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SCENA DODICESIMA
Camera di donna Violante.
Argentina e
Traccagnino
ARG. Potete lasciarla a me quella lettera, se v'incomoda
l'aspettare.
TRACC. Signora no, no la posso lassar. Ghe l'ho da dar
propriamente in man.
ARG. Sa il cielo quando verrà.
TRACC. Per mi vorria che la stasse
tre o quattro zorni a vegnir.
ARG. E stareste qui ad aspettarla?
TRACC. Per véder, contemplar, ammirar la più bell'opera
della madre natura.
ARG. Vi è qualche cosa che vi dà nel genio?
TRACC. Siora sì. Era avvezzo alle bellezze de Bergamo:
bellezze no ghe n'ho visto più. Le vedo adesso, e me
sento da quei occhietti a bisegar in tel cor. Che
bella filosofia! che bel frontespizio! che guance candide e traccagnote! È vero
che ghe manca la bellezza del gosso, ma gh'è qualcossa che pol supplir.
ARG. Il vostro nome?
TRACC. Traccagnin.
ARG. Bellissimo nome!
TRACC. Ghe dalo in tel genio sto nome diminutivo?
ARG. Sì, un nome adattato alla vostra corporatura.
TRACC. E pur un tocco de aseno m'ha
dito che son un mezzan.
ARG. Non avrà inteso dirlo perché siete piccolo, ma per qualche
altra ragione.
TRACC. Ma per cossa donca?
ARG. Forse perché vi averà veduto portar quella lettera.
Mezzano vuol dire uno che porta lettere e fa imbasciate amorose.
TRACC. Ah, adesso lo capisso. Bravo!
se lo trovo, vôi che femo pase, che bevemo un boccal
de vin. Sì ben porto lettere, fazzo ambassade: son un mezzan. Vardé quando che
i dise, se precipita delle volte per no capir.
ARG. Ecco la padrona.
TRACC. Me despiase che la sia
vegnuda. Principiava a chiapparghe gusto. Ma se vederemo.
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