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ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
REINA, CAMERIERA
REINA
Se pur è alcun, che nel volubil
giro
de le cose mortali
cerchi come si caggia o si ruine
da nubi di fortuna alte e felici
a dolorosi abissi
di sorti infelicissime, meschine,
senta me che ragiono, e me rimiri.
Rimiri me, che già reina adorna
di due chiare corone e di due
scettri,
che resser ad un tempo Franchi e
Scoti,
figlia di re, moglie di re
possente,
discesa per lungo ordine da regi,
e di re madre ancora,
or chiusa in mura anguste, or
prigioniera,
legata a l’altrui forza, a
l’altrui voglia,
priva, non dirò già di maestade
o d’impero real, ché di ciò ’l
nome
a pena mi rimembra,
misera, ma priva anco
di quel che dà natura aere sereno
a nodrir quanto ha vita,
passo le notti e i dì fra i rischi
e i danni
e di morte e di vita.
Ma s’è pur ver che con incerta
norma
e con vario costume,
or doloroso, or lieto,
volve lo stato umano
possente ascosa mano,
com’esser può che dopo ’l lungo
corso
di vent’anni infelici al fin non
giunga,
o non si muti almeno,
la miseria o la vita? E pur non
posso,
se ben rincorro le sciagure e i
mali,
a tormentar avezzi
miseri mortali,
non posso ritrovar quel che più
manchi
al colmo del mio affanno,
al sommo del mio danno:
reina prigioniera,
vedova sconsolata, abbandonata
madre d’inutil figlio,
signora di rubella infida gente,
donna senza consiglio,
povera, inferma ed in età cadente.
Poss’io più dir, o può formar la
vita
altre nuove sciagure?
O non ha luogo, lassa,
ove le impieghi, se non in me
sola?
Sola, e tutto al tormento;
Nulla, ahi nulla al contento!
Deh, come oscuro e crudo
rotasti, o sol, quel dì che
l’empio lido,
empio lido e spergiura infame
arena
d’Inghilterra, toccò l’infausto
piede,
che me portò con nome di reina
coronata, onorata,
e con destin di serva
rapita, catenata!
Lassa me! Dunque nacqui,
nacqui figlia di re, fui poscia
erede
d’antichissimo regno,
d’eccelso re fui moglie, e son
madre anco
di re, che da me prende
manto e scettro e corona:
a tanto colmo alzar mi volse il
Cielo,
perch’io cadendo poi precipitassi
a non esser più donna
neanco di me stessa,
e da mano tiranna
ritener questa vita,
quasi grazia e mercede
d’un’empia mia nemica.
Ahi ria sorte, ahi sventura,
ahi affanno, ahi dolore,
come non spezzi il core?
CAMERIERA
Deh, quai memorie dure
a la memoria torni,
per raddoppiare il male!
Il qual, se ben ci affligge e ci
tormenta,
par che col non parlarne
assai meno si senta.
Pur, poscia che col duol sen va il
lamento,
come con nube vento,
alcun non sia ch’accusi,
donna e reina mia, le tue querele;
né questa serva tua tanto presume
o tanto ardisce. A me dolermi
tocca
col tuo dolor e accordar al suono
dei tuoi sospiri i miei sospiri e
’l pianto;
ma se talor concede
bontà reale e fedeltade antica
dir quel che sente affezionata
voglia,
per scemar in te ’l duolo e in me
l’affanno,
rimembrerò fra le memorie acerbe
le tue dolci speranze e quei
secreti,
ch’a me sola confidi e ch’io
nascondo,
se far si puote, al mio medesmo
seno,
per tornargli a te sola. A’ quai
pensando,
che debb’io dir, reina amata e
cara?
Sorgon nuove cagioni a nuovi lai,
e tu le ascondi e taci? O pur ti
duoli
di lunga antica doglia, e dài
principio
a più gravi lamenti, allorché ’l
male
è per giungere al fin? Ché ben al
fine
è per giungere il male,
se ’l vero a me dicesti, o se ’l
ver dice
quei che ne scrive il re, caro tuo
figlio.
Il qual promette certa
la guerra al regno inglese,
aggiunte insieme
l’armi scote a l’ispane;
e più anco promette:
il suo sangue e la vita
per sacrificio e prezzo
de la tua libertà, quando la
cruda,
che qui ti tien rinchiusa,
non ti renda al tuo regno e ai
tuoi Scoti
libera e sciolta per accordo o
pace;
la qual forse or si tratta o è
conchiusa.
