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II.
L'èra liberale,
dunque, è il nostro obietto; e proprio in quanto essa, tra un secolo e l'altro,
ci si presenta in questo resultato di una civiltà, non più atavisticamente
locale, non più nazionale e mediterranea, ma internazionale, anzi interoceanica
o panoceanica. Non è chi non sappia, che alla fine del secolo decimottavo una
sola nave, una sola volta all'anno, salpava da Alapuko per Manilla, a tenere i
tenui rapporti commerciali fra i possidenti messicani e gli asiatici di quella
Spagna, già fin da allora designata alla rovina qual potenza coloniale di
vecchio stile. Ed ora le flotte commerciali e le flotte di guerra attraversano
in ogni senso il Pacifico, non più pauroso mare esterno ai varii ambiti di
attività civile continentale. Se non fosse per la straordinaria dispersione
delle infinite isole, ivi, su la immensa spianata liquida, sorgerebbero, quali
appendici o diramazioni della vecchia Europa e della nuova America, tanti
conglomerati umani di così poderosa vitalità, quanta ne hanno e ne covano per
l'avvenire le giovanissime e modernissime colonie dell'Australia e della
Nuova-Zelanda, che fanno oramai invidia a noi orgogliosi di nostre lunghe
memorie. Ed ecco che lì sui margini asiatici del Pacifico, proprio in questo
momento, i varii potentati d'Europa si travagliano nella crociata cinese,
crociata modernissima che non cinge più di sacra aureola dissimulati interessi
mondani, e sollecita di continuo i nostri pubblicisti a ripetere la vecchia
domanda del padre Erodoto: quali le cause del dissidio fra l'Oriente e
l'Occidente? Non più, certo, l'invidia degli dèi, ma sì le invidie
fra gli uomini; perché la concorrenza è l'assioma della società liberale,
la quale vi si eserciterà attorno più furiosamente nel nuovo secolo.
L'èra liberale
si annunziò dapprima con impeto di poesia, ed ebbe la sua orgogliosa ideologia
derivatasi spesso in multiformi utopie. Di qui la singolare attrattiva e il
grande imbarazzo in chiunque legga e studii della Rivoluzione Francese: perché
quella ideologia lì, finita allora, e in breve tempo, nella negazione di se
stessa, ci fa come diffidenti a misurare l'importanza dei fatti storici, dalle
vedute, dalle opinioni e dalle teorie di quelli che dei fatti stessi si
pretesero gli autori. Comunicare a tutto il genere umano le stesse idee (mi
sovviene di Condorcet) - innalzare tutte le nazioni a libere personalità
politiche - sostituire alla guerra fra esse la pacifica gara - distruggere
nell'uomo fatto cittadino ogni traccia di sudditanza e di soggezione; - ma dove
andrei a finire, se volessi intero ripetere tutto il tradizionale catechismo
della democrazia? E dov'è che la democrazia è riuscita, sia pure
approssimativamente, fuori che nella minuscola Svizzera, così appartata dal
grande intrigo della storia?
Ecco che nella
parola intrigo si compendia tutta la somma degli impedimenti, pei quali,
durante il secolo decimonono, liberalismo, democrazia e principio nazionale
hanno subito così varii, così frequenti e così potenti arresti.
E, innanzi tutto, chi
vorrà negare esser tuttora vivo e forte il divario fra popoli attivi e passivi?
Dov'è che gli europei, e loro derivati d'America nel rapido ciclo della
conquista tecnico-capitalistica del mondo, abbiano trovato emuli ed alleati,
fuori che nel Giappone: ed anche su questo punto mi rimetterei volentieri al
più maturo giudizio dei posteri. Chi crederà mai, fuori che il Vambéry, uomo dottissimo
sì, ma affetto, a mio credere, di artificiale chauvinisme turanico, che
dall'accampamento ottomano si trarrà ancora una moderna nazione turca? E in che
altro ha messo capo la kedhivale rinnovazione dell'Egitto, se non che, tout
court, nell'ingerenza del capitale europeo, tradotta poi, senza
complimenti, - checché dica in contrario la fraseologia diplomatica - nel
dominio prevedibilmente perpetuo dell'Inghilterra da Alessandria fin verso le
fonti del sacro Nilo? Non una sola delle genti, non un solo dei varii
conglomerati di genti, non un solo dei quasi popoli, su i quali l’Islam
esercitò per più d’un millennio la sua forte influenza, s’è visto ad assorgere
di recente a nuova vita per ispontanea e rigeneratrice appropriazione degli
elementi che il mondo europeo è andato offrendo.
