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SCENA SETTIMA
Il Servitore e dette;
poi Donna Violante.
SERV. Signora, è qui donna Violante, che desidera riverirla.
AUR. Padrona. (al Servitore, alzandosi)
ELV. Oh diamine! aspettate. (al Servitore, alzandosi) Donna
Aurelia, quest'incontro è pericoloso.
AUR. Potete passare in un'altra camera. Fa che venga donna
Violante. (al Servitore, che parte)
ELV. A voi mi raccomando. (parte)
AUR. Oh va, che sei bene raccomandata. Io non credeva in tal guisa avermi da moltiplicare il divertimento
con tutte due le cognate.
VIO. Amica, compatite s'io vengo a
recarvi incomodo.
AUR. Voi mi onorate.
VIO. Honor est honorantis, dice il latino. Ma lasciamo le
cerimonie, e permettetemi ch'io vi dica...
AUR. Sedete, donna Violante
VIO. Maxime.
AUR. Che dite?
VIO. Niente, niente. (Poverina! non intende). (da sé, siede)
Permettetemi che io vi dica: mia cognata dov'è?
AUR. A me lo chiedete?
VIO. Cara amica, non mi fate parlare.
AUR. Anzi, se siete amica, non dovete tacere.
VIO. Ho veduto il servitor di don Fausto sulla vostra porta;
gli ho chiesto se vi era qui il suo padrone, ed ei rispose: lo aspetto.
AUR. Bene, e per questo?
VIO. E per questo in buona argomentazione
posso conchiudere: ergo donna Aurelia ha messo l'accordo.
AUR. Donna Violante, voi mi fate ridere.
VIO. Non rido io, donna Aurelia; non rido, perché son tocca.
AUR. Tocca? da che mai?
VIO. La verità non la so nascondere. Amo don Fausto, e chi
cerca rapirmelo è mio nemico, e chi vi coopera non ridebit.
AUR. Io non rido di voi.
VIO. Voi non intendete il latino. Ho detto, chi vi coopera
non riderà.
AUR. (Oh quanto mi dispiace, che a questa scena non vi sia
nessuno!) (da sé)
VIO. Credono, perché io mi sono data alle lettere, che non
veda, non sappia e non conosca le loro insidie: ma assicuratevi, donna Aurelia,
che benché io abbia
Pien di filosofia la lingua e il petto;
saprò anche, occorrendo,
Rotar la spada e insanguinar le mani.
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