Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Federico Della Valle
La Reina di Scozia

IntraText CT - Lettura del testo

  • ATTO TERZO
    • SCENA PRIMA
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

 

SERVO, CORO.

 

SERVO

Felice me, se giunge ad esser vera

la portata novella! I’ men ritorno

carco di speranze e di promesse,

che nulla ho da bramar, se non l’effetto

a quanto il capitano a dir mi diede.

Oh, com’è liberal, com’è cortese,

com’è soavemente e grave e saggia

la reina ch’io lascio, e quanto indegna

di sì misero stato! Ahi, pur è vero

ch’ove cresce valor scema ventura,

e ch’a l’alme migliori

giran sorti peggiori!

 

CORO

Mesce le cose il fato

in invisibil urna,

e versa poscia il ben sparso di male

ne lo stato mortale.

Così, se porge altrui

doni d’alta presenza o d’intelletto,

con l’uno e l’altro è mista

sorte che l’alma attrista;

ad altri accorti meno

con felici successi

si volge il ciel sereno.

Ad un manca l’ardire

e soprabonda l’arte;

altri forte e audace

ha consiglio fallace;

così nel vario aspetto

de la natura torbida e incostante,

nulla è senza sciagura,

nulla è senza difetto,

e felici coloro,

a’ quai con lance eguale

si parte il bene e ’l male.

Ma troppo, ahimé, s’avanza

ne la reina mia

la parte acerba e ria!

Troppo, troppo è un affanno

giunto al ventesimanno!

Ma tu, come la lasci?

Come resta entro?

È consolata, è lieta

con la novella lieta?

 

SERVO

Entrai, come vedeste, e fosca scala

solitaria, ahimé quanto, e quanto indegna

di regio albergo, a le sovrane stanze

mi trasse, dietro a quella debil vecchia,

che di qui si partì. Quivi passata

la maggior sala e quinci l’altro albergo,

mi ferma la mia guida e: — Qui m’aspetta,

dice, ch’or qui ritorno. —

Indi con una chiave,

ch’al lato le pendeva, ha un uscio aperto,

ed entrata il riserra: ma sì tosto

non l’ha potuto far, che colà entro

non mi si sia scoperta la reina,

che ginocchion premea lastrico nudo

senza coscin, senza tapeto, e gli occhi

fissi alti in una croce al muro appesa.

 

CORO

Gli occhi tien a l’insegna

e ’l core al capitano,

e a pugnar per lui l’anima è accinta,

benché debil la mano.

 

SERVO

La vecchia entrata dentro,

sento un alto sospiro, e quinci a poco

si riapre quell’uscio e ’n vista grave

e con occhi tranquilli, ancorché cinti

di purpureo color e molli ancora

de le lagrime scorse, esce, si ferma

la reina e mi mira. Io, riverente

quanto più so, l’inchino, ed ella: — Amico,

a che vieni? — mi dice — o quai novelle

mi manda il capitan? — Liete, — rispondo, —

alta reina, e nel mio volto il vedi,

se così basso mira occhio reale. —

Quinci tutto le narro: e come i conti

son qui venuti, e a che fin si stimi,

e ’l figlio armato, come ho detto a voi.

Ella grave m’ha udito e senza segno

d’interno movimento: alfin, veggendo

ch’io più nulla dicea, gli occhi ha rivolti

in verso ’l ciel, e: — Gloria — dice — a Dio!

Poi seguane che vuol. Ma tu ritorna,

amico, al capitan, e a mio nome

il saluta cortese e digli ch’io

del suo benigno ufficio

quelle grazie gli do, che dar gli puote

donna di grazie priva.

Pur, quanto posso, do con voglia viva

di mostrar anco un , quanto a sé giovi

chi giova altrui, e più quando s’impiega

l’opra in sangue real, che per se stesso

benignamente è liberale e dona.

A te, s’io posso mai, sarà mercede

quel che sperar non puoi ne la fortuna

angusta, ove ti trovi: alto palagio

e larghi campi e selve a tuo diletto

ti fien mio dono. Intanto la promessa

ti sia mercede, e godi la speranza,

se speranza può dar d’opra terrena

chi per sé sol l’ha in Cielo. —

Con sì soave voce e sì benigne

maniere espresse ha queste sue parole,

ch’io, confuso dal suono e da la vista,

poco sapea che dir, poco ho risposto,

e nulla forse ho detto.

 

CORO

Stupor e riverenza

desta nei petti altrui real presenza:

ma se l’avessi vista

in ricco seggio assisa

fra le pompe lucenti,

allorché ’l fior degli anni

tocco non era ancor dai duri affanni,

ahi, che vista era allor dolce e superba!...

Ahi, che memoria acerba!

Pur, il nembo dei mali

intorbidò, ma non oscura in lei

le sembianze reali.

 

SERVO

Del matutin colore

ne la languida sera

scopre imagine il fiore.

Or io men vo, ché la dimora mia

a voi non giova e a me nuocer potrebbe;

la servitù richiede

prontezza: al suo signor chi tardi arriva,

con suo periglio arriva.

 

CORO

Ma l’amistà non parta,

se ben si parte il piede.

Ritorna a rivederci, e quel che senti,

rapporta a noi, che sconsolate e sole

sol possiamo obliar le cure acerbe

col sentir nuove cose.

 

SERVO

Quel che senza mio rischio in util vostro

potrò adoprar, tutto farò. Ma ecco

che sen vien la reina: o donne, a Dio!

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License