Così sperar debbiam! Né già
conviene
stimar ch’aspra tiranna, e poco
cara
al popol suo, diviso in parti e ’n
sètte,
e che femina imbelle,
sol fra la pace avezza a tesser
frodi,
volontaria riceva anzi la guerra
di due regni possenti insieme
uniti,
che da terra e da mar ponno
assalirla,
che liberar colei, ch’ella ritiene
oltra ogni dritto, contra ogni
costume
d’umanità, di fé, contra ogni
legge
o barbara o gentil. O, se pur
chiude
man dura a lei gli orecchi e
toglie i sensi
di senno e avvedimento,
ond’ostinata
la guerra aspetti, quinci forse
ordisce
Providenza divina a lei la pena
dovuta a tante colpe, a tanti
inganni,
a la perfidia, ai torti, a la
rubella
e falsa opinion, al falso culto
d’empia religion nemica al Cielo.
E quinci libertà veggio promessa
sicura e certa a te, che ben la
merti,
dopo sì lunga prigionia e sì dura.
Giransi i tempi, e raggirando seco
s’aggiran nuove sorti, e quel che
sembra
impossibil un dì, ne l’altro
fassi.
Continui preghi e umil sofferenza
al Ciel fan violenza:
così dice e promette
santa voce fedel; e tu molt’anni
sofferente, pieghevole e dimessa
sotto ’l peso fatal sostieni e
preghi.
Manchin l’armi a la terra, e
manchi ’l dritto
e la pietà qui fra le menti umane:
mancherà forse a le celesti menti
la fede a le promesse?
Segue a questo che l’aspra tua
nemica
offre condizioni, onde tu possa
liberarti, se vuoi; che se son
dure
e le ricusi tu, vagliano almeno
per speranza di ben fra tanti
mali:
di nulla si disperi,
chi aver può cosa, in cui refugio
speri.
Oltreché, t’assicura ella la vita
con le lettere sue, come vedesti
pochi dì son, né consentir
promette
che la real persona tua s’offenda
fuorché di prigionia. La qual è
ingiusta,
né già si può negar, è acerba e
grave:
ma che? Luogo non resta
né a forza, né ad inganno? Resti
dunque
a sofferenza, a speme, e se si
niega
la libertade al corpo, non si
tolga
a l’alma l’aspettarla. Il dritto e
’l vero
mai non rimaser vinti, ed è
vittoria
bellissima, che ben ristora i
danni
con fregi alti di gloria,
quella che sorge e nasce
dai campi degli affanni.
REINA
Mia vittoria sarà la sepoltura!
Ivi alzerò il trofeo
de l’altrui crudeltade e del mio
danno
con poca terra oscura.
E tu, ch’or mossa da fedele
affetto,
gradito e caro inver, ma inutil
forse,
argomenti e discorri e ragion
cerchi
dal variar de le mondane cose,
da le promesse altrui, dai merti
miei
e dal dritto e dal ver non vinto
mai,
forse altro pensi e altro parli. O
pure
non ti sovien del dì, che a me
veniro,
or quattro mesi son, Lord e
Beelle,
empi ministri di donna empia e
cruda,
con superbe parole a tôrmi i segni
e gli arredi reali,
e, s’esser puote, il titol di
reina,
pronunziandomi morte, a seder
posti
a lato a me, come a privata donna.
Lassa, che disser essi, e io che
intesi?
Quai furon le parole e quali i
modi,
arroganti, Dio buono, aspri e
villani!
Rispos’io sì, conoscer fei
l’offesa
e l’ingiustizia d’Isabella iniqua;
ma fu l’udirmi a lor grazia e
mercede,
a me pena il parlar con gente
tale,
ed è mortale affanno,
anzi occide ogni speme il
rimembrarlo.
CAMERIERA
Infausto, acerbo dì fu veramente;
e m’adiro, e mi doglio, e temo, e
tremo,
qualor vi penso. Pur, nulla è
seguito
in nostro danno poi; anzi men
aspra
ci s’è mostra fortuna da quel
tempo,
con aprirci alcun calle onde
possiamo
avisar e spiar qualche ombra
almeno
de le cose di fuor; e carte amiche
ci pervengon talor, onde consigli
e conforti ricevi e lume ancora
al tuo deliberar; e quinci avuta
hai la lettera cara,
che ci tornò la vita,
la lettera del figlio, dolce
figlio
e caro re, che ti promette l’arme
e la vita in tuo pro’, come
conviensi
verso reina e madre. Forse volse
fortuna far quel dì l’ultima prova
di tua virtute, e dar l’estremo
assalto
de la sua crudeltà: così crescendo
poggia ogni mortal cosa, e giunta
al colmo,
si ferma e scema e cade,
cadendo e scemando,
giunge a la fine al nulla.
