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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA PRIMA
Felice me, se giunge ad esser vera la portata novella! I’ men ritorno sì carco di speranze e di promesse, che nulla ho da bramar, se non l’effetto a quanto il capitano a dir mi diede. Oh, com’è liberal, com’è cortese, com’è soavemente e grave e saggia la reina ch’io lascio, e quanto indegna di sì misero stato! Ahi, pur è vero ch’ove cresce valor scema ventura,
e versa poscia il ben sparso di male Così, se porge altrui doni d’alta presenza o d’intelletto, con l’uno e l’altro è mista ad altri accorti meno e soprabonda l’arte; de la natura torbida e incostante, nulla è senza sciagura, nulla è senza difetto, e felici coloro, ne la reina mia Troppo, troppo è un affanno Ma tu, come la lasci?
Entrai, come vedeste, e fosca scala solitaria, ahimé quanto, e quanto indegna di regio albergo, a le sovrane stanze mi trasse, dietro a quella debil vecchia, che di qui si partì. Quivi passata la maggior sala e quinci l’altro albergo, mi ferma la mia guida e: — Qui m’aspetta, dice, ch’or qui ritorno. — Indi con una chiave, ch’al lato le pendeva, ha un uscio aperto, ed entrata il riserra: ma sì tosto non l’ha potuto far, che colà entro non mi si sia scoperta la reina, che ginocchion premea lastrico nudo senza coscin, senza tapeto, e gli occhi fissi alti in una croce al muro appesa.
e a pugnar per lui l’anima è accinta,
sento un alto sospiro, e quinci a poco si riapre quell’uscio e ’n vista grave e con occhi tranquilli, ancorché cinti di purpureo color e molli ancora de le lagrime scorse, esce, si ferma la reina e mi mira. Io, riverente quanto più so, l’inchino, ed ella: — Amico, a che vieni? — mi dice — o quai novelle mi manda il capitan? — Liete, — rispondo, — alta reina, e nel mio volto il vedi, se così basso mira occhio reale. — Quinci tutto le narro: e come i conti son qui venuti, e a che fin si stimi, e ’l figlio armato, come ho detto a voi. Ella grave m’ha udito e senza segno d’interno movimento: alfin, veggendo ch’io più nulla dicea, gli occhi ha rivolti in verso ’l ciel, e: — Gloria — dice — a Dio! Poi seguane che vuol. Ma tu ritorna, amico, al capitan, e a mio nome il saluta cortese e digli ch’io quelle grazie gli do, che dar gli puote Pur, quanto posso, do con voglia viva di mostrar anco un dì, quanto a sé giovi chi giova altrui, e più quando s’impiega l’opra in sangue real, che per se stesso benignamente è liberale e dona. A te, s’io posso mai, sarà mercede quel che sperar non puoi ne la fortuna angusta, ove ti trovi: alto palagio e larghi campi e selve a tuo diletto ti fien mio dono. Intanto la promessa ti sia mercede, e godi la speranza, se speranza può dar d’opra terrena chi per sé sol l’ha in Cielo. — Con sì soave voce e sì benigne maniere espresse ha queste sue parole, ch’io, confuso dal suono e da la vista, poco sapea che dir, poco ho risposto, e nulla forse ho detto.
desta nei petti altrui real presenza: ma se l’avessi vista tocco non era ancor dai duri affanni, ahi, che vista era allor dolce e superba!... intorbidò, ma non oscura in lei
Or io men vo, ché la dimora mia a voi non giova e a me nuocer potrebbe; prontezza: al suo signor chi tardi arriva,
Ritorna a rivederci, e quel che senti, rapporta a noi, che sconsolate e sole sol possiamo obliar le cure acerbe
Quel che senza mio rischio in util vostro potrò adoprar, tutto farò. Ma ecco che sen vien la reina: o donne, a Dio!
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