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Antonio Labriola
Da un secolo all'altro

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  • II.
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II.

L'èra liberale, dunque, è il nostro obietto; e proprio in quanto essa, tra un secolo e l'altro, ci si presenta in questo resultato di una civiltà, non più atavisticamente locale, non più nazionale e mediterranea, ma internazionale, anzi interoceanica o panoceanica. Non è chi non sappia, che alla fine del secolo decimottavo una sola nave, una sola volta all'anno, salpava da Alapuko per Manilla, a tenere i tenui rapporti commerciali fra i possidenti messicani e gli asiatici di quella Spagna, già fin da allora designata alla rovina qual potenza coloniale di vecchio stile. Ed ora le flotte commerciali e le flotte di guerra attraversano in ogni senso il Pacifico, non più pauroso mare esterno ai varii ambiti di attività civile continentale. Se non fosse per la straordinaria dispersione delle infinite isole, ivi, su la immensa spianata liquida, sorgerebbero, quali appendici o diramazioni della vecchia Europa e della nuova America, tanti conglomerati umani di così poderosa vitalità, quanta ne hanno e ne covano per l'avvenire le giovanissime e modernissime colonie dell'Australia e della Nuova-Zelanda, che fanno oramai invidia a noi orgogliosi di nostre lunghe memorie. Ed ecco che sui margini asiatici del Pacifico, proprio in questo momento, i varii potentati d'Europa si travagliano nella crociata cinese, crociata modernissima che non cinge più di sacra aureola dissimulati interessi mondani, e sollecita di continuo i nostri pubblicisti a ripetere la vecchia domanda del padre Erodoto: quali le cause del dissidio fra l'Oriente e l'Occidente? Non più, certo, l'invidia degli dèi, ma sì le invidie fra gli uomini; perché la concorrenza è l'assioma della società liberale, la quale vi si eserciterà attorno più furiosamente nel nuovo secolo.

L'èra liberale si annunziò dapprima con impeto di poesia, ed ebbe la sua orgogliosa ideologia derivatasi spesso in multiformi utopie. Di qui la singolare attrattiva e il grande imbarazzo in chiunque legga e studii della Rivoluzione Francese: perché quella ideologia , finita allora, e in breve tempo, nella negazione di se stessa, ci fa come diffidenti a misurare l'importanza dei fatti storici, dalle vedute, dalle opinioni e dalle teorie di quelli che dei fatti stessi si pretesero gli autori. Comunicare a tutto il genere umano le stesse idee (mi sovviene di Condorcet) - innalzare tutte le nazioni a libere personalità politiche - sostituire alla guerra fra esse la pacifica gara - distruggere nell'uomo fatto cittadino ogni traccia di sudditanza e di soggezione; - ma dove andrei a finire, se volessi intero ripetere tutto il tradizionale catechismo della democrazia? E dov'è che la democrazia è riuscita, sia pure approssimativamente, fuori che nella minuscola Svizzera, così appartata dal grande intrigo della storia?

Ecco che nella parola intrigo si compendia tutta la somma degli impedimenti, pei quali, durante il secolo decimonono, liberalismo, democrazia e principio nazionale hanno subito così varii, così frequenti e così potenti arresti.

E, innanzi tutto, chi vorrà negare esser tuttora vivo e forte il divario fra popoli attivi e passivi? Dov'è che gli europei, e loro derivati d'America nel rapido ciclo della conquista tecnico-capitalistica del mondo, abbiano trovato emuli ed alleati, fuori che nel Giappone: ed anche su questo punto mi rimetterei volentieri al più maturo giudizio dei posteri. Chi crederà mai, fuori che il Vambéry, uomo dottissimo sì, ma affetto, a mio credere, di artificiale chauvinisme turanico, che dall'accampamento ottomano si trarrà ancora una moderna nazione turca? E in che altro ha messo capo la kedhivale rinnovazione dell'Egitto, se non che, tout court, nell'ingerenza del capitale europeo, tradotta poi, senza complimenti, - checché dica in contrario la fraseologia diplomatica - nel dominio prevedibilmente perpetuo dell'Inghilterra da Alessandria fin verso le fonti del sacro Nilo? Non una sola delle genti, non un solo dei varii conglomerati di genti, non un solo dei quasi popoli, su i quali l’Islam esercitò per più d’un millennio la sua forte influenza, s’è visto ad assorgere di recente a nuova vita per ispontanea e rigeneratrice appropriazione degli elementi che il mondo europeo è andato offrendo.

