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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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Donne chi mi conduce ov’io ragioni a la vostra reina? Ove si trova? O forse è qui tra voi?
Qui non è, ma lontana esser molto non può. La sua fortuna picciol cerchio le ascrive. Tu che chiedi? Che porti frettoloso?
A lei mi manda il mio signor, ch’è capitan custode di questa prigion vostra e de le genti,
Ma dolce è ’l commandar. Su tosto, i’ debbo
Qui vien la cameriera: a lei ragiona.
quel che dir devi a lei, e io ben tosto
Nulla m’importa parlar teco o seco: sappia solo che ’l capitan l’avisa che venuti son ministri reali, uomini eccelsi, dei maggiori del regno.
E ciò, ch’importa a la reina mia? Se son venuti, tornino o stien, come a lor pare.
Io credo che così possan far.
Così potesse con altri chi t’ascolta!
vario è ’l poter: ma tu par che sdegnosa
L’anima inacerbita dal dolore forma imagini acerbe o ne la voce, o negli atti e nei modi; e il costume vince spesso la voglia. Ciò discolpi il mio parlar, che forse amaro sembra; ma contra te non è già tal la mente:
A la reina
Già ciò detto hai.
E son venuti i conti, i’ non so quali, ma quattro o cinque sono...
che però dice il capitan?
Ch’ei stima e ha sentito cose, onde si puote congetturar che rechin ordin seco
O voce quanto poco sperata!
E perché speri, mi manda il capitan a la reina
alta mercé n’aspetti il capitano, che con cortese ufficio, anzi pietoso, che nel suo cuor già lungamente è morto! Né tu sarai senza mercé devuta, di novelle amatissime e soavi: E serviranno a te forse migliori degli avuti signori. È liberal la mia reina e grata, e più ’l sarà, quanto in se stessa ha appreso di sorte sventurata.
ho affrettato a mio poter il passo, né tanto m’ha spronato la servitù devuta al mio signore, quanto ’l desio di far che la reina sentisse tal novella; la qual stimo che cara le sarà.
E quanto cara!
Però venir vorrei io stesso a riferirla, oltra che anco altro ho da dir, che altrettanto fie
di cui quel che ritieni a te non giova
pur, perché breve spazio fie lungo assai a dir quel che mi chiedi, sappi che fra noi tiensi e s’ha per fermo e sì forte, che quando la reina nostra non sia per far di propria voglia quel ch’egli chiede, in liberar la madre, forse ’l farà cacciata da la forza. Questo fra noi si dice; ma chi ’l dice sol fra le labra parla: la paura è maestra al silenzio. Io, pure, a voi tacer non l’ho voluto: il compiacervi
Così potessi quel che poter devrei, come sarebbe certa la tua credenza!...
Or io me n’entro Io me ne vado a lei: tu puoi seguirmi, il nunzio e ’l relator. Io non ti debbo invidiar il ben ch’aspettar puoi del caro ufficio tuo, benché bastante fôra il mio riferir, per conseguirti la mercé, che n’aspetti.
Ei ben la merta! segui la cameriera; ella se n’entra. anzi nel sen de l’alta mia reina, la sconsolata donna, ch’è d’ogni nostro ben seggio e colonna. o cara lusinghiera, o miel soave de l’afflitta mente, e ’l piacer desta, ove ’l dolor si cria ne la reina mia! a te, dolce reliquia utile e cara, reliquia di quell’urna acerba, amara, anzi ’l frutto crudel di tutti i mali.
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