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Carlo Goldoni
Terenzio

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SCENA QUINTA

 

Terenzio e Critone.

 

TER.

Udisti? (a Critone.)

CRIT.

O te beato, cui merito e virtude

In giornofelice trarrà di servitude!

TER.

Le quattro picciol'arche piene mirasti d'oro?

CRIT.

Sventurata Creusa!

TER.

Mio non è quel tesoro.

CRIT.

Usurpalo allo schiavo l'avidità romana?

TER.

No, che a me del signore l'alma lo dona umana.

CRIT.

Per chi dunque dentro tal provvidenza è chiusa? (accennando la stanza.)

TER.

Consolati: in gran parte quell'oro è di Creusa.

CRIT.

Come?

TER.

Sì, la pietade, l'amor, la tenerezza

Fa ch'io la bella estimi più assai d'ogni ricchezza.

Se a te il peculio tolse per lei destino rio,

Per suo, per tuo conforto, posso offerirti il mio.

Fingiti il greco Trace, che qui Lisandro ha nome: (leggendo sulla tavoletta.)

I duemila sesterzi sai dove sono, e come.

CRIT.

Santa pietà de' numi! Se di fortuna il gioco...

TER.

Ecco Lucan che giunge. Curvati! Ancora un poco. (Critone si va curvando con pena.)

 

 

 




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