E poi non è forse l’Europa stessa suddivisa alla sua volta in un suo proprio Oriente ed Occidente? La linea di demarcazione non è certo assegnabile come in un tracciato topografico; e nessuno vorrebbe dire, che, al di di essa, vegeti ancora sonnolenta la preistoria scitica e sarmatica. Ma è sempre vero che la Russia, al confronto di questi stati dell'Europa mediana ed occidentale, sorti e svoltisi da costanti rivoluzioni, che han rimescolato così spesso tutti gli elementi sociali dall'imo alla superficie, e dalla periferia al centro, e viceversa, rimane per noi come un qualcosa di straniero, che sa sempre di bizantino e di mongolico tuttora. La posizione attiva è sempre tenuta, alla fin delle fini e nel tutt'insieme, dai neo-germani e dai neo-latini: e ci troviamo perciò rimandati alla lunga tradizione della civiltà mediterranea antica, continuatasi nella unità cattolica del Medioevo.

Qual maraviglia, dunque, se la politica della conquista, della supremazia, della sopraffazione, dell'intervento di paese e paese, e della guerra, o fatta o soltanto minacciata, sia stata e rimanga l'inevitabile conseguenza, il potente ausilio e l'istrumento decisivo della espansione capitalistico-borghese?

Il principio di nazionalità, vuoi per fenomeno di spirito democratico, vuoi per fortunate circostanze, ha compiutamente trionfato nell'Italia, che nel suo recente assetto di stato unitario rimane di poco in qua dai suoi confini etnico-naturali. Per diverse vie, in diversi modi, con minori garenzie democratiche, ma con impeto immensamente superiore di fattività progressiva, e pur sempre nello stesso tempo, è venuta a maturità di grande stato una Germania nuova, povera di confini naturali che male amalgama entro i suoi confini politici alcuni elementi stranieri, e lascia fuori del suo perimetro un numeroso popolo di tedeschi. E qui s'arresta il successo della nazionalità. Greci, bulgari, serbi, rumeni - si son redenti sì; ma son essi rispettivamente così pochi, che non potendo esser leva da muover la storia, rimangono manubrii dei più potenti. E la infelice dilacerata Polonia, i finlandesi manomessi proprio sotto gli occhi della civilissima Europa, e i mezzo dispersi armeni, lasciati in balia della scimitarra micidiale? Il certo è che la dinamica politica che ha menato al presente, e non invero semplicemente temporaneo assetto, le combinazioni etno-economico-politiche che formano gli stati, ha sfidato e sfida la vigorosa logica del principio nazionale: e l'Inghilterra non avrebbe tenuto per due secoli l'indiscusso dominio dei mari, e fino a pochi decennii fa il monopolio del commercio mondiale, se, da quando in su la fine del secolo diciassettesimo si venne isolando dal continente europeo, avesse essa mai tollerato le sorgesse accanto nella vicina Irlanda, che ha così metodicamente stremata e depauperata, una nazione autonoma. L'Austria - ecco la classica e solenne smentita - s'è fatta qual è ora, e cioè libera dalla vieta tradizione del Sacro Romano Impero, proprio in principio del secolo decimonono, è venuta ai suoi mezzani componimenti di stato moderno liberale proprio in fine di esso, ed entra nel nuovo secolo sfidante i preannunzii di prossima morte.

 

