Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Federico Della Valle
La Reina di Scozia

IntraText CT - Lettura del testo

  • ATTO PRIMO
    • SCENA PRIMA
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

 

REINA, CAMERIERA

 

REINA

Se pur è alcun, che nel volubil giro

de le cose mortali

cerchi come si caggia o si ruine

da nubi di fortuna alte e felici

a dolorosi abissi

di sorti infelicissime, meschine,

senta me che ragiono, e me rimiri.

Rimiri me, che già reina adorna

di due chiare corone e di due scettri,

che resser ad un tempo Franchi e Scoti,

figlia di re, moglie di re possente,

discesa per lungo ordine da regi,

e di re madre ancora,

or chiusa in mura anguste, or prigioniera,

legata a l’altrui forza, a l’altrui voglia,

priva, non dirò già di maestade

o d’impero real, ché di ciò ’l nome

a pena mi rimembra,

misera, ma priva anco

di quel che natura aere sereno

a nodrir quanto ha vita,

passo le notti e i fra i rischi e i danni

e di morte e di vita.

Ma s’è pur ver che con incerta norma

e con vario costume,

or doloroso, or lieto,

volve lo stato umano

possente ascosa mano,

com’esser può che dopo ’l lungo corso

di vent’anni infelici al fin non giunga,

o non si muti almeno,

la miseria o la vita? E pur non posso,

se ben rincorro le sciagure e i mali,

a tormentar avezzi

miseri mortali,

non posso ritrovar quel che più manchi

al colmo del mio affanno,

al sommo del mio danno:

reina prigioniera,

vedova sconsolata, abbandonata

madre d’inutil figlio,

signora di rubella infida gente,

donna senza consiglio,

povera, inferma ed in età cadente.

Poss’io più dir, o può formar la vita

altre nuove sciagure?

O non ha luogo, lassa,

ove le impieghi, se non in me sola?

Sola, e tutto al tormento;

Nulla, ahi nulla al contento!

Deh, come oscuro e crudo

rotasti, o sol, quel che l’empio lido,

empio lido e spergiura infame arena

d’Inghilterra, toccò l’infausto piede,

che me portò con nome di reina

coronata, onorata,

e con destin di serva

rapita, catenata!

Lassa me! Dunque nacqui,

nacqui figlia di re, fui poscia erede

d’antichissimo regno,

d’eccelso re fui moglie, e son madre anco

di re, che da me prende

manto e scettro e corona:

a tanto colmo alzar mi volse il Cielo,

perch’io cadendo poi precipitassi

a non esser più donna

neanco di me stessa,

e da mano tiranna

ritener questa vita,

quasi grazia e mercede

d’un’empia mia nemica.

Ahi ria sorte, ahi sventura,

ahi affanno, ahi dolore,

come non spezzi il core?

 

CAMERIERA

 Deh, quai memorie dure

a la memoria torni,

per raddoppiare il male!

Il qual, se ben ci affligge e ci tormenta,

par che col non parlarne

assai meno si senta.

Pur, poscia che col duol sen va il lamento,

come con nube vento,

alcun non sia ch’accusi,

donna e reina mia, le tue querele;

né questa serva tua tanto presume

o tanto ardisce. A me dolermi tocca

col tuo dolor e accordar al suono

dei tuoi sospiri i miei sospiri e ’l pianto;

ma se talor concede

bontà reale e fedeltade antica

dir quel che sente affezionata voglia,

per scemar in te ’l duolo e in me l’affanno,

rimembrerò fra le memorie acerbe

le tue dolci speranze e quei secreti,

ch’a me sola confidi e ch’io nascondo,

se far si puote, al mio medesmo seno,

per tornargli a te sola. A’ quai pensando,

che debb’io dir, reina amata e cara?

Sorgon nuove cagioni a nuovi lai,

e tu le ascondi e taci? O pur ti duoli

di lunga antica doglia, e dài principio

a più gravi lamenti, allorché ’l male

è per giungere al fin? Ché ben al fine

è per giungere il male,

se ’l vero a me dicesti, o se ’l ver dice

quei che ne scrive il re, caro tuo figlio.

Il qual promette certa

la guerra al regno inglese, aggiunte insieme

l’armi scote a l’ispane;

e più anco promette:

il suo sangue e la vita

per sacrificio e prezzo

de la tua libertà, quando la cruda,

che qui ti tien rinchiusa,

non ti renda al tuo regno e ai tuoi Scoti

libera e sciolta per accordo o pace;

la qual forse or si tratta o è conchiusa.

