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| Giacomo Leopardi Poesie varie IntraText CT - Lettura del testo |
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PER UNA DONNA INFERMA DI MALATTIA LUNGA E MORTALE Beltà né giovanezza incontro a morte; E pur sempre ch’io ’l veggio m’addoloro: Che s’io nol veggio, il mio desir prevale, Tanto ch’io spero pur che l’enea sorte Altrove ad altri casi ad altri tempi Fin che dal mal presente è sbigottita Com’or che a l’occidente di sua vita Veggio precipitar questa dogliosa, Poi ch’altro non m’avanza, Già mai di lagrimarla io non fo posa. Ed è pur tanto bella E tanto schietta e in così verde etade, E poco andrà ch’io potrò dire, è morta, È morta e non risponde: ahi poverella! Che dolor, che lamento, che pietade, Chiusi quest’occhi, e morto questo volto, Dirle per sempre addio, ch’esser doveva Tanto tempo fra noi; Or non so chi né come ce la leva: Solo a pensarlo mi si schianta il core, Ben ch’i parenti tuoi Son d’altro sangue, e tu sei d’altro amore. Quando de l’infelice Viemmi talun recando aspre novelle, Mi studio quanto so farle più levi: Chi sa? dunqu’esser puote? or chi tel dice? Tal patteggiando vo con quello e quelle: Ma d’ogni patto il nunzio si disdegna, E quanto può s’ingegna Ch’io creda ch’e’ non disse altro che vero, D’ogni rifugio in sin ch’io mi dispero, E veggio ben che tu ci lasci soli, Poco può star che sempre a noi s’involi. Quel sospiroso e languido sembiante Che par che dica, io di pietà son degna, Che nacqui sfortunata. Io ’l so ben io, Tristo me tristo me; questa di tante Sventure ch’io sostenni è la più dura. Ahi ahi, ma così pura E così vaga, dì, forse che stai Non temer, non temer, che non morrai; Non può mai far. Non vedi? io pur saria (Che t’ho certo a seguire) Vicino a morte, e son quello di pria. Dico ch’io t’ho per certo A seguitar, che s’a la tua non viene Dietro la vita mia, partir non puote; Né so perché, ma pur mi sembra aperto, Ben che d’amarti il vanto altri si tiene. Ch’io dica, è morta quell’istessa, quella Or s’ella è morta, ed io come son vivo? Non fia, ch’a intender pure io non l’arrivo. Fa cor fa cor, che senza fallo alcuno, Conterem questi affanni ad uno ad uno. Lusingando me stesso a un tempo e lei, Rinforza il male, e ’l gran dolor s’accosta. Deh per pietà non sia cor sì villano Che non si mova a sovvenir costei; Deh troviam qualche via, troviam qualch’arte, Che questa se ne parte, E s’altri non l’aita, ha poco andare. Oimè nulla non giova? Io non so far che ’l creda: io vo’ provare Io stesso, io vo’ vedere. E ’l veggio bene, Che disperarmi al tutto mi conviene. Che incontro al fato non abbiam valore. Sta come sconcio masso, e noi ghermito Meglio che può con queste braccia frali, Poniam di sbarbicarlo ogni sudore; Ma quello è tal da poi, qual fu davante. Ed io pregando quante Possanze ha ’l cielo, e tutto foco in faccia, E ambasciato e sudato, E stese fortemente ambe le braccia, Perir vedrotti, ch’io nulla non posso A contrastarlo, e ’l fiato Tardar che da’ tuoi labbri in fuga è mosso. Sì certo, sì, né cosa altra mi resta Se non che moribonda io la consoli. O cara mia, confortati: se mai Tua gente e me con lei tutta funesta Vorrà far Dio, ripiglia cor: natura Tutti quanti siam nati. Anima mia, Qual puoi veder che misero non sia? Ben che ti par, non ti verrà trovato. Or poi che si sospira E piange invano, offriamci al nostro fato. È teco più spietata che non suole Che ’l fior di giovanezza ti rapisce: Pur datti posa; han di piacere alcuna Sembianza i mali estremi. Or vedi, il sole Non andrà molto ch’io sarò sotterra, Anche a me breve corso il ciel misura; E pur di mia giornata Son presso a l’alba, né di morte ho cura, Ché qual mai visse più, quei visse poco, Nostra famiglia a la natura è gioco. Ma questo ti conforti Sopra ogni cosa, ch’innocente mori, Né ’l mondo ti spirò suo puzzo in viso. Tutti tuoi pari andran tosto fra’ morti, E avranno il più di lor fracidi i cori; Che questo mondo è scellerata cosa, Candida gioventute, è scherzo al vile E nefanda vecchiezza; e in cor gentile Quel che natura fe’ spegne l’esempio, Tanto che poco aspetta Quel giusto ed alto a farsi abbietto ed empio. L’indegna mota che sei tanto bianca; Tutti, qualunque ha più robusto il petto, Io de’ malvagi io fora o donna mia, E sarò pur se ’l tempo non mi manca, Che virtù prezzo più che gioventude, Fuggo beltà che pur m’è tanto cara; Me, s’io non ho già presso L’ultimo sol, me di sua pece amara Imbratterà la velenosa etade, E questo core istesso Fia di malizia speco e di viltade. Or ti rallegra o sventurata mia: Tutto ti toglia l’implacanda sorte; Non l’innocenza de la corsa vita Né ’l cielo né possanza altra che sia. Qual se’ discesa, tale a la partita, Cara, o cara beltà, mori innocente.
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