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Carlo Goldoni
Terenzio

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SCENA QUINDICESIMA

 

Terenzio solo.

 

TER.

Fin che fra' lacci io sono, di te mi credi indegno;

Tal io, se li disciolgo, di te più non mi degno.

Dove fondate il fasto, donne Romane altere,

Che rendere vi puote ai miseri severe?

Livia, che ha cuor superbo, stimo d'un'altra meno;

Più val schiava Creusa, che ha la virtude in seno.

Duolmi senza mia colpa averle ora spiaciuto;

Rete tra i fior si tese; in quella io son caduto.

Ma tratto dal mio piede di servitute il laccio,

Creusa e me fors'anco saprò trar d'ogn'impaccio.

Ah, voglia quel che a noi sovrasta eterno fato,

Ch'io possa esser felice, ma senza essere ingrato,

Valgami nel grand'uopo, a superar gli obietti,

La bella comic'arte di maneggiar gli affetti.

E se noi dall'arena abbiam comici il vanto

Di trar sovente il riso, di trar talora il pianto,

Quel che su finte scene l'arte maestra aduna,

Tentar vo' per me stesso, per far la mia fortuna.





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