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Carlo Goldoni
Terenzio

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SCENA SETTIMA

 

Lucano, Terenzio, Lelio, Fabio, Damone, clienti e servi; indi Livia.

 

LIV.

Ai plausi degli amici, ai viva degli eroi,

Permettasi che Livia possa accordare i suoi.

LUC.

Vieni, o tu di Lucano figlia d'amore, a parte

D'onor, di cui tu stessa godrai la miglior parte.

Altro fregio non manca al cittadin novello,

Che far con degne nozze il suo destin più bello.

Ecco una maggior prova dell'amor di Lucano:

Figlio a me sia Terenzio, dando a Livia la mano.

TER.

(Che farò?) (da sé.)

LIV.

(Che risponde?) (da sé.)

TER.

Signor bastanti pregi

Non ha Terenzio ancora per meritar tai fregi.

Chi i propri beni al censo vantar non può ne' lustri,

Ottar sai che non puote fra candidati illustri.

Livia è nata agli onori; d'un misero privato

Sdegna la sorte umile chi è nata al consolato.

LIV.

Padre, Terenzio il merta. Forma il censo al liberto;

Tua bontà si coroni, abbia l'onore offerto.

LUC.

Facciasi. I doni vari, schiavo, a te pervenuti,

Liberi a tua virtute fur del cuor mio tributi.

Altri aggiunger non nego, fino che l'uopo il chieda;

Ma l'uso che facesti de' beni tuoi si veda. (a Terenzio.)

TER.

Sì, lo vedrai. Concedi brevi momenti; io torno.

Verrò forse, tornando, di maggior gloria adorno.

(Celare un'opra ardita dovrebbesi a Lucano,

Ma son l'eroiche prove familiari a un Romano). (da sé.)

 

 

 




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