REINA
Io così stimo
che fia di me!
CAMERIERA
Anzi de la sventura,
che presente ti preme. Volga il
Cielo
in meglio i tuoi presagi, e l’alma
vinta
da l’affanno sollevi a le
speranze,
che son soave cibo
a cor, di ben digiuno
e già sazio di male.
REINA
Son nemiche fra loro
la miseria e la speme,
ch’essendo lieta, mal germoglia o
nasce
nel terren del dolore.
CAMERIERA
Ma se virtù l’irriga,
e nasce e cresce e pasce.
REINA
Arida vien virtù, se non ha umore
da celeste rugiada, e per me il
Cielo
cessa or, credo, da l’opre e fermo
stassi,
forse a mirar quel che farà alfin
donna
misera abbandonata.
CAMERIERA
Ohimé, che sento!
e tu che dici, o mia reina! Torni,
torni ’l tuo saggio cor, dove star
suole,
dove tu ’l riponesti!
In mano, in grembo a Dio tu ’l
riponesti,
ch’è vivissima speme:
or, perché scende o cade
in disperati abissi?
REINA
Riconosco l’errore,
e già ne piange il coro;
ma ’l mal, che preme, a la memoria
toglie
il ben, che può venir, e ne la
vita
infelice ch’io passo,
provo che male a male
malamente succede,
tal ch’io non ho di ben né di
speranza
più memoria né fede.
Pur, non s’aggiunga anco l’errore
al danno:
sollevisi quest’alma, e tu l’aita,
o Re, che la cercasti,
o Re de la mia vita!
E se per colpa mia cadder le
membra
in tenebroso affanno,
s’alzi per tua pietà l’anima
almeno
nel tuo dolce sereno!
CAMERIERA
Ascolti Dio le voci, e loro
impetri
grazia e mercé la sua bontade
immensa;
né spiri sol di libertà la speme,
ma ci mandi anco il bene!
E perché abbia conforto
anco da cose umane
l’anima sconsolata,
concedi, o mia reina, ch’io ti
torni
a la memoria, scorsa in
lamentarsi,
quel che qui ti condusse
da le stanze riposte.
REINA
Men soviene
e miro se pur veggio
mover di vêr la porta de la rocca
il soldato, che sol, fra tanti e
tanti
che fanno argine e muro a questa
inferma
a vietarle la fuga,
fatto pietoso del mio danno
indegno,
d’aiutarmi procura.
In su quest’ora ieri
promise ei di venir, né pur
appare.
Deh, che qualche accidente non
recida
la sua pietosa cura!
CAMERIERA
Se commandi,
poiché per tôr sospetto a te non
lece,
passerò io più oltre o
aspetterollo.
Ma star qui tu sì lungamente,
parmi
malsicuro e dannoso.
Forse v’è chi ci vede, e nol
veggiamo,
e l’accrescer sospetti a gente ria
può poi ne l’avenir chiuder la via
a mille aiuti e mille.
REINA
È ragion vera;
ma questo luogo pur mi si concede
per respirar al cielo, e più o
meno
ch’io vi stia, non devrebbe
far sospettar altrui; pur, se v’è
il dubbio,
com’è possibil forse,
assicuriamo l’opra, e io men vado.
Tu qui aspetta: e se viene,
già sai quel ch’io vorrei saper da
lui.
CAMERIERA
Sòllo, e ho anco cura
d’adempier quel che vuoi, come
conviensi
a fedel serva umìle.
REINA
Anzi, pur come
a misera compagna
di sventure e d’affanni.
CAMERIERA
Misera, sì, ma misera contenta,
poiché sorte m’elesse,
o mia dolce reina,
ad esserti consorte
ne la tua acerba sorte,
e del giogo fatale,
ch’è troppo indegno e grave
al bel collo reale,
sostengo io quella parte,
che sostener può cuore,
colmo di fedeltà, colmo d’amore.
Né mai placida spiri
aura, né sol risplenda
ned acqua sorga mai, se non amara,
a chi fra i mali di fortuna acerba
lascia l’amico petto,
e solo al ben riserba
l’infido, indegno affetto;
ma folgore dal Ciel giusto
discenda,
o ’l terren s’apra, ovunque l’orma
imprime
chi legitimo prencipe abbandona,
cui fedeltade e servitù si deve
anco senza corona!
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