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| Giacomo Leopardi Poesie varie IntraText CT - Lettura del testo |
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NELLA MORTE DI UNA DONNA FATTA TRUCIDARE COL SUO PORTATO DAL CORRUTTORE PER MANO ED ARTE DI UN CHIRURGO Mentre i destini io piango e i nostri danni, Cagion s’accresce a le cagioni antiche. Io non so ben perch’io tanto m’affanni, Che poi ch’il miserando Nunzio s’intese, io me ne vo per tutto Fatto m’abbia fortuna, e pur m’inganno; Dal cor l’ambascia si riversa e move, E sol da la pietà non trovo loco. Che s’altrui colpa è questo ond’io m’affanno, Peggio è la colpa assai che la sciaura. Di tue povere membra a dir io basto O sventurata? e può di queste labbra Ch’al tuo dolor s’adegui allor che guasto Tu lo sai, poverella, che non puote A narrar tuo cruciato altri non vale. Che s’al ver non cedesse il nostro canto, Giuro che ’l bosco e il sasso umano e pio Faria per la tua doglia il canto mio. Ahi ahi, misera donna, io gelo e sudo Pur quando ne la mente Mi ritraggo il tuo scempio: or sofferirlo Nel tuo tenero vel come fu crudo! Pria de lo strazio il palpitar frequente Sudato e bianco; e non giovarti in quella Orrida pena e sotto a’ ferri atroci Il pianto miserabile né il molto E non le triste grida, e non la bella Sembianza, e ’l gener frale, e non l’etate? Spasimate stendesti, ed ambe invano Sanguinasti le palme a stringer volte, Gli smaniosi squarci e l’empia mano. Or io te non appello, Carnefice nefando, uso ne’ putri O scellerato amante. Ecco non serba La terra il tuo misfatto, e invan l’amaro Frutto celasti a la diurna luce, Cui già di sotto a l’erba Ultrice mano al pianto e al sol riduce. Vieni, mira crudel. Questo giuravi A lei ne la suprema Ora di sua costanza, e in quella colpa Che a te largia, tu col suo sangue lavi? Così la sventurata Virtù ch’ella ti fea vittima estrema Le contraccambi? Or guata Questi martori, e questi Atteggiati d’asprissimo dolore Infelici sembianti: io grido o fera, Io grido a te; quando cotal vedesti Far la meschina, in quella Non ti sovvenne de l’antico amore? Non quando al tuo desir la festi ancella? Fu ’l tuo, tradita amante! oh come poco Godesti di tuo fallo! E t’avea pure E la paura, e di vergogna il foco, Del pentimento: or non bastava al fato Serbava al fallo tuo: morir per opra Di quel che tanto amavi, e così presto Per l’età verde, e in barbaro cruciato, E non lasciar qua sopra Altro che ’l sovvenir del tuo peccato. Che dico? or qui non mi badar, ch’io mento Pur crudo il tuo destin, ma di pietade Spogliar non valse il lagrimoso evento. La tua vo lamentando ultima sera, Schizzin le corde e fiacchisi la cetra, E la lingua si sterpi e ’l braccio mora: Per consolarti io canto o donna mia, Che non ha chi m’ascolta un cor di pietra, Né guarda il fallo tuo ma le tue pene. Or dunque ti consola O sfortunata: ei non ti manca il pianto, Né mancherà mentre pietade è viva. E poca vita hai persa ancor che tanto Giovanetta sei morta. Ma molto più che misera lasciasti Però che omai convien che più si doglia A chi più spazio resta a la partita. E tu per prova il sai, tu che del mesto Tuo stesso amante, il sai che mondo è questo. Ecco l’incauto volgo accusa amore Ed i codardi ingegni, onde t’avvenne Svegliar la dolce fiamma in basso core. Spirti gentili: in voi, dite, per fiato Dite, di voi pur uno È che non desse a le ferite il petto Per lo suo caro amor? Tu ’l vedi o solo Raggio del viver mio diserto e bruno, Prendo mai cor, s’a non volgare affetto La mente innalzo, è tuo valor non mio. Che se da me ti storni, E se l’aura tua pura avvivatrice Cade o santa beltà, perché non rompo Perché di propria man questo infelice E in tanto mar di colpe e di sciaure Se non la vostra infino al sommo passo? Altri amor biasmi, io no che se nel primo Fiorir del tempo giovanil, non sono M’avveggio ben che di suo nume è dono.
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