Così sperar debbiam! Né già conviene

stimar ch’aspra tiranna, e poco cara

al popol suo, diviso in parti e ’n sètte,

e che femina imbelle,

sol fra la pace avezza a tesser frodi,

volontaria riceva anzi la guerra

di due regni possenti insieme uniti,

che da terra e da mar ponno assalirla,

che liberar colei, ch’ella ritiene

oltra ogni dritto, contra ogni costume

d’umanità, di , contra ogni legge

o barbara o gentil. O, se pur chiude

man dura a lei gli orecchi e toglie i sensi

di senno e avvedimento, ond’ostinata

la guerra aspetti, quinci forse ordisce

Providenza divina a lei la pena

dovuta a tante colpe, a tanti inganni,

a la perfidia, ai torti, a la rubella

e falsa opinion, al falso culto

d’empia religion nemica al Cielo.

E quinci libertà veggio promessa

sicura e certa a te, che ben la merti,

dopo sì lunga prigionia e sì dura.

Giransi i tempi, e raggirando seco

s’aggiran nuove sorti, e quel che sembra

impossibil un , ne l’altro fassi.

Continui preghi e umil sofferenza

al Ciel fan violenza:

così dice e promette

santa voce fedel; e tu moltanni

sofferente, pieghevole e dimessa

sotto ’l peso fatal sostieni e preghi.

Manchin l’armi a la terra, e manchil dritto

e la pietà qui fra le menti umane:

mancherà forse a le celesti menti

la fede a le promesse?

Segue a questo che l’aspra tua nemica

offre condizioni, onde tu possa

liberarti, se vuoi; che se son dure

e le ricusi tu, vagliano almeno

per speranza di ben fra tanti mali:

di nulla si disperi,

chi aver può cosa, in cui refugio speri.

Oltreché, t’assicura ella la vita

con le lettere sue, come vedesti

pochi son, né consentir promette

che la real persona tua s’offenda

fuorché di prigionia. La qual è ingiusta,

né già si può negar, è acerba e grave:

ma che? Luogo non resta

né a forza, né ad inganno? Resti dunque

a sofferenza, a speme, e se si niega

la libertade al corpo, non si tolga

a l’alma l’aspettarla. Il dritto e ’l vero

mai non rimaser vinti, ed è vittoria

bellissima, che ben ristora i danni

con fregi alti di gloria,

quella che sorge e nasce

dai campi degli affanni.

 

REINA

Mia vittoria sarà la sepoltura!

Ivi alzerò il trofeo

de l’altrui crudeltade e del mio danno

con poca terra oscura.

E tu, ch’or mossa da fedele affetto,

gradito e caro inver, ma inutil forse,

argomenti e discorri e ragion cerchi

dal variar de le mondane cose,

da le promesse altrui, dai merti miei

e dal dritto e dal ver non vinto mai,

forse altro pensi e altro parli. O pure

non ti sovien del , che a me veniro,

or quattro mesi son, Lord e Beelle,

empi ministri di donna empia e cruda,

con superbe parole a tôrmi i segni

e gli arredi reali,

e, s’esser puote, il titol di reina,

pronunziandomi morte, a seder posti

a lato a me, come a privata donna.

Lassa, che disser essi, e io che intesi?

Quai furon le parole e quali i modi,

arroganti, Dio buono, aspri e villani!

Rispos’io sì, conoscer fei l’offesa

e l’ingiustizia d’Isabella iniqua;

ma fu l’udirmi a lor grazia e mercede,

a me pena il parlar con gente tale,

ed è mortale affanno,

anzi occide ogni speme il rimembrarlo.

 

CAMERIERA

 Infausto, acerbo fu veramente;

e m’adiro, e mi doglio, e temo, e tremo,

qualor vi penso. Pur, nulla è seguito

in nostro danno poi; anzi men aspra

ci s’è mostra fortuna da quel tempo,

con aprirci alcun calle onde possiamo

avisar e spiar qualche ombra almeno

de le cose di fuor; e carte amiche

ci pervengon talor, onde consigli

e conforti ricevi e lume ancora

al tuo deliberar; e quinci avuta

hai la lettera cara,

che ci tornò la vita,

la lettera del figlio, dolce figlio

e caro re, che ti promette l’arme

e la vita in tuo pro’, come conviensi

verso reina e madre. Forse volse

fortuna far quel l’ultima prova

di tua virtute, e dar l’estremo assalto

de la sua crudeltà: così crescendo

poggia ogni mortal cosa, e giunta al colmo,

si ferma e scema e cade,

cadendo e scemando,

giunge a la fine al nulla.