E poi non è forse l’Europa stessa
suddivisa alla sua volta in un suo proprio Oriente ed Occidente? La linea di
demarcazione non è certo assegnabile come in un tracciato topografico; e
nessuno vorrebbe dire, che, al di là di essa, vegeti ancora sonnolenta la
preistoria scitica e sarmatica. Ma è sempre vero che la Russia, al confronto di
questi stati dell'Europa mediana ed occidentale, sorti e svoltisi da costanti
rivoluzioni, che han rimescolato così spesso tutti gli elementi sociali
dall'imo alla superficie, e dalla periferia al centro, e viceversa, rimane per
noi come un qualcosa di straniero, che sa sempre di bizantino e di mongolico
tuttora. La posizione attiva è sempre tenuta, alla fin delle fini e nel
tutt'insieme, dai neo-germani e dai neo-latini: e ci troviamo perciò rimandati
alla lunga tradizione della civiltà mediterranea antica, continuatasi nella
unità cattolica del Medioevo.
Qual
maraviglia, dunque, se la politica della conquista, della supremazia, della
sopraffazione, dell'intervento di paese e paese, e della guerra, o fatta o
soltanto minacciata, sia stata e rimanga l'inevitabile conseguenza, il potente
ausilio e l'istrumento decisivo della espansione capitalistico-borghese?
Il principio di
nazionalità, vuoi per fenomeno di spirito democratico, vuoi per fortunate
circostanze, ha compiutamente trionfato nell'Italia, che nel suo recente
assetto di stato unitario rimane di poco in qua dai suoi confini
etnico-naturali. Per diverse vie, in diversi modi, con minori garenzie
democratiche, ma con impeto immensamente superiore di fattività progressiva, e
pur sempre nello stesso tempo, è venuta a maturità di grande stato una Germania
nuova, povera di confini naturali che male amalgama entro i suoi confini
politici alcuni elementi stranieri, e lascia fuori del suo perimetro un
numeroso popolo di tedeschi. E qui s'arresta il successo della nazionalità.
Greci, bulgari, serbi, rumeni - si son redenti sì; ma son essi rispettivamente
così pochi, che non potendo esser leva da muover la storia, rimangono manubrii
dei più potenti. E la infelice dilacerata Polonia, i finlandesi manomessi
proprio sotto gli occhi della civilissima Europa, e i mezzo dispersi armeni,
lasciati in balia della scimitarra micidiale? Il certo è che la dinamica politica
che ha menato al presente, e non invero semplicemente temporaneo assetto,
le combinazioni etno-economico-politiche che formano gli stati, ha sfidato e
sfida la vigorosa logica del principio nazionale: e l'Inghilterra non avrebbe
tenuto per due secoli l'indiscusso dominio dei mari, e fino a pochi decennii fa
il monopolio del commercio mondiale, se, da quando in su la fine del secolo
diciassettesimo si venne isolando dal continente europeo, avesse essa mai
tollerato le sorgesse accanto nella vicina Irlanda, che ha così metodicamente
stremata e depauperata, una nazione autonoma. L'Austria - ecco la classica e
solenne smentita - s'è fatta qual è ora, e cioè libera dalla vieta tradizione
del Sacro Romano Impero, proprio in principio del secolo decimonono, è venuta
ai suoi mezzani componimenti di stato moderno liberale proprio in fine di esso,
ed entra nel nuovo secolo sfidante i preannunzii di prossima morte.