Tutto cotesto assetto politico degli stati, che par fatto apposta per muovere, come muove, alle incessanti proteste i caldi amatori del dritto di natura, della logica e della giustizia, non sussisterebbe un sol giorno, se la compagine interiore delle società che offrono la materia su la quale si esercita l'arte di stato non fosse per se stessa piena di contrasti, e di continua sommossa dal perdurare e dall'intrecciarsi di tali contrasti. Per quanto da cento e più anni in qua sia stato forte, e soprattutto precipitoso negli ultimi decennii, lo spostamento della popolazione dalla campagna alla città, pur permane la divisione fra rurali e cittadini, con le accentuate e spesso irreducibili differenze psicologiche che ne derivano. Per quanto i rapidi progressi della tecnica abbiano raccolto intorno alle fabbriche di piccola, di media e di grande portata, innumerevoli operai reggimentati, da per tutto, ed anche nei paesi della più fiorente industria moderna, sussistono infinite forme di artigianato, che dalla piccola bottega giù giù si perdono fino nei lavori domestici, nei lavori promiscui, e nella ricerca girovaga ed avventizia della occupazione. Ed anche qui delle pronunziate differenze psicologiche. Ma che giova di prolungare l'analisi d'un fatto, che sta chiaro e dispiegato sotto gli occhi di tutti? Chi non vede, discerne e connota le caste, i ceti, le consortiere, le combriccole e le camorre, dei preti, dei frati, dei proprietarii, dei capitalisti, dei finanzieri, dei borsisti, dei commercianti, dei professionisti, degl'impiegati, a venir giù giù ai parassiti, ai vagabondi, al servitorame, e a tutte le specie e forme del canagliume e della mala vita? Per tali differenziazioni nel seno di una società, che non è più giuridicamente gerarchica, ma che è di fatto multiformemente articolata, mal si forma, salvo che nei casi di violente e repentine scosse, quella umanitaria opinione pubblica, senza della quale la democrazia non può sussistere. Si ripensi alle città antiche, che sono fino ad ora l'esempio classico ed insuperato della psiche democratica entro l'angusta cerchia di una vera cittadinanza. Per tali ragioni nel liberalissimo secolo decimonono, l'azione politica dello stato s'è affermata e retta ancora cosi spesso su la violenza, su la corruzione, e sul ripiego: sia che Napoleone III, nell'acquiescenza degli operai di città battuti dalla grande e media borghesia nelle giornate di giugno,si faccia l'imperatore dei contadini e dei soldati, aspettando al varco i capitalisti e loro parassiti; o che la scaltra oligarchia inglese disperda il moto cartista nelle dilazioni e nelle parziali concessioni; o che Bismarck acclimi ai mezzi costituzionali l'impetuoso moto socialistico tedesco.

Queste non liete riflessioni su gl'intralci che ha messo al moto ascensivo della democrazia il complicato intrigo politico di tutto un secolo, trovano rincalzo in due altri fatti. Dov'è, fino al momento presente, ed anche nei paesi che pretendono di averne, la vera cultura popolare? E d'altra parte non è forse vero, che mentre la scienza, quanto a materiale si è strepitosamente cresciuta, e quanto ai metodi, si è maravigliosamente raffinata, e mentre la tecnica conquistatrice e combinatrice di forze estende a vista d'occhi il dominio dell'uomo su la natura, in molti punti dell'orbe civile risorge il misticismo, e in molti strati della società si fa di nuovo potente il cattolicismo? Potremmo noi passar sopra a tali considerazioni?

 

Due problemi di carattere più generale stanno a capo di tutta questa trattazione, e penetrano per ogni parte il mio discorso.

Il primo è questo: si può mai misurare il progresso, e alla misura quale stregua occorre?

Il secondo può avere la seguente formulazione: è egli mai possibile di prevedere l'esito dei presenti contrasti? Il che si riduce a riannodare la nozione del progresso ad un prossimo punto di approdo. S'intende da sé, ed è anzi implicito al concetto della critica immanente ai contrasti della presente civiltà, che il ragguaglio principalissimo è riposto nella aspettazione del socialismo.

Il secolo del quale vado facendo la commemorazione, ebbe un carattere tutto speciale, che lo differenziava singolarmente da tutti gli altri. Gli uomini che vissero per entro e durante cotesto periodo vennero come trasfigurando la nozione del tempo; e il numero decimonono), ossia la data, divenne un'idea: come a dire la persuasione del diritto a progredire. Tale persuasione era come formata già fra il '40 e il '50. Singolare ricordo di quella onnipotente Convenzione che aveva decretata l'abolizione di ogni altra èra, e l'inizio di un nuovo periodo nella vita dell'uman genere!

Difatti per la prima volta gli uomini sentono che essi stessi fanno la storia per entro alla collettività organizzata. L'intelligenza umana fra i civili d'Europa che tengono il governo del mondo, è venuta per la prima volta in contatto coi viventi in tutte le regioni dell'orbe terraqueo, e s'è resa conto dei modi d'esistenza di molte generazioni di nostri antenati. La consapevolezza dell’essere nostro s'è venuta come rinforzando, avvalorando, moltiplicando. Per la veduta così allargatasi su i molteplici precedenti del nostro vivere attuale, la certezza dell'aver progredito, l'aspettazione del progredire e la necessità del dover progredire han finito per raccogliersi in una persuasione che ha sicurtà di fede. In questa sicurtà s'impernia un nuovo, più profondo e più ampio senso di comunanza umana, che determina in molti ciò che può oramai dirsi l'etica del socialismo: cioè il postulato della solidarietà contrapposto all'assioma della concorrenza.

 

 




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