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| Giacomo Lubrano Sonetti IntraText CT - Lettura del testo |
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XVI PROSOPOPEA
Arte è la vita mia: tesso e ritesso le viscere spremute in bave d’oro: né pur del chiuso boccio ove dimoro m’è di volar al fin sempre concesso.
Salendo in sù di vil ginestra, appresso le rovine al mio serico lavoro. Così filando i giorni, arso mi moro: Parca, Prefica insiem, tomba a me stesso.
Povero già serpendo in verdi prati, gustai d’erboso suol dolci le brine, senza l’ira temer d’incendii ingrati.
Ricco crebbi a l’insidie, a le rapine. Apprenda l’Uom da me, che avari i Fati più corrono a spogliar chi ha d’oro il crine.
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