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Carlo Goldoni
Il festino

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SCENA SESTA

 

Il Conte e dette.

 

CON.

Oh, che fortuna è questa? Marchesa, Baronessa. (s'inchina.)

MAR.

Serva, Conte.

BAR.

Son serva.

CON.

Vi ha detto la Contessa?

BAR.

Che cosa?

CON.

Del festino

BAR.

Non siam privilegiate.

CONT.

(Ora son nell'impegno). (da sé.)

CON.

Perché non le invitate? (alla Contessa.)

CONT.

Il festino si fa?

CON.

Si fa, si fa, signora. (alla Contessa.)

CONT.

Come? Se i sonatori voi non trovaste ancora?

CON.

Li ho ritrovati. In vero, assai difficilmente.

Signore, la Contessa di ciò non sapea niente.

Temea non si facesse, e non ardia per questo

Pregar di favorirci...

CONT.

Nulla sapea. Del resto

Pregate vi averei, come vi prego adesso. (freddamente.)

BAR.

Riceverò gli onori.

MAR.

Tenuta io mi professo.

CONT.

(Stupisco che si accetti da lor simile invito). (da sé.)

BAR.

(Verrò per suo dispetto). (da sé.)

MAR.

(Verrò per suo marito). (da sé.)

CON.

Udite. Se il digiuno talor non vi dà pena,

V'invita la Contessa a parchissima cena.

BAR.

A cena ancora?

MAR.

È troppo.

BAR.

Troppo gentil, Contessa.

MAR.

Voi siete, per dir vero, la gentilezza istessa. (alla Contessa.)

CONT.

Indegna di tai dame sarà la mensa mia.

BAR.

Bastami il vostro cuore.

MAR.

La vostra compagnia.

CON.

Si farà preparare in luogo confidente;

Tra i suoni e le bottiglie staremo allegramente.

MAR.

Vi sarà, mi figuro, madama Doralice.

BAR.

Si sa; senza di lei la festa far non lice.

CONT.

(Sentite?) (al Conte.)

CON.

(E che per questo?) (alla Contessa.) Ci sarà, sì, signora.

Dama non è che possa esser fra l'altre ancora?

BAR.

Anzi sarà Madama il miglior condimento.

MAR.

Dove non vi è Madama, non vi è divertimento.

BAR.

Verremo questa sera al generoso invito.

MAR.

Godremo, Contessina, la festa ed il convito.

CON.

Compatirete.

BAR.

Addio

MAR.

Addio, Contessa mia.

BAR.

(Di rabbia si divora). (da sé.)

MAR.

(Di rabbia e gelosia). (partono accompagnate da tutti e due, ma il Conte le segue.)

CONT.

Non so quel che mi faccia, non so se il mio dispetto

Vada a sfogar altrove, o s'io mi ponga in letto.

Vorrei dissimulare, ma estrema è la mia pena;

Resister non mi fido al ballo ed alla cena.

De' miei dolenti casi inteso è il padre mio;

Da lui prudente e saggio tutto sperar poss'io.

S'ha da trovar rimedio. Un dì s'ha da finire;

Ma intanto la prudenza m'insegna a sofferire.

Farò dei sforzi, e spero di superar l'affanno.

Per una notte al fine... ma torna il mio tiranno.

Barbaro, ti amo ancora. Questo è il mio mal peggiore;

Meglio per me, se meno amassi il traditore. (parte.)

 

 

 

 




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