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SCENA QUINDICESIMA
Pantalone, un Notaro
e detti.
PANT. Oh, son qua, siora nezza. Questo xe el sior nodaro che
ha mandà la copia della sentenza, e el dise, e el ne
assicura, che la causa l'avemo vadagnada.
VIO. Vinta la causa?
NOT.Sì signora, non vi è alcun
dubbio. Ella ha vinto la causa, e la parte avversaria
è ancor condannata nelle spese.
ROB. (Oh diamine! la cosa cambia di aspetto). (da sé)
GIS. (Ventimila ducati non sono un piccolo patrimonio) (da
sé)
VIO. Ma don Pirolino...
PANT. Don Pirolino xe un ignorantazzo.
VIO. E tutte queste persone che mi assicurano aver io
perduta la lite, con che fondamento me l'hanno detto?
FAU. A me lo disse il mio servitore Brighella, per averlo
sentito dire a don Pirolino.
VIO. E voi, don Roberto, da chi l'avete saputo?
ROB. Me l'ha dato ad intendere don Gismondo.
GIS. Io l'ho sentito dire a don Pirolino.
VIO. E voi altre, signore, perché avete detto lo stesso?
AUR. Domandatelo a donna Elvira. Io l'ho inteso dire da lei.
ELV. Ed io l'ho inteso dire a don Pirolino.
PANT. Ecco qua el fondamento de sti descorsi: don Pirolino.
VIO. Dunque mio nipote...
PANT. El xe un pezzo de aseno, che no
sa gnente. Questa xe la copia della sentenza, e avemo
vadagnà.
VIO. Caro don Fausto, leggetela voi.
FAU. Volentieri. Favoritemela. (a Pantalone)
PANT. La toga, e la persuada, se se pol, quella bona testa.
ELV. (Ah, come presto si cambiano le speranze in seno!) (da
sé)
FAU. Sì donna Violante, consolatevi, la causa è vinta. Voi siete
l'erede dei ventimila ducati. Godeteli, che il cielo vi benedica.
VIO. Ah don Fausto, li goderò più contenta, se voi mi
onorerete della vostra mano.
ROB. Signora donna Violante, me ne consolo di cuore; ora
potrete con maggior tranquillità coltivare il vostro talento.
GIS. Sarebbe un peccato che abbandonaste
gli studi.
ROB. Disponete di me, disponete di
un vostro servo.
GIS. Nelle questioni, nelle accademie, io terrò sempre
dalla vostra parte.
VIO. Ed io da questo punto determino, propongo e giuro, che
né voi, né altri della vostra fatta, saranno mai più in casa mia tollerati.
Andate da me lontani, perfidi adulatori, mendaci, che innamorati della mia
eredità deste fomento alle mie illusioni. Don Fausto,
uomo saggio, uomo veramente sincero, compatite se ho fatto sì lungamente dei
torti al vostro merito. Conosco adesso la verità. Sono disingannata. Ringrazio
il cielo che mi ha concesso li ventimila ducati, e
questi alla mia mano uniti a voi li offerisco, a voi li dono, in premio della
vostra sincerità. (gli dà la mano)
FAU. Non per i ventimila ducati, ma per la speranza che
ritorniate quella saggia donna che foste, vi do la mano e vi prometto esser
vostro.
GIS. (È fatta). (da sé)
ROB. (Non c'è più rimedio). (da sé)
GIS. Mi rallegro infinitamente con i signori sposi. Se posso
servirli, mi comandino. Servitor umilissimo di lor signori. (parte)
ROB. Servitor umilissimo di lor signori. (parte)
FAU. Perfidi! mi renderete conto...
PANT. Lassè che i vaga sti musi da
do musi; no ghe stè a badar.
ELV. Ecco: la signora cognata ha ritrovato marito, e di me, signor zio carissimo, non si parla?
PANT. Stè attenta, che ve toccherà
la volta.
AUR. Donna Violante, mi rallegro con voi.
VIO. Spero, donna Aurelia, che alle mie spalle avrete terminato di ridere.
AUR. Io?
VIO. Sì, vi conosco. Mi avete anche voi stuzzicata a
scrivere, per aver nuova materia da pascolar le conversazioni.
AUR. Oh, in quanto a questo ne
avete fatte tante, che per degli anni siamo ben provveduti. Signor don Fausto,
mi rallegro, se la godi, riverisco tutti. (parte)
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