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SCENA QUARTA
Un Servitore di donna
Aurelia, e detti.
SERV. Signore, appunto io aveva
ordine dalla mia padrona di ricercare di lei.
FAU. Cosa comanda donna Aurelia da me?
SERV. Ha necessità di dirgli una cosa, e lo prega pigliarsi
l'incomodo di andar da lei.
FAU. Ditele che fra un'ora al più sarò ad obbedirla.
SERV. La supplico di non mancare.
FAU. Preme anche a voi ch'io vada? Si tratta di qualche
vostro interesse?
SERV. Signore, la mi perdoni, non è la mia premura senza
ragione. Quando la padrona aspetta qualche visita, di quelle come sarebbe a
dire... non so se la mi capisca! è impaziente, tutto
le dà fastidio, l'aspettare la inquieta, e la si sfoga colla povera servitù. La
prego dunque. Le bacio le mani. (parte)
BRIGH. Gran galeotto che l'è colù! L'ha volsù dir
gentilmente che donna Aurelia aspetta vossignoria, et cetera.
FAU. Mi è noto ciò che vuol da me donna Aurelia.
BRIGH. Sta lettera che ha scritto sior don Roberto a siora
donna Violante, cossa vorala dir?
FAU. Di questa vorrei chiarirmene, s'io
potessi. Tu mi parli di lettera, don Gismondo mi parlò
di satira; qualunque sia quella carta, procurerò di saperlo. Vado per questo
solo motivo da donna Violante, prima di passare da donna Aurelia.
BRIGH. Comandela che la serva?
FAU. No, non mi occorre. Portati più tosto alla casa di donna
Aurelia, e perché non s'inquieti, se qualche momento di più tardassi, falle
sapere che sarò da lei, dopo aver riverita donna Violante.
BRIGH. Mo no ghe dirò miga cussì,
la me perdona.
FAU. No? perché?
BRIGH. Dir a una donna vegnirò da
vu quando sarò stà da quell'altra, l'è un complimento da farse romper el muso.
FAU. Di' quel che vuoi: io non so nascondere la verità. Chi
mi vuole, mi prenda; chi non mi vuole, mi lasci. Amo chi mi
ama; venero tutto il mondo; ma non ho soggezione di disgustar chi che sia, quando
trattasi di dover dire la verità. (parte)
BRIGH. Dis el proverbio, che la verità
partorisce l'odio e pur l'è una madre bellissima, che non merita una prole
cussì cattiva. Ma l'odio veramente nol nasceria dalla verità, se sta
povera infelice no fusse violada dall'interesse, che
finze de sposarla per ruvinarla. Anca mi qualche volta, matto, strambo che son,
me par una bella cossa sto maledetto interesse; ma el
mio padron pensa giusto e le so massime le fa in mi quel effetto, che fa el
fogo sull'oro. Par che le me infiamma un pochetto per
la vergogna; ma le destruze in tel mio cuor onorato ogn'ombra de falsità, ogni
macchia de interesse, de artifizio, de simulazion. (parte)
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