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Federico Della Valle
La Reina di Scozia

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  • ATTO SECONDO
    • SCENA UNICA
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ATTO SECONDO

SCENA UNICA

 

SERVO, CAMERIERA e CORO.

 

SERVO

Donne chi mi conduce ov’io ragioni

a la vostra reina? Ove si trova?

O forse è qui tra voi?

 

CORO

Qui non è, ma lontana

esser molto non può. La sua fortuna

picciol cerchio le ascrive. Tu che chiedi?

Che porti frettoloso?

 

SERVO

A lei mi manda

il mio signor, ch’è capitan custode

di questa prigion vostra e de le genti,

che vi fan siepe intorno.

 

CORO

Ufficio acerbo!

 

SERVO

Ma dolce è ’l commandar. Su tosto, i’ debbo

parlar a la reina.

 

CORO

Qui vien la cameriera: a lei ragiona.

 

CAMERIERA

 Amico, a me puoi dire

quel che dir devi a lei, e io ben tosto

glielandrò a riferir.

 

SERVO

Nulla m’importa

parlar teco o seco: sappia solo

che ’l capitan l’avisa che venuti

son ministri reali, uomini eccelsi,

dei maggiori del regno.

 

CAMERIERA

E ciò, ch’importa

a la reina mia? Se son venuti,

tornino o stien, come a lor pare.

 

SERVO

Io credo

che così possan far.

 

CAMERIERA

Così potesse

con altri chi t’ascolta!

 

SERVO

A varie sorti

vario è ’l poter: ma tu par che sdegnosa

mi rimiri e ascolti;

e pur apporto cose

dolci e care ad udirsi.

 

CAMERIERA

L’anima inacerbita dal dolore

forma imagini acerbe o ne la voce,

o negli atti e nei modi; e il costume

vince spesso la voglia. Ciò discolpi

il mio parlar, che forse amaro sembra;

o ’l sembran le maniere,

ma contra te non è già tal la mente:

il fastidio, l’affanno

fronte ritrosa fanno.

Ma che apporti, ti prego?

 

SERVO

A la reina

mi manda il capitan.

 

CAMERIERA

Già ciò detto hai.

 

SERVO

E son venuti i conti, i’ non so quali,

ma quattro o cinque sono...

 

CAMERIERA

Segui il resto:

che però dice il capitan?

 

SERVO

Ch’ei stima

e ha sentito cose, onde si puote

congetturar che rechin ordin seco

di liberar la tua reina.

 

CAMERIERA

O voce

soavissima, amata

quanto poco sperata!

 

SERVO

E perché speri,

mi manda il capitan a la reina

con la cara novella.

 

CAMERIERA

 Deh, s’ella fie mai vera,

alta mercé n’aspetti il capitano,

che con cortese ufficio, anzi pietoso,

affretta a la reina

quel soave conforto,

che nel suo cuor già lungamente è morto!

Né tu sarai senza mercé devuta,

amato apportatore

di novelle amatissime e soavi:

il titolo di servo,

duro e grave a sentirsi,

durissimo a provarsi,

ti fie tolto, te ’l giuro!

E serviranno a te forse migliori

degli avuti signori.

È liberal la mia reina e grata,

e più ’l sarà, quanto in se stessa ha appreso

come sia grave il peso

di sorte sventurata.

 

SERVO

Io da buon zelo spinto

ho affrettato a mio poter il passo,

né tanto m’ha spronato

la servitù devuta al mio signore,

quanto ’l desio di far che la reina

sentisse tal novella; la qual stimo

che cara le sarà.

 

CAMERIERA

E quanto cara!

 

SERVO

Però venir vorrei

io stesso a riferirla, oltra che anco

altro ho da dir, che altrettanto fie

caro ad udirsi.

 

CORO

E perché ’l taci, lassa!

Perché dividil bene,

di cui quel che ritieni a te non giova

e ’n me scema le pene?

 

SERVO

M’affretta a la reina

l’obligo mio e la voglia;

pur, perché breve spazio

fie lungo assai a dir quel che mi chiedi,

sappi che fra noi tiensi e s’ha per fermo

che ’l vostro re sia armato,

e sì forte, che quando la reina

nostra non sia per far di propria voglia

quel ch’egli chiede, in liberar la madre,

forse ’l farà cacciata da la forza.

Questo fra noi si dice; ma chi ’l dice

sol fra le labra parla: la paura

è maestra al silenzio. Io, pure, a voi

tacer non l’ho voluto: il compiacervi

so ch’utile mi fie.

 

CORO

Così potessi

quel che poter devrei, come sarebbe

certa la tua credenza!...

 

CAMERIERA

Or io me n’entro

con due care novelle,

fonti di due speranze.

Io me ne vado a lei: tu puoi seguirmi,

amico, se ti pare, e tu sarai

il nunzio e ’l relator. Io non ti debbo

invidiar il ben ch’aspettar puoi

del caro ufficio tuo, benché bastante

fôra il mio riferir, per conseguirti

la mercé, che n’aspetti.

 

CORO

Ei ben la merta!

Or tosto vanne, amico,

segui la cameriera; ella se n’entra.

Entri con ambi voi

ne l’infelice albergo,

anzi nel sen de l’alta mia reina,

quel placido contento,

che non v’entrò giamai

dal che fu rinchiusa

la sconsolata donna,

ch’è d’ogni nostro ben seggio e colonna.

Movi da l’auree stelle

chiara, alata, ridente,

o cara lusinghiera,

o miel soave de l’afflitta mente,

e ’l piacer desta, ove ’l dolor si cria

ne la reina mia!

A te parlo, o speranza,

a te, dolce reliquia utile e cara,

reliquia di quell’urna acerba, amara,

onde ’l seme si sparse

(s’antico dir ha fede)

nei campi de la vita,

anzi ’l frutto crudel di tutti i mali.

O miseri mortali,

ove ci trasse curiosa voglia

di donna troppo ardita!

Ma tu, dolce, gradita,

medicina soave d’ogni doglia,

scendi con rapide ali,

e ’l cor regio conforta,

ove letizia è morta.

 





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