 

REINA

Io così stimo

che fia di me!

 

CAMERIERA

Anzi de la sventura,

che presente ti preme. Volga il Cielo

in meglio i tuoi presagi, e l’alma vinta

da l’affanno sollevi a le speranze,

che son soave cibo

a cor, di ben digiuno

e già sazio di male.

 

REINA

Son nemiche fra loro

la miseria e la speme,

ch’essendo lieta, mal germoglia o nasce

nel terren del dolore.

 

CAMERIERA

 Ma se virtù l’irriga,

e nasce e cresce e pasce.

 

REINA

Arida vien virtù, se non ha umore

da celeste rugiada, e per me il Cielo

cessa or, credo, da l’opre e fermo stassi,

forse a mirar quel che farà alfin donna

misera abbandonata.

 

CAMERIERA

Ohimé, che sento!

e tu che dici, o mia reina! Torni,

tornil tuo saggio cor, dove star suole,

dove tu ’l riponesti!

In mano, in grembo a Dio tu ’l riponesti,

ch’è vivissima speme:

or, perché scende o cade

in disperati abissi?

 

REINA

Riconosco l’errore,

e già ne piange il coro;

ma ’l mal, che preme, a la memoria toglie

il ben, che può venir, e ne la vita

infelice ch’io passo,

provo che male a male

malamente succede,

tal ch’io non ho di ben né di speranza

più memoriafede.

Pur, non s’aggiunga anco l’errore al danno:

sollevisi quest’alma, e tu l’aita,

o Re, che la cercasti,

o Re de la mia vita!

E se per colpa mia cadder le membra

in tenebroso affanno,

s’alzi per tua pietà l’anima almeno

nel tuo dolce sereno!

 

CAMERIERA

Ascolti Dio le voci, e loro impetri

grazia e mercé la sua bontade immensa;

spiri sol di libertà la speme,

ma ci mandi anco il bene!

E perché abbia conforto

anco da cose umane

l’anima sconsolata,

concedi, o mia reina, ch’io ti torni

a la memoria, scorsa in lamentarsi,

quel che qui ti condusse

da le stanze riposte.

 

REINA

Men soviene

e miro se pur veggio

mover di vêr la porta de la rocca

il soldato, che sol, fra tanti e tanti

che fanno argine e muro a questa inferma

a vietarle la fuga,

fatto pietoso del mio danno indegno,

d’aiutarmi procura.

In su quest’ora ieri

promise ei di venir, né pur appare.

Deh, che qualche accidente non recida

la sua pietosa cura!

 

CAMERIERA

Se commandi,

poiché per tôr sospetto a te non lece,

passerò io più oltre o aspetterollo.

Ma star qui tu sì lungamente, parmi

malsicuro e dannoso.

Forse v’è chi ci vede, e nol veggiamo,

e l’accrescer sospetti a gente ria

può poi ne l’avenir chiuder la via

a mille aiuti e mille.

 

REINA

È ragion vera;

ma questo luogo pur mi si concede

per respirar al cielo, e più o meno

ch’io vi stia, non devrebbe

far sospettar altrui; pur, se v’è il dubbio,

com’è possibil forse,

assicuriamo l’opra, e io men vado.

Tu qui aspetta: e se viene,

già sai quel ch’io vorrei saper da lui.

 

CAMERIERA

 Sòllo, e ho anco cura

d’adempier quel che vuoi, come conviensi

a fedel serva umìle.

 

REINA

Anzi, pur come

a misera compagna

di sventure e d’affanni.

 

CAMERIERA

 Misera, sì, ma misera contenta,

poiché sorte m’elesse,

o mia dolce reina,

ad esserti consorte

ne la tua acerba sorte,

e del giogo fatale,

ch’è troppo indegno e grave

al bel collo reale,

sostengo io quella parte,

che sostener può cuore,

colmo di fedeltà, colmo d’amore.

Né mai placida spiri

aura, né sol risplenda

ned acqua sorga mai, se non amara,

a chi fra i mali di fortuna acerba

lascia l’amico petto,

e solo al ben riserba

l’infido, indegno affetto;

ma folgore dal Ciel giusto discenda,

o ’l terren s’apra, ovunque l’orma imprime

chi legitimo prencipe abbandona,

cui fedeltade e servitù si deve

anco senza corona!

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License