Tutto cotesto
assetto politico degli stati, che par fatto apposta per muovere, come muove,
alle incessanti proteste i caldi amatori del dritto di natura, della logica e
della giustizia, non sussisterebbe un sol giorno, se la compagine interiore
delle società che offrono la materia su la quale si esercita l'arte di stato
non fosse per se stessa piena di contrasti, e di continua sommossa dal
perdurare e dall'intrecciarsi di tali contrasti. Per quanto da cento e più anni
in qua sia stato forte, e soprattutto precipitoso negli ultimi decennii, lo
spostamento della popolazione dalla campagna alla città, pur permane la
divisione fra rurali e cittadini, con le accentuate e spesso irreducibili
differenze psicologiche che ne derivano. Per quanto i rapidi progressi della
tecnica abbiano raccolto intorno alle fabbriche di piccola, di media e di
grande portata, innumerevoli operai reggimentati, da per tutto, ed anche nei
paesi della più fiorente industria moderna, sussistono infinite forme di
artigianato, che dalla piccola bottega giù giù si perdono fino nei lavori
domestici, nei lavori promiscui, e nella ricerca girovaga ed avventizia della
occupazione. Ed anche qui delle pronunziate differenze psicologiche. Ma che
giova di prolungare l'analisi d'un fatto, che sta chiaro e dispiegato sotto gli
occhi di tutti? Chi non vede, discerne e connota le caste, i ceti, le consortiere,
le combriccole e le camorre, dei preti, dei frati, dei proprietarii, dei
capitalisti, dei finanzieri, dei borsisti, dei commercianti, dei
professionisti, degl'impiegati, a venir giù giù ai parassiti, ai vagabondi, al
servitorame, e a tutte le specie e forme del canagliume e della mala vita? Per
tali differenziazioni nel seno di una società, che non è più giuridicamente gerarchica,
ma che è di fatto multiformemente articolata, mal si forma, salvo
che nei casi di violente e repentine scosse, quella umanitaria opinione
pubblica, senza della quale la democrazia non può sussistere. Si ripensi alle città
antiche, che sono fino ad ora l'esempio classico ed insuperato della psiche
democratica entro l'angusta cerchia di una vera cittadinanza. Per tali
ragioni nel liberalissimo secolo decimonono, l'azione politica dello stato s'è
affermata e retta ancora cosi spesso su la violenza, su la corruzione, e sul
ripiego: sia che Napoleone III, nell'acquiescenza degli operai di città battuti
dalla grande e media borghesia nelle giornate di giugno,si faccia l'imperatore
dei contadini e dei soldati, aspettando al varco i capitalisti e loro
parassiti; o che la scaltra oligarchia inglese disperda il moto cartista nelle
dilazioni e nelle parziali concessioni; o che Bismarck acclimi ai mezzi
costituzionali l'impetuoso moto socialistico tedesco.
Queste non
liete riflessioni su gl'intralci che ha messo al moto ascensivo della
democrazia il complicato intrigo politico di tutto un secolo, trovano rincalzo
in due altri fatti. Dov'è, fino al momento presente, ed anche nei paesi che
pretendono di averne, la vera cultura popolare? E d'altra parte non è forse
vero, che mentre la scienza, quanto a materiale si è strepitosamente cresciuta,
e quanto ai metodi, si è maravigliosamente raffinata, e mentre la tecnica
conquistatrice e combinatrice di forze estende a vista d'occhi il dominio
dell'uomo su la natura, in molti punti dell'orbe civile risorge il misticismo,
e in molti strati della società si fa di nuovo potente il cattolicismo? Potremmo
noi passar sopra a tali considerazioni?
Due problemi di
carattere più generale stanno a capo di tutta questa trattazione, e penetrano
per ogni parte il mio discorso.
Il primo è
questo: si può mai misurare il progresso, e alla misura quale stregua occorre?
Il secondo può
avere la seguente formulazione: è egli mai possibile di prevedere l'esito dei
presenti contrasti? Il che si riduce a riannodare la nozione del progresso ad
un prossimo punto di approdo. S'intende da sé, ed è anzi implicito al concetto
della critica immanente ai contrasti della presente civiltà, che il ragguaglio
principalissimo è riposto nella aspettazione del socialismo.
Il secolo del
quale vado facendo la commemorazione, ebbe un carattere tutto speciale, che lo
differenziava singolarmente da tutti gli altri. Gli uomini che vissero per
entro e durante cotesto periodo vennero come trasfigurando la nozione del
tempo; e il numero decimonono), ossia la data, divenne un'idea: come a dire la
persuasione del diritto a progredire. Tale persuasione era come formata già fra
il '40 e il '50. Singolare ricordo di quella onnipotente
Convenzione che aveva decretata l'abolizione di ogni altra èra, e
l'inizio di un nuovo periodo nella vita dell'uman genere!
Difatti per la
prima volta gli uomini sentono che essi stessi fanno la storia per entro alla
collettività organizzata. L'intelligenza umana fra i civili d'Europa che
tengono il governo del mondo, è venuta per la prima volta in contatto coi
viventi in tutte le regioni dell'orbe terraqueo, e s'è resa conto dei modi
d'esistenza di molte generazioni di nostri antenati. La consapevolezza
dell’essere nostro s'è venuta come rinforzando, avvalorando, moltiplicando. Per
la veduta così allargatasi su i molteplici precedenti del nostro vivere
attuale, la certezza dell'aver progredito, l'aspettazione del progredire e la
necessità del dover progredire han finito per raccogliersi in una persuasione
che ha sicurtà di fede. In questa sicurtà s'impernia un nuovo, più profondo e
più ampio senso di comunanza umana, che determina in molti ciò che può oramai
dirsi l'etica del socialismo: cioè il postulato della solidarietà
contrapposto all'assioma della concorrenza.
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