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PROLOGO
OMBRA
Monte è ne l’aria, e il sostengon
nembi,
al cui penoso piè s’aggiran
spirti;
spirti, che stolti e lenti
errando già fra voi, foglie
cadenti,
trassero i falli lor dal giorno a
l’anno,
senza sentirne affanno;
alfin con un sospiro
di consigliato senno
falli e vita finiro:
or piangono l’error e la tardanza
in disperato duol, ma con
speranza.
Di gente tal, di region sì ignota
è questa, ch’or udite e mal
vedete,
ombra o spirto o fantasma.
Pur, qualunque io sia detto, certo
fui
alcun tempo un di voi,
senonché mi distinse
regia corona e manto,
gravi a portarsi, ahi quanto!
A me tributo diêr Senna e Garonna
e lungo lido verso il ciel de
l’Orse,
con altro opposto, ov’acque morte
amare
il Rodano fan mare.
Ma che giovò? Cesser tributi e
scettri
a poca terra oscura,
chiamata sepoltura:
orrida stanza, pur tanto ha di
degno,
che ’n lei riposan cheti
mendicitate e regno, aspri
contrari
ai riposi mortali.
In lei lasciai di me quel che si
vide;
l’invisibil portai e meco stassi,
chiaro no, qual pria l’ebbi,
ma tinto in ombra di terrene cure,
fatte or lagrime dure.
Amai donna reina, e fu l’amarla
giusto, perché fu moglie e ossa
mie:
ma ’l dolor di lasciarla,
come soverchio fu, così fu colpa.
Di questa e d’altre or sento
più viva la ferita,
quanto, morto il mortale,
ha più viva la vita.
Tal erro e tal mi doglio, e talor
miro
dei mondani successi
il variabil giro.
Lasso, e il non veder fôra assai
meglio,
poscia che miro in loro
d’ogni sciagura il peggio!
Veggio la carne e l’ossa,
che morendo io lasciai vive fra voi,
lasciai regnanti con corone
eccelse,
or prigioniere, or serve, e, quel
ch’è ’l sommo
di lagrime e sventura,
condursi al colpo estremo
di ferro feritor infame, avezzo
al sangue solo di malnati rei.
In tanto eccesso, a chi parer dee
strano
che voce di pio amante
si faccia udir a lamentarne il
danno?
Sorga pur di tomba anco il braccio
morto
a vendicarne il torto!
Ma di là appar la sventurata
donna,
ahi, ahi dissimil quanto
a quel ch’io la lasciai,
a quel ch’io la sperai!
Rimanesti, o mia carne,
di regia pompa e d’aureo manto
adorna:
or ti cinge, mendica,
miserabil gonna!
Rimanesti a regnar, a regnar nata:
or, qual serva, dannata
da vent’anni di misero martìre,
verrai tratta a morire!
Deh, chi giunge a veder gli alti
consigli,
o chi scerner può ’l fine?
Adorate e tremate, o d’Eva errante
miserissimi figli!
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