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Carlo Goldoni
Terenzio

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SCENA UNDICESIMA

 

Creusa e li suddetti.

 

CRE.

Temeva disturbarti.

LUC.

Sempre hai tu da fuggirmi? Sempre ho io da pregarti?

Saran le tue ripulse ai miei desiri eterne?

TER.

(Preso ho affé, questa fiata, lucciole per lanterne). (da sé.)

LUC.

Rispondimi, Creusa: stanca sei coi disprezzi

Pagar chi studia e pena a meritar tuoi vezzi?

TER.

(Che mai dirà?) (da sé.)

CRE.

Signore, mio cuor sempre è lo stesso;

Quel che poc'anzi ho detto, posso ridirti adesso.

LUC.

Se di Terenzio invano ti lusingasti, osserva:

Libero, e a Livia sposo, sprezza te Greca, e serva.

CRE.

(Barbaro) (da sé.)

TER.

(Sventurata! Or comprendo l'errore). (da sé.)

LUC.

Dille tu, s'io mentisco. (a Terenzio.)

TER.

Non mente un senatore.

LUC.

(D'un più discreto amore l'esempio egli ti reca). (a Creusa.)

CRE.

Da un African l'esempio sdegna un'anima greca.

LUC.

Tu, se 'l mio ben ti cale, se aneli alla mia pace,

Modera quell'ingrata nel disprezzarmi audace.

Cerca ragion che vaglia a impietosirle il seno;

Per quel che a te donai, poss'io chiederti meno?

Vo ad affrettar la pompa che far ti dee Romano,

Vo in tuo favor di Livia lieto a dispor la mano.

Fa tu che quell'altera dal cuor non mi discacci. (a Terenzio.)

Tu pensa a compiacermi, o a raddoppiar tuoi lacci. (a Creusa, indi parte.)

 

 

 




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