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SCENA DECIMA
Don Roberto e poi Don
Gismondo.
ROB. Povero stolto! Ci lascierai la vita sotto di questa
spada.
GIS. Amico...
ROB. Ora ch'io sono in battermi, ci mancherebbe poco che non
mi battessi con voi.
GIS. Con chi vi siete battuto?
ROB. Con don Fausto, e l'ho in una mano ferito.
GIS. Povero galantuomo! ed ora vorreste fare a me una
finezza simile?
ROB. Che intenzione avete voi rispetto a donna Violante?
Spiegatevi.
GIS. Caro amico, cosa occorre che ci confondiamo per lei,
ora che ha perduta la lite...
ROB. Ha perduta la lite donna Violante?
GIS. L'ha perduta certo.
ROB. Chi ve l'ha detto?
GIS. Don Pirolino.
ROB. Che sia poi vero?
GIS. È vero pur troppo.
ROB. Povera donna! me ne dispiace infinitamente. Ora durerà
fatica a rimaritarsi. (ripone la spada)
GIS. Voi l'abbandonerete per questo?
ROB. Per dirvela in confidenza, non son sì pazzo a
precipitarmi.
GIS. Non so che dire. Io non vi posso dar torto.
ROB. E voi, don Gismondo, pensate voler continuare ad
andarvi?
GIS. Oh, per un poco. Per non allontanarmi tutto ad un
tratto. Per non far dire.
ROB. Sì, anch'io ho risolto di far il medesimo.
GIS. Bisogna che andiamo a condolerci della sua disgrazia.
ROB. È vero; questo è un complimento necessarissimo. Andremo
poi allontanandoci un poco per volta.
GIS. Alla villeggiatura si tronca affatto. M'impegno che in
quest'anno s'ha da ridurre in villa sola soletta a
verseggiare con suo nipote. (parte)
ROB. Verseggi con chi le pare. Se ha perduta
la speranza de' ventimila ducati, ella si renderà ridicola sempre
più. (parte)
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