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Giacomo Lubrano
Sonetti

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CVI

AL TALENTO INCOMPARABILE DELLO STESSO

 

Che soave magia? veggio gli accenti,

odo i gesti in un estasi erudito;

e gareggian fra sé l’occhio e l’udito,

sospesi da incantesimi eloquenti.

 

Lo stupor mi ravviva in più contenti

intellettive specie al senso ardito.

Così là sù nel Bel d’un Dio infinito

fisse godon, dico io, l’alate Menti.

 

Sento rapirmi mezza l’alma a volo,

mentre le grazie tue Edero ammiro;

e concentro i pensieri a un pensier solo.

 

Taccio, né men mi volgo: appena io spiro;

e mi si fa parentesi di duolo,

se l’udir mi distrae da quel che miro.

 




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