirci da’ nostri mali; e non sarebbe neppur desiderabile che ci guarisse. A. Questa è una vera scoperta: ché nessuno l’ha detto ancora. Fin qui dicevo tra me e me:- Anche Leopardi l’ha detto -. Perché Leopardi non crede al progresso, si ride della filosofia della storia, e reputa insanabili i nostri mali. Solo quella faccenda del diritto e del torto non ce la trovo; ma me la ricordo nel padre Bartoli. Ma né in Leopardi, né in Bartoli, né in nessuno trovo che la nostra guarigione sia cosa poco desiderabile. D. Perché, se sei guarito dal dolore, ti rimane non il piacere, che è una negazione, ma un nemico ancor piú molesto, la noia; e perché, ove tutti fossimo felici, ne verrebbe un accrescimento di popolazione, le cui spaventevoli conseguenze atterriscono ogni piú ardita immaginazione24. A. Perdona, Gioberti. Bisogna concedere il primato al cervello di Schopenhauer. Il tuo cervello non avrebbe saputo trovar questa: e sì che ne ha trovate tante. E che razza di mondo è dunque cotesto? La patria è un’astrazione; l’umanitá è una finzione; la storia è un giochetto di nuvole; l’individuo è condannato immedicabilmente al dolore ed alla noia. Perché viviamo dunque? uccidiamoci. Bella, adorabile, pietosa morte.
Questi occhi tristi, o dell’età reina.
D. Leopardi si è troppo affrettato a tirar la conseguenza. Schopenhauer da questo inferno, che chiamasi vita, ha saputo cavar fuori il paradiso: e qui è veramente che spicca un volo d’aquila. A. Sfido Schopenhauer a tirare altra conseguenza che il suicidio. D. Valga. Senti ed impara. Gl’indiani ed i cristiani hanno trovata la vera medicina. Bisogna morire, ma senza cessar di vivere. A. Che è il mezzo più comodo a contentare la vita e la morte. D. Il “Wille” desidera di vivere, corre sempre alla vita; la vita è il suo eterno presente. E vivere significa abbandonarsi alla satisfazione di tutt’i desiderii ed i bisogni. Dapprima opera come cieco stimolo, senza conoscenza, e dice:- Voglio vivere -. Poi si dá un cervello dotato d’intelletto, riconosce sé stesso nella immagine cosmica, e dice ancora:- Voglio vivere -. Nell’uomo si dá non solo un intelletto, come negli animali, ma una ragione; e dice sempre:- Voglio vivere -. E come la vita, cioè a dire la satisfazione de’ bisogni e de’ desiderii, gli è più difficile nella forma d’uomo, si è costruito un cervello piú artificioso, sí che l’intelletto è più acuto e rapido, e vi ha aggiunta la ragione, la facoltá dell’assoluto secondo i tre ciarlatani, e che in sostanza è stata dal “Wille” messa in compagnia dell’intelletto per i suoi bisogni. Perché l’intelletto provvede solo al presente; laddove la ragione, facoltá dei concetti, astrae, generalizza, coordina, subordina, lega il presente al passato e predice l’avvenire. Armato di queste due arme potentissime, il “Wille” sotto forma d’uomo s’abbandona al piacere di vivere; ed è qui la fonte della sua infelicitá: perché di desiderio pullula desiderio, bisogno genera bisogno, e non ci è verso che si appaghi e vive agitato. A. Bisogna trovargli un calmante. D. E questo sedativo glielo dá la ragione. Perché, fatta dolorosa esperienza della vita, in qualche uomo di giudizio la ragione parla così:- Non t’accorgi che gli individui sono sogni fuggevoli, che tutto passa, che il piacere è un’apparenza, che il voglio vivere, l’amore della vita è la radice de’ tuoi mali? -. E non puoi uscirne altrimenti che facendo guerra al “Wille”, cioè a’ desiderii, alle passioni, considerando tutte le cose a cui gli uomini tengon dietro, piaceri, onori, ricchezze, come vuoti fantasmi, uccidendo in te la volontá di vivere o di godere. “Sustine et abstine”: segui questo principio, e ricovererai la pace dell’anima.
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15 Die beiden Grundprobleme der Ethik, p. 212.
16 Die Welt als Wille und Vorstellung, 1, par. 63.
17 Die Welt als Wille und Vorstellung, I, 586. - Die beiden Grundprobleme der Ethik, pp. 119-26.
18 Die beiden Grundprobleme der Ethik, pp. 91 sgg. - Parerga und Paralipomena, I, par. 9.
19 Parerga und Paralipomena, vol. XI, cap. IX. - Die Welt als Wille und Vorstellung, vol. II, cap. XVII.
20 La parte politica è tolta quasi a parola dal cap. IX. Parerga und Paralipomena.
21 Parerga und Paralipomena, cap. XXIX.
22 Die Welt als Wille und Vorstellung, XI, 422.
23 Die Welt als Wille und Vorstellung, I, par. 62.
24 Die Welt als Wille und Vorstellung, I, par. 395.
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